venerdì, marzo 02, 2012

 

Addio, Lucio Dalla 1943 † 2012


Da ieri, ognuno si sente ancor più solo al mondo.
In special modo l'autore di "Come una fontana" che per vari anni fu nella stessa classe di scuola elementare di Lucio Dalla.
Ho deciso di attribuirgli qui una sua rubrica personale per condividere i suoi ricordi con noi.
Andate a leggerla cliccando sul link:
fuscogami.blogspot.com

Il primo post s'intitola:"Dalla vita passata"...

Qui sotto, invece, riporto ancora una puntata di "Come una fontana"

















(-Da Pagina 16-)

È una storia che a Lorenzo è piaciuta molto. Non so a voi. C’è fedeltà, forza, determinatezza. E la vendetta contro l’arroganza ingiuriosa del potere. Poi c’è questo atteggiamento giapponese non avaro nei confronti della vita. La considerano sì un bene prezioso, ma non da serbare egoisticamente. Anzi, sembrano sempre pronti a offrirla.
“O a rifiutarla.” ha puntualizzato Lorenzo.
Ci piacciono anche i war cemetery degli alleati, sparsi dovunque, nell’entroterra. I loro prati verdi come campi da golf. Immaginiamo il Grande Giocatore con la mazza in mano. Pronto a colpire. I teschi per palline. Infilati con precisione nelle apposite buche. E le panchine. Più giardini che cimiteri. Circondati da robinie in fiore, che diffondono il loro profumo dolciastro. Ci sediamo all’ombra di un salice piangente. Riflettiamo sull’assurdità delle guerre. Dover uccidere un uomo che non ti ha fatto niente, solo perché ha una divisa diversa dalla tua. Aveva visto giusto Remarque. In qualunque trincea combattano, i soldati sono solo vittime innocenti. Tutti accomunati dallo stesso orrore cieco. Strumenti inconsapevoli degli sporchi giochi di potere di pochi, comodamente seduti da un’altra parte. Tre o quattro gran figli di mignotta, che sanno sfruttare a dovere la zona oscura dell’istinto umano. L’impulso omicida, che comunque cova dentro ognuno di noi. Perché, è innegabile, i combattenti finiscono per provare un vero e proprio inebriamento da guerra. Basta vedere come arrivano a incarognirsi negli atti più sanguinari. Come massacrano uomini, donne, bambini, vecchi. Armati e inermi, senza distinzione. Con assoluta indifferenza. Come infieriscono sui cadaveri dei nemici. Ci dev’essere una specie di equivalenza fra gusto di uccidere e piacere sessuale. Sparare come eiaculare. Accoltellare come stuprare. Armi come cazzi. La fascinazione belluina del sangue. È storia vecchia. Il Padre Eterno, che di esseri umani se ne intende, che cosa aveva ordinato a Saul? Andatevelo a cercare nella Bibbia: “Va’ e distruggi ogni cosa. Non risparmiare niente. Massacra uomini e donne, bimbi e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini.” Così. Più o meno. Non so se mi spiego.
Della seconda guerra mondiale avevo sentito raccontare in famiglia, da bambino. Storie alterne di eroismi e crudeltà. Gli Alleati. I Tedeschi. Non mi era chiaro chi fossero i buoni e chi i cattivi. Mi sembrava che si scambiassero la parte a turno. A seconda degli episodi. O di chi li raccontava. Anche dai resoconti della guerra in Corea, che si ascoltavano per radio, non capivo perché gli Americani avessero ragione. E soprattutto perché si trovassero a combattere lì. In un Paese così lontano, che non c’entrava affatto col loro. Non che nei film western i ruoli mi risultassero più accettabili. Ombre rosse non mi aveva convinto. Nonostante tutto, gli indiani mi piacevano più dei cowboy. Il massacro di Fort Apache mi aveva confermato che erano meglio di certi bianchi paranoici. Ma, almeno, erano tutti a casa loro. Credevo. Ho capito dopo che non era così. Che la storia era sempre la stessa. Che, in ogni conflitto armato, c’era qualcuno che andava ad aggredire qualcun altro a casa sua. E il bello deve ancora venire. Avrò modo di affinare il mio pensiero con la guerra nel Vietnam.
Alla visita di leva, Lorenzo è mancato poco che lo scartassero. C’era un ufficiale medico bassotto:
“’Sto spilungone c’ha un cazzo di torace. - rivolto alla commissione, per invidia, perché lui era tappo - Di’, come fai a respirare?”
Credeva di umiliarlo, lo stronzo. Invece a Lorenzo non sembrava vero. Che lo riformassero per insufficienza toracica. Macché! Tutta la menata era solo per rompergli gli zebedei. Lo avrebbero granfiato anche se fosse stato senza polmoni.
Con me invece, dopo aver preso le misure: “Super-abile. Superman.” Quasi con orgoglio. Come se fossi suo figlio. Gli piaceva la prestanza fisica, si vede, al nano. Da buon seguace del salutismo di mussoliniana memoria. Militarista di merda!
In un’altra stanza, un sergente ti faceva riempire uno stampato. A un certo punto, c’era una riga bianca. Il gallonato ti metteva davanti una biro e un foglietto:
“Scrivi questo.”
La frase era: La Patria va amata e rispettata. Dovevi copiarla. Lorenzo ha scritto: LA PATRIA VA. AMATA E RISPETTATA. Così, in tutte maiuscole, col punto in mezzo. S’è neanche accorto, il sergio, di quel punto impertinente. Per me potevi scrivergli anche vaffanculo. Mica controllava. Scaracchiava in un secchiello lì accanto. Certi maghetti giallognoli. Sbagliava mai la mira. Lo faceva suonare. Ptuhh! Ding! Dello scribacchiatore che aveva davanti se ne sbatteva alla grande. Gli bastava vedere che sapevi usare la penna. Che non restavi lì a guardarla come se fosse un’arma extraterrestre. Ma il bello è che, nella riga sotto, dovevi rispondere a questa domanda: “Sa leggere e scrivere?” La tentazione di scrivere ‘NO’ era forte
“Mi pare evidente che so leggere, - ho detto - se no come sarei arrivato fino a questo punto? E scrivere, l’ho appena fatto.”
“Di’, tirone, vuoi fare il lavativo? Rispondi e basta, se non vuoi finire a pulire le latrine.”
Tirone a chi? Tirone. Mai sentito. Non ho potuto reagire. Per non fare brutta figura. Non sapevo neanche se era un’offesa o che. A casa, sono andato a consultare il vocabolario: “Tirone s. m. Recluta, spec. nell’esercito di Roma antica.” Recluta io? To’, veh! Col cazzo che mi fregate, a me. In effetti, ero già abile e arruolato, ma non avevo dubbi. Io, fantaccino, nisba. Né sergente né sottotenente. Non mi vedono più. Garantito al limone!
Entrambi non faremo il servizio militare. Per motivi differenti, ma con identico entusiasmo. La sola idea che un cazzone prepotente in divisa potesse darci ordini ci faceva andare giù di testa. I loro cagatoi puzzolenti, che se li smerdino loro. Quelli del fascino della divisa.
Ho visto L’arpa birmana di Kon Ichikawa. La tesi antimilitarista mi ha conquistato. La sua equanime pietà verso amici e nemici. Tutti martiri immolati su un unico altare blasfemo.
Intanto scorriamo le lapidi bianche. Queste incisioni nel marmo una volta erano uomini. Leggendo, scopriamo che sono venuti fin qui dall’Europa orientale, dall’America, dall’India. Migliaia di chilometri da casa loro. Per incontrare la commare secca. Anche loro, senza sapere perché. Il capriccio di qualcuno li ha spostati in qua e in là. Come pedine sulla scacchiera. Come la partita con la Morte nel film di Bergman. Tragica metafora di quel gioco, ancor più incomprensibile, che viene giocato non si sa dove né da chi.

L’OSPITE
Mentre avanzava nella tormenta, sentiva le forze abbandonarlo a poco a poco. Non sapeva più da quanto tempo stesse vagando in quel biancore uniforme né in quale direzione. Pensò che forse non si era mai mosso e giaceva ancora nel punto dove era caduto, il corpo ormai reso insensibile dal gelo e la mente annebbiata da un irresistibile desiderio di dormire.
Si sforzò di restare cosciente e non chiudere gli occhi. Era abbagliato, ma non capiva se intorno a lui ci fosse una luce accecante o il buio totale; non sapeva neppure se fosse assordato dal rombo del vento o dal silenzio assoluto. Solo la sensazione che la neve gli fosse entrata dappertutto, in bocca, negli occhi, nelle orecchie. Non doveva cedere al sonno o sarebbe stata la fine.
Cominciò a canticchiare a fior di labbra una canzoncina e fissò lo sguardo davanti a sé con la massima concentrazione. Allora gli parve di scorgere la sagoma di una casa, dapprima confusa, poi sempre più netta. Arrancò disperatamente in quella direzione o almeno tentò di farlo, senza rendersi conto se le gambe gli obbedissero. Dopo un tempo imprecisabile raggiunse la porta, si aggrappò al battente e lo vibrò contro il legno con tutte le forze. Poi perse conoscenza.
Si riprese presto e si trovò all’interno della casa, in un piccolo ingresso dalle pareti rivestite di legno fino al soffitto. Non si accorse subito della ragazza china su di lui, che si sforzava di fargli bere - così gli parve - un liquido molto alcolico, che gli procurò un violento bruciore sulle labbra e in bocca. Si sollevò, puntando i gomiti a terra e la guardò meglio: indossava una veste leggera, quasi trasparente, che le modellava il corpo; aveva lunghi capelli neri, occhi azzurro intenso e la pelle di un biancore innaturale. Tutta la sua figura trasmetteva un senso di salute e di forza. Gli parlò, aiutandolo ad alzarsi in piedi, ma, per quanto si sforzasse, non riuscì a capire che cosa gli dicesse, mentre lo conduceva per mano nella stanza accanto, dove lo fece sedere su una poltrona davanti al grande camino acceso.
La guardò ancora in viso e gli sembrò molto giovane. Era bella di una bellezza insolita, così perfetta da sfuggire a qualunque definizione. La fanciulla si scostò, pronunciando una frase incomprensibile. Seguendo il suo gesto, si accorse che dietro un piccolo tavolo sedeva un uomo i cui lineamenti si distinguevano a stento nel riverbero del fuoco. Si sporse un po’ in avanti, strizzando gli occhi e vide il viso sorridente di un vecchio di età imprecisabile, che lo fissava con lo sguardo vacuo del cieco. La giovane depose sul tavolo due bottiglie e due bicchieri e uscì. L’ospite riempì i calici e ne spinse uno verso di lui: “Bevi.” disse e vuotò il proprio tutto d’un fiato. Anch’egli bevve e, via via che il liquore gli scendeva in gola, sentiva un gran calore invadergli tutto il corpo e vincere il gelo che lo attanagliava.
Il vecchio riempì di nuovo il bicchiere e glielo indicò. Aspettò che avesse finito di bere, poi gli chiese: “Sai giocare?” Solo allora notò una grande scacchiera, che occupava quasi l’intero piano del tavolo. La sua superficie era coperta di fittissimi disegni, che si intrecciavano in un groviglio di immagini indecifrabili e lungo un lato erano disposte in fila tante piccole pedine. “Non conosco questo gioco.” rispose. Il vecchio sorrise e riempì ancora i bicchieri: “È un gioco molto antico. - disse quando ebbe bevuto - All’inizio sembra complicato, ma, una volta capito il meccanismo, risulta semplicissimo. Occorre solo un po’ di attenzione. Ora ti faccio vedere. Concentrati sul piano di gioco e non ti distrarre.” L’uomo si protese verso il tavolo e fissò gli occhi sulla scacchiera, ma la testa gli girava e le figure gli si confondevano davanti, come se mutassero di continuo.
Il vecchio gli riempì il calice, che egli vuotò meccanicamente. La sensazione di calore aumentava. Una pedina si spostò verso il centro della scacchiera. Il vecchio disse: “Questo è il cacciatore.” L’uomo guardò meglio ed effettivamente gli parve di vedere un piccolo uomo vestito di pelli, mentre i disegni sul piano di gioco prendevano la forma di alberi e rocce. La voce disse: “Questi sono i pericoli che minacciano il cacciatore.” Altre pedine, dalla forma di uomini e animali, andarono a sistemarsi in vari punti del tavoliere. La voce monotona continuava a spiegare, ma l’uomo, sempre più confuso, non riusciva più a capirla. Vedeva soltanto le figurine muoversi in ogni direzione. Il cacciatore imboccò un sentiero che girava intorno a una roccia, dietro la quale stava in agguato un uomo. Di colpo si fermò, come se avesse sentito qualcosa. Tornò indietro di qualche passo e si arrampicò sulla roccia con circospezione. Dalla cima balzò sul nemico e gli troncò la gola con un solo colpo di coltello. Riprese il cammino, ma poco oltre una belva acquattata su un albero lo assalì e lo sbranò in pochi secondi. L’uomo vide il sangue schizzare dappertutto, ma la mano del vecchio spazzò via le pedine e il piano tornò come prima.
“Altro esempio. - annunciò l’ospite sorridendo e gli versò da bere - Questo è il re.” Un uomo a cavallo avanzò verso un castello apparso sul lato opposto della scacchiera. La voce del vecchio risuonava melodiosa come una musica lontana. Uomini armati si disposero nella pianura fra il re e il castello. La battaglia infuriò. L’uomo udiva le grida dei soldati e l’urto metallico delle armi. Ad un tratto il cavallo del re partì al galoppo verso la mischia, ma poco oltre crollò a terra rovinosamente. Il cavaliere fu subito in piedi con la spada in pugno e cominciò a battersi con tre nemici che gli erano corsi contro. Il combattimento durò poco: un quarto soldato lanciò un giavellotto che trapassò il re da parte a parte.
Di nuovo la mano sgombrò la scacchiera e il bicchiere fu riempito. L’uomo ingoiò il liquido bruciante. Si sentiva la testa vuota. Chiese: “Chi vince a questo gioco?” L’ospite sorrise divertito: “Nessuno. - rispose - Si gioca e basta.” Poi aggiunse serio: “Ultimo esempio. Stai bene attento, adesso. Questo è il viandante.” Nel paesaggio ricoperto di neve, un uomo avanzava a fatica in mezzo alla tormenta, costeggiando un ripido pendio. L’uomo osservò meglio la scena e sussultò: il viandante era lui. Si aggrappò con entrambe le mani ai braccioli della poltrona. Il vecchio spiegava ancora, ma l’uomo aveva ormai capito. Improvvisamente dalla cima del pendio si staccò un blocco di neve, che scivolò in basso, trascinandone altra e si abbatté sul viandante seppellendolo. L’uomo balzò dalla poltrona: “Non voglio!” gridò con quanto fiato aveva in gola e fuggì fuori dalla casa nel bianco abbagliante della bufera.
“Una bella fortuna, - esclamò l’uomo in piedi vicino al letto - se non ci fosse stata quella interruzione sulla strada principale, nessuno avrebbe mai sentito il suo grido.” “Non capisco - disse l’altro - come abbia potuto resistere tanto a lungo sotto la neve.” “Non lo so neanch’io.” disse l’uomo disteso. Poi mormorò fra sé: “Chissà come finirà la partita.”


(-Continua-)




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mercoledì, febbraio 15, 2012

 

Come una fontana: qui c'è ma non si vede...



Provate il gioco di parole "Zerovero"

Molto interessante da riprodurre ed esercitare su computer (e persino su Iphone) a Riccione nella cerchia degli albergatori fa furore il gioco Zerovero in onda alla rsi-tsi (Televisione della Svizzera Italiana). Si tratta di un gioco di associazioni di parole, molto stimolante, il cui successo anche in Italia si può confermare con il fatto che spesso la parola chiave "dell'anello" di Zerovero viene richiesta su Yahoo Answers in tempo reale, giorno per giorno. Ad esempio oggi l'anello finale era formato dai termini segale e vipera. Immediatamente avevo concepito la risposta esatta (= cornuta). Tuttavia siccome la soluzione di ogni nuova puntata proposta implica la possibilità d'impiego di Google, nel giro di poco tempo, cercando "segale vipera Yahoo" si aveva fra le risposte subito quella con il termine risolutore, ossia cornuta.
Anche su Twitter circolano le risposte totali o parziali (uso incoraggiamento) di Zerovero.
Se già non lo conoscete, consiglio di visitare la pagina tramite il link suriportato e cimentarvi con la soluzione dei puzzle precedenti, per farvi l'occhio sulla strategia di soluzione talvolta geniale, talvolta 100% pindarica da perfezionare, direi quasi tirare a lucido, il più rapidamente - e intelligentemente - possibile.
Se posso azzardare un piccolo rimprovero agli autori del gioco stesso, direi che spesso introducono riferimenti geografici tipicamente ticinesi: ad esempio l'anello della catena in data 24.2 che associa Errore - Stampa - Prigione.
Ma in fondo è un challenge supplementare da minimizzare tramite una pagina di Google o di Bing sempre aperta a fianco.

Perbacco, la catena Zerovero di venerdì 17.2 pubblicata e risolta su Yahoo Answers poco prima delle 10 AM conferma che non pochi si dedicano a questo passatempo. È vero che questa volta era facile trovare l'anello tra Canne e Stampa, ossia Organo. Invece non tanto immediato riusciva l'anello tra alti e casa, ossia onori… alti onori e onori di casa, non è propriamente una passeggiata, come concetto. Per contro l'anello composto da occhiello e campione (= titolo) può sembrare facile (dopo) specialmente avendo superato la difficoltà rappresentata dalla presenza di John… Cena nel puzzle iniziale. Invece l'anello tra Roma-Toma-Formaggio è particolarmente ben nascosto tra le pieghe del dialetto. Classica invece la correlazione tra legno e collana, ovvero perline nell'anello d'una recente catena.

Questo post contiene già sia le parole chiave dell'anello di zerovero (nome e frazione) come pure la soluzione finale, mentre Yahoo Answers ancora tace sull'argomento. Secondo me non è nulla di prodigioso, anzi statisticamente un fatto simile doveva accadere, prima o poi.
Peraltro tra buchi e salita, (una) tappa ci sta bene.
Facilissimo poi l'anello tra berretto e serpente cioè sonagli (a patto di conoscere Pirandello).
Complicato invece l'arrivo dell'anello del 1° marzo, "viso" tra pallido sopra e gioco sotto.
Elementare, il giorno dopo, trovare tempo tra arco e denaro, anche se per arrivare fino lì c'era uno scoglio "così celeste" per niente immediato.
Spesso il gioco contiene termini piuttosto ambigui e polivalenti come cella (di prigione, di favo, di tabella?) o marcia (avanti, indietro, a piedi ecc.).
Intuibile, anzi cucito di filo bianco, il nesso nell'anello finale tra Articolo e Schiena ossia Fondo.
Analogo il collegamento tra Fermata ed Amicizia ovvero Richiesta: anche se risolvere la catena precedente era complicato da un divieto e un filo. Infine agevole l'anello tra Pietra e Sole cioè Scandalo, abilmente dissimulato tra pietra dello scandalo (evangelico) e scandalo al sole (filmico).
Pindarico l'anello Zerovero che annoverava Vergine e Processo chiuso con Norimberga!
Divertente la correlazione tra Volta e Gallina nella fattispecie di Cervello per due modi di dire un po' obsoleti.
Ovvia invece la soluzione tra Dente e Spaziale ossia Capsula che del tutto eccezionalmente era già in prima pagina di ricerca Google per i due termini dell'anello della non facile catena.
Demenziale e introvabile l'anello difficile tra Cervo e Foglio ovvero Volante. Non ancora presente su Yahoo Answers alle 10.40.
Una grazia ricevuta l'anello tra Fiore e Lampada ossia Stelo, facile facile.
Botta e risposta zerovero agevole tra Bastone e Acida ovvero Pioggia.


Ma continuiamo la lettura di una nuova maxi-puntata di Come una fontana.
Eventualmente, si può trovare la prima pagina iniziale di questo inedito romanzo d'appendice cliccando sul mese di Novembre 2011 nella lista-archivi qui a sinistra.
Vicino alla stessa immagine femminile di questo post c'è la spiegazione di come ottenere gratis l'intero e-book in formato pdf.



(-Da pagina 15-)


Ci siamo informati sul corso di paracadutismo, di cui abbiamo letto sul giornale. L’incaricato ci ha detto quali requisiti occorrono. Li abbiamo annotati. Poi Lorenzo gli ha chiesto:
“Ma il paracadute, si apre sempre?” Quello ha sorriso canzonatorio:
“Qualche volta no.”
“Troppo aleatorio. - ha concluso Lorenzo, rivolgendosi a me - Meglio la rivoltella.”
Lo abbiamo lasciato lì, con la sua espressione ebete.
Il suicidio. Ne parliamo spesso. Questo vi dice che non lo faremo mai. Ma ci disturba l’idea che ci si uccida per debolezza. Per paura. Per disperazione. Che, nei confronti di chi si ammazza, ci si esprima sempre o con pietà o con durezza. Mai con ammirazione.
L’anno scorso, Hemingway si è tirato una fucilata. Il fatto era considerato così umiliante, che, lì per lì, hanno cercato addirittura di darci a intendere che gli fosse partito un colpo mentre puliva l’arma. Pensa te. Dopo, sono fioccati i giudizi di condanna. Non gli perdonavano di aver tradito la leggenda di vitalismo che aveva creato su di sé. È che fisicamente era ormai disfatto dall’alcol e non ci stava più con la testa. Non avrà sopportato la prospettiva dell’invalidità. O forse, ancor più, quella della sterilità creativa. Mi ricordo di aver letto che, un giorno, la moglie Mary lo aveva scoperto a piangere davanti alla macchina da scrivere. Il foglio era ancora bianco. In tre ore non era riuscito a buttare giù niente. Non arrivava più a costruire le frasi. Non era più capace di dominare le parole. Lasciava la carta vuota oppure ci sbrodolava sopra torrenti di parole. Lui, il maestro di concisione. Il brillante corrispondente di guerra. Il romanziere facondo. Il premio Nobel. Ormai scazzava di brutto. Metteva insieme solo sproloqui sconclusionati. Gli editori li ricevevano con imbarazzo. Non sapevano che farsene. Dev’essere terribile.
Anche il padre di Lorenzo si è sparato in un momento di depressione. Con la pistola. Perché temeva di avere un male incurabile. O l’aveva davvero. Evidentemente non si sentiva abbastanza forte per affrontare il dolore fisico. Pure lui, come Papa, ci aveva provato più di una volta. Erano sempre riusciti a impedirglielo. Ma un giorno si sono distratti. E lui è evaso per sempre dalla propria paura.
Pavese ha detto che non ci si uccide per amore, ma per mancanza di amore. Lui se ne intendeva. Lo ha dimostrato, saltando dalla finestra di quell’albergo. Per malinconia, per fragilità di carattere, per incapacità a stabilire rapporti umani. Così dicono. Insomma sempre storie di prostrazione. Gente vinta dalla vita. Noi invece vorremmo che il suicidio fosse un gesto eroico. Epico. Un rifiuto sprezzante. La suprema protesta.
“D’altra parte - obietta Lorenzo - nelle situazioni bisognerebbe trovarcisi, per valutare. Si fa presto a teorizzare di eroismo sulle disgrazie altrui. Voglio dire: tu stai qui, sano come un pesce, anch’io, intendiamoci, e filosofeggiamo sulla viltà di chi rifiuta la vita, sul coraggio necessario per affrontarla ogni giorno. Ma cosa ne sappiamo noi di come si può sentire uno che sa di avere i giorni contati e davanti a sé solo sofferenza? Dico Hemingway o anche mio padre. Pare che il cancro alle ossa provochi dolori lancinanti. Lo scheletro ti si frantuma con niente e tu finisci in un letto, incapace di muoverti, a vivere nel tormento di un costante presente, perché il passato non c’è più e il futuro non ci sarà mai. Unico possibile sollievo la morfina. Altro che eroismo! Bisognerebbe essere dementi, per non spararsi. Passare gli ultimi giorni a sorseggiare la morte, come una bibita fresca? A gustarne il sapore? Ce lo vedi Hemingway a centellinarsi il degrado fisico, la tortura che gli sarebbe toccata, invece del moquito o del rum cubano? Mio padre, uguale. Era un uomo pieno di vita, un uomo d’azione. Me lo ricordo, da bambino. Come vuoi che si rassegnasse all’immobilità, al vegetare penoso. A essere di peso agli altri.”
“Eh, sì. - convengo - Dev’essere difficile da tollerare. Però questo vale per il suicidio come atto istantaneo. Ma ce ne sono altre forme, che si consumano nel tempo e sono meno comprensibili. Penso agli alcolisti, per esempio, che si uccidono un po’ per volta, o agli eroinomani. Ma anche a mio padre, in un certo senso. Quando aveva poco più di quarant’anni gli avevano diagnosticato una grave forma di angina pectoris e gli avevano proibito il fumo, il caffè, i grassi saturi. Gli avevano detto che, altrimenti, avrebbe avuto i mesi contati. Lui se n’è fregato allegramente. Ha continuato a fumare cinquanta o sessanta sigarette al giorno. Anche di notte, perché soffriva d’insonnia. A bere non so quanti caffè, quasi come Balzac. A mangiare carne di maiale e sughi preparati col lardo. Insomma a fare tutto quello che gli avevano vietato, pena la morte. Addirittura se ne vantava. Diceva: secondo quei coglioni di medici sarei dovuto morire vent’anni fa e invece sto benissimo. Se vogliamo, quelli avevano solo sbagliato data.”
“Non lo so se, in quei casi, ci sia una specie di cupio dissolvi. O forse semplicemente certe persone considerano primario il proprio piacere attuale e non basta la paura della morte a farli rinunciare a goderselo. Tanto sanno che la morte arriverà comunque. È solo questione di tempo. E poi, è meglio vivere a lungo o vivere bene? La quantità o la qualità della vita? Difficile dirlo. Ma non mi pare che tutto questo abbia a che fare col suicidio.”
Così siamo tornati al tema centrale della nostra discussione e io ho raccontato a Lorenzo quello che so a proposito della morte volontaria in Giappone:
“I kamikaze, nell’ultima guerra. Sai che il nome vuol dire ‘vento divino’? Nel tredicesimo secolo, era stato chiamato così il tifone che, affondando le navi di Gengis Kahn, aveva impedito l’invasione dell’arcipelago. Be’, quelli consideravano la vita un bene che non apparteneva a loro, ma al Tennô, il Dio vivente. Noi diciamo Imperatore, ma, in giapponese, è un concetto più simile al nostro Papa che a un re. Quindi, scagliandosi coi loro piccoli aerei contro le navi nemiche, non si suicidavano. Rendevano la vita a lui. È la massima testimonianza della superiorità dello spirito sulla materia. I Giapponesi ne sono convinti.”
Non avevo ancora letto quello che i giovani piloti delle missioni suicide avevano scritto ai familiari, prima di partire per l’ultimo volo. Avrei scoperto, anni dopo, che la politica e la propaganda militarista, in una parola il Potere, se ne sbatte dell’individuo, in qualunque parte del mondo. Anche in Giappone.
Per fargli capire le varie implicazioni del concetto giapponese di suicidio, gli ho raccontato dei Quarantasette rônin. Se non ve ne frega niente, potete fare come si faceva a scuola con le gride nei Promessi Sposi. Saltate il pezzo e passate oltre. Però sarebbe un peccato, perché è una bella storia. E breve, anche.

Dunque è andata così. Asano, signore del feudo di Akô, doveva recarsi al palazzo dello shôgun, per presenziare a una cerimonia ufficiale. Fate finta un ballo a corte. Non era così, ma dico per capirci. Nel Settecento, lo shôgun era il capo effettivo del Giappone. Mica l’Imperatore. Come quando, in famiglia, uno dice: il capo sono io, ma chi comanda è mia moglie. Asano, che viveva in provincia, non conosceva le regole dell’etichetta. Quindi chiese istruzioni a Kira, maestro del cerimoniale. Siccome però, quando era andato da Kira per fare ‘sta richiesta, non aveva - come suol dirsi - bussato con i piedi, quel fetente gli diede, di proposito, delle storte. Ovvio che, quando se ne rese conto, a Asano gli girarono non poco e ferì Kira alla fronte con la spada. Ma, facendo questo, aveva violato il divieto di estrarre l’arma nel palazzo dello shôgun e così gli fu ordinato di suicidarsi col rituale del seppuku. Che sarebbe quello che noi di solito chiamiamo harakiri e consiste nell’aprirsi il ventre con la spada. Insomma una robina da niente. Ma lì c’era poco da discutere. Oishi, il più fedele dei suoi samurai, arrivò giusto in tempo, per sapere l’accaduto e assistere al suicidio.
Secondo la regola tradizionale, tutti i samurai di Asano avrebbero dovuto fare seppuku come lui, per protestare contro l’ingiuria che gli era stata fatta. Può sembrare paradossale, ma funzionava così. Tu mi hai offeso e io, per vendetta, mi suicido. C’è mica tanto da ridere. L’onore prima di tutto. Si lavava l’onta nel sangue proprio, anziché in quello altrui. Però a Oishi ‘sto sistema non doveva andargli tanto a genio e decise di vendicare il proprio signore, uccidendo Kira. Insomma un’idea un po’ più vicina alla nostra mentalità. Dovete sapere che i samurai senza padrone, come erano diventati quelli di Asano, prendevano il nome di rônin, cioè ‘uomini onda’. Oishi selezionò dunque i quarantasette più fidati e organizzò la punizione del puzzone.
Per essere sicuri di fottere Kira, prima di tutto bisognava sviare i suoi sospetti. I rônin dunque si dispersero e, per circa un anno, condussero una vita vergognosa. Chi frequentava bettole e casini. Chi partecipava a risse infamanti. Chi viveva di elemosine, chi di rapine. Intanto la sorella di uno di loro si era fatta assumere da Kira come domestica e concubina, per fare la spia al fratello sul momento più propizio all’attacco. Finalmente, la notte del 14 dicembre, sotto una bufera di neve, quando Kira, ormai sicuro della propria impunità, aveva dato una festa e anche le sentinelle si erano ben bene inciuccate, i quarantasette rônin assaltarono il palazzo. Dev’essere stato come rubare le caramelle ai bambini. O quasi. Sbaragliarono ogni difesa e raggiunsero la camera di Kira. Lui non c’era, ma il suo letto era ancora caldo. Cercarono per la casa e scovarono ‘o malamente, nascosto in un capanno per il carbone. Lo riconobbero dalla cicatrice che aveva in fronte. Gli ordinarono di fare seppuku, ma il cagasotto rifiutò. Allora gli mozzarono la testa con la stessa spada che era appartenuta al loro signore. Quindi andarono sulla tomba di Asano, dove deposero la testa e la spada.
In riconoscimento del loro onore, lo shôgun, anziché punirli, decise che si dovessero suicidare mediante seppuku. Se non è zuppa è pan bagnato, direte voi. Sempre morti sono finiti. Invece c’è una bella differenza, se ci pensate. Loro eseguirono e sono tutti sepolti accanto al loro signore.

(-Continua-)



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domenica, febbraio 12, 2012

 

Come una famosa fontana di Treviso


Ecco qui una fotografia ravvicinata della fontana delle tette di Treviso, riportata da Wikipedia insieme a tante altre notizie relative alla storia di questa intrigante scultura. Consiglio di consultare l'articolo, ricco di dettagli didascalici. Visti gli impieghi passati della fontana, sarebbe interessante averla in prestito a Riccione, magari per Ferragosto: un gemellaggio in tal senso sarebbe un'eccellente mossa pubblicitaria per Trebbiano, Sangiovese e la Romagna tutta. A meno che gli assessori trevigiani ci prestino la statua già corredata di una cospicua riserva del loro Prosecco da far sgorgare dalle mammelle! Peraltro anche il comitato di Viale Tasso potrebbe organizzare una sottoscrizione per dotare stabilmente la Perla Verde di una copia del monumento e del concetto, molto più allettante che la fontana di Bruxelles.
Ma ora concentriamoci sulla successiva puntata del famoso romanzo d'appendice "Come una fontana".


(-Da pagina 13-)


Era solo per dire che i miti acquatici sono innumerevoli. Ogni tanto me ne servo per le mie storie. Ultimamente però ho ideato un racconto circolare, in cui l’acqua non c’entra. Dove un Pensiero Pensante crea, immaginandola, ogni cosa visibile ed invisibile e, da ultimo, l’uomo. E l’uomo, a sua volta, inventa il proprio Pensatore. Se vogliamo, non è altro che la diversa chiave di lettura di una storia già nota. Ma a me piace.

LA STANZA BUIA
Ad un tratto si rese conto che non c’era niente. Solo buio e silenzio. Era così da sempre, ma non ci aveva mai fatto caso. Ora invece gli sembrò intollerabile. Cominciò a pensare un cielo stellato e pian piano gli apparvero un’infinità di punti luminosi disseminati dovunque. Gli piacque e immaginò di attraversare lo spazio in tutte le direzioni, verso l’uno e verso l’altro, senza fermarsi mai, muovendosi nell’abisso delle tenebre come un vento leggero.
Insistette a lungo in questa fantasia. Poi si figurò di trovarsi su una immensa distesa d’acqua le cui onde salivano fino al cielo per sprofondare in gorghi vertiginosi, così che non vi era più separazione fra sopra e sotto e il silenzio fu sopraffatto dal fragore degli elementi. Fu contento di quella visione, ma poi decise di rasserenare il cielo e calmare le acque, rivolgendo la sua mente alla terra. Pensò una striscia di sabbia fine lungo il mare e più oltre alberi carichi di frutta, erba verde e fiori variopinti e al di là della pianura montagne con torrenti e laghi e su tutto la luce abbagliante e calda del sole. Era bello il sole. Tanto bello da rendere piacevole anche il buio e immaginò che sul paesaggio calasse la notte e ai raggi folgoranti subentrasse il debole chiarore della luna. Poi pensò gli animali che si muovevano furtivi nelle tenebre e quelli che stavano nascosti per apparire solo alla luce del giorno, quelli che cacciavano e quelli che erano cacciati, secondo un eterno avvicendamento, che scambiava di continuo i ruoli. E, in mezzo a questo movimento inarrestabile di esseri viventi, immaginò un uomo, seduto accanto al fuoco, immobile.
L’uomo ascoltava il respiro pesante della donna addormentata al suo fianco, il crepitio delle fiamme e gli altri mille rumori della notte piena di insidie. Fissava l’oscurità tutt’intorno a sé e improvvisamente ebbe paura. Tutto era uguale a sempre, ma in quell’istante, per la prima volta, si sentì solo e indifeso e gli parve terribile. Allora, mentre il corpo gli si copriva di sudore e l’angoscia gli opprimeva l’anima, guardò il cielo trapunto di stelle e immaginò che da qualche parte, nel buio e nel silenzio senza fine, qualcuno stesse pensando a lui.


La Morte non mi fa paura. L’ho incontrata già più volte. Anzi, per la verità, incontrata mai. Mi è solo passata vicino. Per questo credo ancora che sia un evento che non possa toccarmi personalmente. Che, se venisse per granfiarmi, io sarei altrove. Finora è stato sempre così. Quando arrivava, io non c’ero. Mia madre andò a raggiungerla in un’altra città. Senza immaginare di avere un appuntamento del genere. Di mio padre ho già detto. Per mia nonna, me n’ero andato io. Idem per le zie. Comunque, avveniva da un’altra parte. Poi c’è quel detto di non so chi, secondo cui finché ci sono io non può esserci Lei e quando ci sarà Lei non ci sarò più io. Come ragionamento non fa una grinza. Anche se mi convince fino a un certo punto. Diciamo che non me ne preoccupo.
Con Lorenzo andiamo per cimiteri. Cerchiamo quelli piccoli, di campagna. Ai lati dell’ingresso o dentro, ci sono quasi sempre un paio di cipressi. Come dita puntate verso il cielo. Uno j’accuse della terra. O un ordine perentorio. Notre Père qui êtes aux cieux, restez-y!
Il cipresso è un albero che amo. La sua simbolica dirittura. Per questo mi attrae la campagna toscana. Piena di filari di cipressi. Non verso i camposanti. Ma alle pievi. Le case. A parte Bolgheri. O il paesaggio dell’Umbria. Ce n’è sempre qualcuno sulle colline. Come nello sfondo dei quadri del Cinquecento. Fin da piccolo, nelle riproduzioni sui libri di casa, mi piacevano quelli dipinti da Van Gogh. Verdi fiammate verticali. Ho pensato dopo alla lucida follia, che stava dietro quelle immagini.
Dunque i cimiteri. Li visitiamo nella canicola del primo pomeriggio. Quando la natura sembra schiacciata sotto il peso della calura e dall’erba bruciata rimbalza il ronzio assordante del solleone. Guardiamo le tombe. Quelle murate, con le lapidi naïf e le vecchie foto, che sembra siano state fatte solo per quell’uso. Ma soprattutto quelle scavate nella terra. Sovrastate da croci in ferro battuto o in pietra. Sbilenche, consumate, coi nomi resi illeggibili dalle piogge e dal sole. Ancor più intristite da rozzi fiori in plastica sbiaditi dalle stagioni. Pallide rose aniliniche. Improbabili crisantemi ingialliti. Chi li ha deposti confidava nella perpetuità dei propri finti ossequi una tantum. La falsa pietas smascherata dalla caducità dei simulacri sintetici. E su tutto aleggia l’odore della decomposizione. I fiori che appassiscono nei vasi d’acqua marcia. O altro.
Ho assistito alla riesumazione delle salme dei miei bisnonni.
Fin da piccolo, la mia goduria massima: i film dell’orrore. Cripte. Non-morti. Esseri mostruosi. I miei due primi ricordi cinematografici sono di paura. Il mago di Oz e Il fantasma dell’Opera. La faccia verde della Strega dell’Ovest e la maschera di Claudin fra le macerie, alla fine. Terrore puro. La mia attrazione fatale. Da allora in poi. Ancora adesso. La mia prima grande delusione: non essere stato ammesso a vedere King Kong. Avevo cinque anni. Quelli del cinema avevano detto che era troppo impressionante per un bambino piccolo. Io mi ero offeso. Bambino piccolo chi? Ragionavo già come un grande. Mi sentivo perfettamente in grado di assistere a qualunque scena. Soprattutto quelle riservate agli adulti. Avevo visto il manifesto. Lo scimmione che teneva in mano la donna discinta. Mi ci incantavo davanti. A fantasticare. Morivo dalla voglia di sapere che cosa le avrebbe fatto. Con un trucco, ero riuscito a intrufolarmi nel buio della sala. Avevo raccontato che dovevo cercare una mia zia che era dentro. Le maschere mi conoscevano. Mi avevano lasciato fare. Mi ricordo che, in quel momento, sullo schermo c’era la lotta fra due animali preistorici. I dinosauri, un’altra mia passione. Ho fatto appena in tempo a vederli, che sono venuti a prendermi per mano e mi hanno riaccompagnato fuori. Loro agivano con le migliori intenzioni, si sa. Ma io mi sono sentito vittima di un’ingiustizia. Che quella disparità di trattamento rispetto ai grandi fosse intollerabile. Dopo, continuavo a ripetere: “Diventerò pur grande anch’io, un giorno!” Come una minaccia rivolta agli adulti. Volevo avere gli stessi loro diritti. Non sapevo che quella era una minaccia solo per me. È stato così che King Kong è diventato il mio cult-movie per eccellenza. C’ho messo una vita per arrivare a vederlo.
Non ho dimenticato neanche la mia rabbia di dodicenne, quando mi vietarono Il mostro della via Morgue. Divieto ancora più iniquo, perché ormai ero grande. Scoprii in seguito che il filmaccio era pasticciato fra Poe e il Dottor Jekyll, ma allora ero morbosamente attratto dall’idea della scimmia che squartava le donne. Sesso e sangue. La voluttà sadica dei ragazzini. Qualche anno prima mi ero anche battuto inutilmente per ottenere che una zia mi portasse a vedere Duello al sole. Avevo captato il racconto del finale, fra le donne di casa. Volevo vederlo ad ogni costo. Amore e morte. Immaginavo chissà quali scene proibite. Necrofilia infantile.
Con tutto questo non intendo dire che l’incombenza cimiteriale degli avi mi avesse entusiasmato, ma l’avevo accettata senza tante pippe. Senonché la realtà supera ogni sceneggiatura. Cielo nuvoloso. Foschia. Un piccolo camposanto. Fuori dalle mura di una rocca medievale. Una tomba antica, nobiliare. Fatiscente stanza sotterranea. Guardavo attraverso l’ingresso scoperchiato. Sembrava che dovesse comparire Dracula, da un momento all’altro. Invece no. Il becchino aveva le madonne. A dover rovistare con la pala nella fanga. Si capiva che non lo entusiasmava sguazzarci in mezzo. Le bisce, che disturbava nelle loro tane, si avvolgevano intorno al manico. Io, che ho orrore dei rettili! Tutto quello che striscia. Mi fan schifo anche i lombrichi. Potete immaginare. Lui invece le schiacciava senza turbamenti. Mentre cercavano di mordergli gli stivali di gomma. Non faceva una piega. Le tagliava in due. Solo che lo infastidivano. Porconava perché gli facevano perder tempo. Tracannava a garganella dalla boccia di vino che teneva nel tascone del giubbotto. Un sonoro rutto, poi demoliva il legno fradicio delle bare, senza tanti complimenti. A badilate. Raggiungeva l’ossame scomposto. Riassunti di scheletri. Avanzi di costole. Tibie, forse. Due teschi. Ho pensato alla Signora dalle camelie. E alla scena del cimitero in Amleto. La poesia esorcizza le paure. Anche Dumas e Shakespeare dovevano avere qualche problema.
Invece qui, nella luce abbagliante, nell’immobilità panica, la morte ha una dimensione diversa. Cosmica. Astratta. Non connessa con i corpi che si disciolgono lentamente dentro i loculi murari o che ingrassano il terreno sotto i nostri piedi. Un concetto filosofico. Che si concentra in una domanda. Che cosa rimarrà, dopo?
“Concime.” sentenzia Lorenzo. Io non sono del tutto d’accordo. Distinguo la materia dal resto.
“L’anima immortale?” ironizza lui.
“Qualcosa di simile. Energia pura. Magnetismo. Non so. Niente di individuale. Non morti che guardano e ascoltano. Ma forze. Onde elettromagnetiche, ecco. Che possono interagire col mondo fisico.” L’ho toccato nel punto sensibile. Lorenzo ha una mente scientifica. Una vera fede nella chimica, nella fisica. La mia idea lo alletta:
“Perché no? Magari ascoltiamo la radio grazie all’anima de li mortacci nostri.” ridacchia luciferino.
In realtà, io penso più all’amor che move il sole e l’altre stelle, ma non glielo dico. Scorriamo con lo sguardo sulla pianura circostante. Nessuno. Abbiamo l’illusione di essere gli ultimi sopravvissuti della razza umana. Che tutto si sia semplificato d’incanto. Forse non dovremo più tenter de vivre. Difenderci. Lottare. Senza sapere neanche perché.

(-Continua-)

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martedì, febbraio 07, 2012

 

Think different, think Riccione




Parafrasando una celebre frase pubblicitaria di Steve Jobs, qualcuno ci ha già provato
con un bel corto assai goliardico, moderno ed efficace, che non lascia indifferenti.



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lunedì, febbraio 06, 2012

 

Riccione ghiacciata come una fontana


Bosco della pioggia ghiacciato
Clicca qui per migliori immagini della fontana sorbetto
Da ormai molti anni nessun film viene più ambientato o girato a Riccione. Davvero peccato. Nel romanzo che pubblico a puntate su questo blog, ci sarebbero spunti sufficienti a produrre un'intera serie (minimo 10-12 puntate) di fiction di successo. Manca solo che un novello Sergio Leone legga queste storie e decida di rappresentarle in una nuova produzione in stile Amarcord oppure Amici miei o magari Kagemusha. Proprio per questa ragione ogni lettore capitato qui può copiare-incollare in sequenza ad uso personale le singole parti o addirittura richiedere (tramite e-mail nei commenti) il file intero in formato doc o pdf per una lettura, una stampa od uno sfruttamento copionistico in perfetta violazione del copyright (tanto ormai tutti -vedi ballando- copiano qualsiasi buona idea).
Così quando finalmente uscirà il film molti, moltissimi potranno dire: "Ho letto il libro e non mi è piaciuto. Vediamo un po' com'è la trasposizione cinematografica?"


(-Da Pagina 12-)
Lorenzo è ateo. Non affronta il problema filosoficamente. Non sposa le tesi di un pensatore piuttosto che di un altro. Non cerca di dimostrare l’inesistenza di Dio. Non ci crede e basta. E odia i bacherozzi chiesastici. Li conosce bene. Ha studiato in convitti gestiti da loro. Non luoghi per ricchi. Tutt’altro. Esercita la sua protesta impotente in modi singolari. Dei blasfemi orali vi ho detto. Ma c’è anche lo scritto. Infila nella cassetta delle elemosine, in chiesa, biglietti pieni di bestemmie. Mi fa pensare a Rimbaud. Ai Merde à Dieu, che scriveva sulle panchine dei giardini pubblici. Gliel’ho raccontato. Ovviamente ha approvato l’iniziativa.
Una volta, in uno dei collegi dove è stato, gli hanno rubato una camicia. Quando ha denunciato il furto subìto, l’ecclesiastico che lo dirigeva se n’è fregato:
“Cosa possiamo farci, figliolo? Ci vuole pazienza.”
Forse non c’aveva nemmeno creduto. Per vendicarsi, prima di partire per le vacanze, Lorenzo ha tolto la tenda di seta da un confessionale e ci si è fatto confezionare un’altra camicia. Al rientro nel convitto, un giorno il direttore gli fa:
“Avevi proprio ragione sul furto. Non c’è più rispetto nemmeno per le cose sacre.”
“Perché? - chiede lui - Cos’è successo?”
“Qualcuno è arrivato al punto di rubare la tenda da un confessionale.”
“Possibile? - trasecola Lorenzo, che ce l’aveva addosso - Che ci fa uno con una tenda di confessionale? E com’era?”
“Chissà che cosa passa per la testa dei vandali. Era una tenda normale, bordeaux. Un colore tipo questo.” e indica la sua camicia. Lorenzo si altera istantaneamente:
“Cos’è, vorrà mica dire che è questa, per caso?” Il prete a scusarsi:
“Ma no, sei pazzo? Che cosa vai a pensare? Lo so che tu sei un bravo ragazzo. Ma purtroppo non sono tutti come te.”
Io, invece, no. L’ho detto: esistenzialista. Quasi cattolico. Nel senso che ho preso le distanze da Santa Romana Chiesa. Ho letto tutti i romanzi di Mauriac. Ne ho condiviso i travagli. Ma poi mi sono discostato. Non credo nella funzione della preghiera. Dio sa. Polemizzo aspramente sui concetti di peccato e punizione. Sono inconciliabili con l’immagine che ho di Dio, centro di giustizia suprema. Liquido come ridicoli il Paradiso e l’Inferno. Nella dimensione dell’Assoluto, non concepisco né premi né castighi. Critico la confessione e la comunione. Invoco Freud e le riletture in chiave antropologica. La psicanalisi e i riti cannibalici. Cerco di affrancarmi dai condizionamenti ricevuti, è chiaro. Discuto molto con Lorenzo. Anche se lui odia i dialoghi alla Platone e, come dicevo, va facilmente su tutte le furie, quando la mia dialettica lo mette con le spalle al muro.
Ne ragiono anche con Lisa, che è comunista, ma non atea. Una nostra amica ci prende in giro bonariamente. Perché, dice, pensiamo a Sant’Agostino e all’immortalità dell’anima, anziché a trombare. Quando andiamo al cinema con lei e il suo ragazzo, li vediamo perennemente impegnati in una reciproca ispezione corporale. Noi guardiamo lo schermo. Inutile pretendere di commentare il film con loro, all’uscita. Vedono una minchia. Nel vero senso della parola. Noi, invece, cerchiamo di interpretarne i significati meno palesi.
Per esempio, eravamo andati a vedere La notte di Antonioni e dopo sostenevamo due tesi opposte sulla simbologia del finale. Quell’accoppiamento quasi animalesco dei due protagonisti.
“È il segno del superamento della loro crisi matrimoniale. - fa lei - Attraverso il ritrovarsi dei corpi, si creano i presupposti per ricostituire l’unione.”
“Non mi pare proprio - dissento io - Secondo me, quello è solo un atto meccanico che anzi esprime in modo tangibile la disperazione dell’amore irrimediabilmente finito. E anche la solitudine dell’uomo senza Dio, che ritengo sia un tema centrale della filmografia di Antonioni, nonostante il suo apparente ateismo.”
“Così lo confondi con Bergman. Dove la vedi la ricerca di Dio? Non è mica Il settimo sigillo. No, quello che fa Antonioni è una critica marxista del neocapitalismo. È il vuoto dell’esistenza borghese a interessarlo. Pensa a L’avventura. Dio non c’entra.”
Gli amici non capivano neanche di che cosa stessimo parlando. Avevano fatto in tempo sì e no a leggere il titolo. Per loro un film valeva l’altro. Era solo la scusa per stare un’ora e mezza in un posto buio e tranquillo a manipolarsi a vicenda.
La diatriba fra noi due non aveva avuto esito. Alla fine, ognuno era rimasto della propria opinione. Come in ogni discussione filosofica che si rispetti. Siamo tornati sull’argomento recentemente, dopo aver visto L’eclisse.
“Con questo si conclude la trilogia dell’incomunicabilità. - fa Lisa - Non trovi che abbia espresso magistralmente il malessere esistenziale dei personaggi, attraverso la loro alienazione da sé stessi? Qui la metafora dell’eclisse dei valori morali nella società borghese è fin troppo scoperta. La demenziale corsa per la conquista del denaro diventa l’unica ragione di vita, per individui dalle esistenze ormai svuotate di ogni significato.”
“È vero. I lunghi silenzi e l’inutilità dei gesti convenzionali esprimono bene la nevrosi dei personaggi, incapaci di affetti perché privi di sentimenti. Però, insisto, che Antonioni se ne renda conto o no, è l’assenza di Dio, il suo abbandono della società capitalista, che la condanna a questa noia metafisica.”
“Mi sembrate scemi, tutti e due.” fa la nostra amica. Come al solito, lei e il suo ragazzo avevano guardato niente. Ma si erano divertiti più di noi. Sicuro.
Dopo, mentre passeggiavamo, Lisa si è fermata davanti alla vetrina di una gioielleria. Voleva che le comprassi una fede d’oro. Pur sapendo che non ho un ghello. Pur criticando i luoghi comuni borghesi. Pur professandosi comunista. Pur ammirando la critica del neocapitalismo fatta da Antonioni. Ancora una volta, ho pensato che parlare è inutile. Che fra parola e azione non c’è nessun rapporto consequenziale. Che la coerenza è una dote rara. O lei avrà privilegiato la simbologia? L’anello come parte di una catena. Allegoria di un vincolo. Ho poi finito per regalargliela. A prezzo di sacrifici indescrivibili. Rinunce e privazioni. Ma non ha migliorato il destino della nostra storia. Il simbolo è risultato inutile.
Tornando a Dio, dibattiamo il tema della conoscenza. Dubito ergo sum. Nihil est in intellectu quod non prius fuerit in sensu. E via filosofeggiando. Anche Cartesio, naturalmente. Siamo entrambi freschi di studi. A sentirci, verrebbe da chiedere perché non uniamo un po’ meno le menti e un po’ più i corpi. Ci vuole pazienza. Siamo fatti così. Io do un mio contributo originale alla tematica teologica. Cerco di espandere la conoscenza. Allargare i confini della speculazione. Uscire dall’autoghettizzazione del Cristianesimo. Questa pretesa di essere i depositari dell’unica Verità e che tutti gli altri siano dèi falsi e bugiardi condanna all’isolamento. Non sono d’accordo, per esempio, sul fatto che nelle scuole, fra le materie d’insegnamento, ci sia Religione. Cioè la religione cristiana. La sola. E le altre? Si dovrebbe insegnare Storia delle Religioni, piuttosto. Tutte. Grandi e piccole. Ho una visione ecumenica, io.
Mi attraggono molto i miti. A qualunque cultura appartengano. Metafore poetiche per esprimere la Verità. Il veicolo attraverso il quale Dio si rivela. Con immagini facilmente comprensibili dalle menti umane. Non aneddoti fantastici, dunque, ma vita rivelata. Fatti reali. Accaduti in un tempo prima del tempo. Anche quelli della Bibbia e dei Vangeli. Degli indù dei mussulmani dei buddhisti. E le mitologie celtiche norrene greco-romane o degli indiani d’America e dei negri africani. Leggo tutto quel che trovo. Me ne approprio. Assimilo. Rielaboro. Li riferisco a Lisa. Soprattutto quelli incentrati sull’acqua. Chissà perché.
Per esempio, ho letto una leggenda degli Achomawi: in origine non c’era che acqua e nebbia e Volpe Argentata, con la sola forza della propria mente, creò la prima zolla di terra. Una dei Dogon: il dio Amma, all’inizio della loro cosmologia, penetrando il grembo della terra col proprio seme d’acqua, generò i Nommo, metà uomo e metà serpente. Poi c’è il mare primigenio dello Shinto, nel quale Izanagi e la sorella-sposa Izanami immergono la lancia-perla, generando i figli-isole. E Oceano, il grande fiume dei Greci, che circonda la terra ed è fonte di tutte le acque. Da cui forse l’acqua pensata da Talete come principio primo di ogni cosa. Come dite? Rompo i coglioni? Non ve ne frega niente. D’accordo, d’accordo! Smetto. Eh, che sarà mai? Solo poche righe, in fondo. Avrete imparato qualcosa di nuovo, no?
(-Continua-)

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sabato, gennaio 28, 2012

 

Cuccare sulla spiaggia, oggi mission impossible?






Occorre ammettere che "Come una fontana" affronta una problematica giovanile sempre attuale, pur sfiorando appena un certo orientamento sessuale che riguarda forse il 10% della popolazione.
Ho trovato (vedi sopra) un arguto cortometraggio "Lucky or not" (costretto, per regolamento di concorso, entro una durata massima di 90 secondi) che con sottile ironia mostra gli incerti di quell'attività tra la pesca e la caccia, che viene praticata volentieri a Riccione da ogni persona, in ogni classe di età, turista o indigena che sia.
Ma continuiamo la storia con un'altra puntata, davvero a luci rosse...


(-Da pagina 10-)

Intanto immagino le forme procaci di Maria Grazia, sotto il vestito. Lei, così per bene, con le mutande a mezza gamba. A rotolarsi con me su quel tappeto, dove adesso tiene i piedini uniti. A squadernare l’astuccio che nasconde gelosamente tra le cosce. La pelosona all’aria. A farsi lappare il pirulino. E la natalizia che aspira lo sfilatino di Lorenzo. Che se lo trinca a tutta gargana. Un’orgia in piena regola. Con tanto di changez la femme. Come una quadriglia porno. Io che trombo Natalina more ferarum e lei che fa una lingua a Maria Grazia, infornata specularmente da Lorenzo. Tutto questo mentre sorseggio il tè. Se mi vedessero dentro la testa!
Come per caso, le vestali ci rivelano che sono fidanzate.
“A scuola, avevo una cotta per lui. - fa Maria Grazia all’amica, accennando a me - Lo sapevi?”
“No. - dico io - Mai neanche sospettato.” È la verità. Tutto avrei immaginato, meno che di essere stato oggetto delle voglie immature della ex pienotta.
“Tutte eravamo innamoraaate di te.” Rincara lei. Che sia uno sguardo sognante, questo che ha mentre pronuncia la parola? Sembra uno sguardo sognante. Si sa, le fanciulle in fiore si sbrodolano sotto, quando parlano di amooore. Non conta se, in realtà, pensano a qualche decimetro di carne bella rigida. Lo stereotipo le commuove. C’hanno alle spalle l’inconscio collettivo di qualche secolo di poesia cavalleresca. Di cantate melense. Con le rime in -ore.
Rivado con la memoria ai tempi delle medie. Ero il primo della classe. Fine, carino. Sempre vestito come Il piccolo lord, in mezzo a quei buzzurri. Chissà, forse gli tiravo davvero. Ma sono convinto che preferissero i ragazzotti dai giochi violenti e gli scherzi salaci. Quelli precoci che glielo facevano già vedere dietro i cespugli. Che gli buttavano per aria le sottanine e cercavano di mettere il diavolo nel ninferno. Senza tanti complimenti. Come avevo visto fare una volta da un piccolo coetaneo. Un teppistello biondo che chiamavano ‘il tedesco’, per via della madre: “Togliti le mutande, che ti chiavo.” aveva ordinato alla pischellina, estraendo dalla bottega il suo dito senz’unghia. Gliel’aveva appoggiato alla fessura imberbe e si muoveva avanti e indietro. Doveva aver spiato i grandi. Naturalmente non era entrato in nessun posto. Ma l’intenzione c’era già.
Con le due sbarbe ci siamo dati appuntamento per uscire. Venendo via, mentre programmavamo dove portarle per fare bella figura con poca spesa, Lorenzo e io eravamo perplessi.
“Secondo te, ci stanno?” ci chiedevamo. “Perché ci avranno detto che sono fidanzate?” Misteri della psiche femminile. Va’ a capire. Per darsi le arie? Perché non ci venissero idee per la testa? O per farcele venire? Dilemmi.
Le abbiamo viste due o tre volte ancora. Ci è sembrato che cercassero marito. Noi non cercavamo moglie. Farci incastrare, proprio no. Maria Grazia, in particolare, credeva molto nella famiglia. Sfido! I suoi genitori filavano d’amore e d’accordo. Sposati da oltre vent’anni. La stronza si sperticava in elogi dell’unione. Il saaacro vincolo. La prooole. Benedizione del focolare domeeestico. Cazzate rancide! Doveva averle sentite in chiesa. S’era bevuta tutto e adesso ce lo spisciolava addosso. Per riportarci sulla retta via. L’avrei voluta vedere, al nostro posto. Due, concubini. Poi forse vi dirò. Un altro, suicida. Se avrebbe avuto voglia di sposarsi. Avere figli. Illegalità a parte, io me le ricordo le liti furibonde. Urla. Porte sbattute. E altro. Le scene di disperazione. Gli inseguimenti. Quando mi avevano fatto spettatore delle loro pantomime. Delle loro ingiurie in differita. Ributtarsi dentro quella trappola per topi? No, grazie!
Come parabola morale, ci raccontava del padre di una sua amica, separato dalla moglie. Che passava da una donna all’altra. Soprattutto giovani.
“Quasi come sua figlia. - diceva scandalizzata - Ma io l’ho visto piangere. Più di una volta. Per la solitudine.”
E giù a descrivere la presunta disperazione di questo qui. Il sesso senza amore. In questi discorsi c’è qualcosa che mi tocca, non dico di no. Ma certo non abbastanza da convertirmi alle sue idee. Senza dire che magari quel manfano recitava la commedia pietosa, per portarsi a letto l’amica della figlia. Come niente. Questo non gliel’ho detto, però ho attaccato coi miei sillogismi. Perché è preferibile evitare matrimonio e procreazione. Senza alludere a me, a noi. Argomenti di carattere generale. Cinici non poco. Poi, la botta finale. Quella che lascia tutti senza parole. Come un cazzotto alla bocca dello stomaco. Che la più grande fortuna è la morte dei genitori. Una vera culata. Un messaggio forte della vita. Diretto. Senza tanti arzigogoli. Un esempio chiaro. Una scorciatoia. Per farti capire. Che sei nato solo e vivrai sempre solo. Perché tu non possa più dire: non lo sapevo.
Lorenzo assentiva convinto. Loro sono inorridite:
“Ma cosa dici?”
Indecise fra compatirmi o scacciarmi con l’acqua santa. Forse si chiedevano se fossi un mostro. Se, per caso, non li avessi ammazzati io i miei. Loro non possono sapere che, qualche volta, l’ho accarezzato davvero quel sogno. Che però non sono arrivato mai a odiarli abbastanza per farlo. Che la mia rabbia muta non è riuscita a elevarsi alla dignità di odio. Alla fine, le piccole bigotte sono rimaste interdette. Non hanno saputo controbattere. La bocca sigillata dall’orrore. Anche quella tra le gambe, forse. È chiaro che non ci siamo fidanzati. Incannato, meno che mai.
L’ultima volta che ho incontrato Maria Grazia, da sola, mi ha fatto uno strano discorso. Sul fatto che Lorenzo sembra pendere dalle mie labbra. L’ascendente che ho su di lui.
“Voi due siete molto legati, eh? - mi fa - Ho notato che avete un gergo tutto vostro. Ma così, quando parlate fra voi, escludete gli altri dalla conversazione. Non è piacevole per chi sta con voi. Non l’avete pensato questo? Se n’è accorta anche Natalina.”
Ora, c’è del vero in quel che dice, non lo nego. Il fatto è che abbiamo dei riferimenti letterari convenzionali. Per lo più scovati da me e poi adottati da entrambi. Per esempio, Lorenzo sluma una e mi dà di gomito. “Utrum peccò di gola o di lussuria?” chiede, inclinando la testa verso di lei. Pochi capirebbero che è una citazione dai Dubbi amorosi dell’Aretino. Io mi giro: la damigella ha effettivamente una gran faccia da bocchinara. Se vi andate a leggere la fonte, capirete cosa voglio dire. Un’altra volta, all’indirizzo di due che c’avevano rotto, ho declamato: “Pedicabo ego vos et irrumabo.”, che è di Catullo. Se sapete il latino avete già capito. Se no, peggio per voi. Poi c’è quell’appellativo di Lorenzo, bàtjuška, babbino, che vi ho già detto. E così via. Espressioni evocative. Solo per noi. Comprensione reciproca. Ma, in fondo, è solo un gioco. Senza malizia. Invece nelle frasi di Maria Grazia coglievo una specie di astio marginale. Un che di allusivo. In poche parole, ho capito che le due pseudosuorine ci avevano presi per culattoni. Ho riflettuto: lui è biondo, esile. Tipo Peter O’Toole. Io ho un corpo da ginnasta. Entrambi siamo contro gli sponsali. In più, non glielo avevamo neanche fatto sentire. Né tentato di mettergli una mano tra le cosce. Comprendevo la delusione. Il sospetto. L’impulso vendicativo. Così impareranno a fare discorsi nuziali! Se ce l’avessero mollata motu proprio, senza tante storie, sarebbe stato diverso per tutti. Invece così si son giocata la minchia. Peccato però, perché potevano essere due belle sbigolate.
Quando ho riferito a Lorenzo la storia delle checche, ci siamo sgangherati dal ridere.
“Insomma, - mi fa lui - pensano che, più che amici per la pelle, siamo amici per le palle.”
“Proprio così. - dico - Magari le amichette andavano su di giri, immaginando che ci facevamo dei rigatoni a vicenda e ce lo mettevamo nel didietro. E loro si sgrillettavano le chitarrine vergini.”
“Vergini?” conclude Lorenzo.

(-Continua-)

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sabato, gennaio 14, 2012

 

Infine trovata la fontana da mettere in copertina


Fontana di Treviso
Finalmente ho trovato la fontana che meglio rappresenta lo spirito e la vena del romanzo "Come una fontana".
Se avete un parere differente o qualcosa di più adatto, non mancate di segnalarmelo nei commenti. Tuttavia dubito fortemente che sia possibile trovare una fontana più rappresentativa.


(-Da pagina 9-)

Dopo la sua partenza, con Monika mi sono scambiato lettere, per qualche mese. Era una ragazza dolce. Mi mandava sue fotografie. Chiedeva le mie. Mi scriveva del suo sgobbo. Della sua vita. Voleva che andassi a trovarla. Figurarsi! Col gelataio cazzuto evidentemente non c’era stato dialogo. Non credo che avessero commentato la Critica della ragion pura. Di me, che non l’avevo infilata, rischiava di innamorarsi. O le piaceva raccontarselo. Me la figuravo, nell’ufficio, confidarsi con le colleghe di lavoro. Leggere insieme le mie lettere. Alla ricerca della nota romantica. Non era facile trovarla. Io riferivo delle mie letture. Di qualche attività culturale più o meno immaginaria. Forse lei si vantava: “Er ist ein Intellektueller.” Non ne doveva bazzicare molti, nel suo ambiente. Buon per lei, del resto. Meglio il genitale dell’intellettuale. Comunque, dopo un po’, l’epistolario ha cominciato a languire. Non sapevo più che cosa inventare. Di fare il Liebhaber non ci pensavo proprio. Così, alla fine, ho smesso di rispondere. Almeno avevo fatto esercizio di tedesco. Perché, oltre che per via paragenitale, lo studio anche sui libri. Per puro interesse linguistico. Mica solo per cercar di chiavare.
È rimasto il dilemma. Mi avrà creduto matto o filosofo? O cazzone?

Lorenzo non è andato in Svezia. Anche perché ha sostituito alla svedesona una moglie italiana insoddisfatta del proprio marito. Trentaseienne. Bionda. Elegante. Bella filiberta. Tipo Grace Kelly. Sono stato io a fargli notare che lei gli ha messo gli occhi addosso. Lui, in questo, è distratto. Per dire che non è stata una conquista laboriosa. Lo riceve a casa. Di sera. Quando il becco è fuori e i bambini dormono. Gli telefona, per dargli il segnale di via libera. Due squilli e riattacca. Consumano in salotto. Su un divano. C’è sempre un po’ di suspense. Un ritorno inatteso, un risveglio imprevisto. Una volta, Lorenzo si è dovuto dileguare attraverso un balcone. Coi vestiti in mano.
Mi racconta tutto. Con dovizia di particolari. Anche intimi, s’intende. “Allora io, allora lei.” Come lo fanno. Dove lo fa sbrodare. Sulla trippa o fra le ciocce. Per non rimanere incinta. Al solito, però, lui idealizza il personaggio. Le trova giustificazioni. Inventa romanticherie. Lei è molto infelice.
“Il marito la trascura.” mi fa.
“Ça va sans dire.” ironizzo io.
“Mi ha detto che la maltratta anche.”
“C’avrei giurato.”
“Non fare lo stronzo. La tradisce con le altre.”
“Poverina!” io, sarcastico.
“Da non credere, eh? Quel tocco di gnocca. E poi raffinata. Invece dice che il marito è un rozzo.”
“Ma va’?”
“Oltre tutto, lei scopa alla grande. Mi fa certi numeri...”
“Perché di te è innamorata.” rincaro la dose.
Lorenzo non realizza: “Me lo ha detto davvero. Che sono il suo primo vero amore.” Io mimo la massima ammirazione. Faccio così con la testa. Come per dire: mecoiòni! niente po’ po’ di meno!
L’amore sì, ma non senza travaglio. La bionda è combattuta. Glielo confessa. Ha i sensi di colpa. Gli racconta che le cadono i capelli. Per lo stress. Forse avrò modo di incontrarne altre, in seguito, di queste Bovary. E di cascarci, anche, nelle loro trappole sentimentali. Buche profonde. Ben mascherate dalle frasche amorose. Dalle quali si riemerge a fatica. Con sofferenza. Ma, per ora, ho le idee chiare. Per certi versi, crescendo ci si guasta. O che si vedono sempre le pagliuzze degli altri, ma mai le proprie travi. Comunque sia, gli demolisco tutto. Implacabile. Solo rappresentandogli la realtà. Senza fronzoli. Gli apro gli occhi. Faccio notare che la colomba ha il viso liscio. La pelle curata. Si vede l’intervento regolare dell’estetista. E gli abiti costosi. I gioielli. Segno che il marito scuce mica poco. Che maltrattamenti d’Egitto! Gli dimostro che lui non è né il primo né l’ultimo, ma uno dei tanti anelli della catena erotica, alla quale la dama è legata. Come una cagna sull’aia. Pronta ad azzannare il primo che passa. Come tutti gli umani. Schiavi della legge di perpetuazione della specie. Vivrà forse anche qualche conflitto interiore. Qualche contraddizione sadomasochistica. Certamente accetta di buon grado la doppiezza. Da una parte, la tranquillità sociale della famiglia. La facciata borghese. L’intonaco perfetto. Senza una crepa. Moglie e madre esemplare. La solita stronzata fasulla. Dall’altra, qualche centimetro di carne giovane, bella dura, per riempire la vacuità dell’esistenza inguinale. La realtà vera. Quella nascosta dietro la maggior parte di ‘ste unioni convenzionali.
In fondo, Lorenzo concorda con me. La cocorita è solo un bel trastullo. Da approfittarne. Finché dura. Infatti, qualche tempo dopo, la Grace gli dà il benservito. Il marito sospetta. A lei rimorde la coscienza. Come da copione.
“Avrà voglia di cambiare apriscatole. - sentenzio - Magari qualcuno con un po’ più di conquibus. Uno che non le procuri soltanto pene.” sghignazzo canagliescamente per il mio doppio senso. Lorenzo, ride anche lui, ma un po’ a denti stretti. Nonostante tutto, c’è rimasto male. Anche il più spregiudicato un po’ ci crede sempre a ‘sta puttanata dell’amore. Purtroppo.
Confesso: sono così freddamente cinico quando si tratta di lui, ma quando sono in ballo io, la musica cambia. Rischio di precipitare nella melassa sentimentale. Di annegarci. Cerco affetto dovunque. Sono affamato. Come un cane randagio che rovista nella spazzatura. Le donne potrebbero fregarmi quando vogliono.
Alla fine, Lorenzo mi dà ragione. Quasi sempre. Anche se non è convinto del tutto. Dipende dalla dialettica. Che in lui scarseggia. Questo non è leale da parte mia, ne convengo. Talvolta discutiamo. Accade anche che io mi proponga di dimostrare una tesi alla quale non credo. E ci riesco. Quando lui se ne accorge, va su tutte le furie. Smadonna. Perché sa di essere nel giusto, ma è senza argomenti. Dice che sarei capace di sostenere qualunque teoria, solo per il piacere di dissertare. Che mi diverto ad ascoltarmi. Che voglio annullare gli altri. Non è proprio così. Ma c’è del vero. Le contese verbali mi attirano. Non quelle fisiche. Mai gareggiato in forza muscolare. Nonostante la mia prestanza. Forse perché ero un bambino gracile. Non mi sono abituato alla mia attuale condizione di adolescente forzuto.

Questi incontri femminili, che nascono col marchio della brevità, ci hanno stancato. Abbiamo pensato di orientare la ricerca in una direzione nuova. Lorenzo si è affidato a me. Ho frugato nella memoria. M’è venuta in mente Maria Grazia, una mia compagna delle medie.
“Ti ricordi di me?” le telefono.
“Ciaaao, come stai? - miagola lei - Ma che bella sorpresa! Dov’eri finito? Che cosa fai adesso? Dove abiti?”
Vuol sapere tutto in una volta. Mi fa una gran festa. Non me l’aspettavo. Son passati sette anni. Ci eravamo lasciati bambini. Le fornisco notizie sommarie. L’università. Che sono stato via per qualche anno. I genitori morti.
“Oooh, mi dispiace! Poverino!” L’istinto materno, si vede. “Perché non mi vieni a trovare?” propone.
“Perché no? Volentieri. - come se fosse stata un’idea sua - Ma ci sarebbe anche un mio amico.”
“Vieni con lui. - semplifica la cinguettante - Anzi, guarda, facciamo così. Domani pomeriggio sarà qui da me anche una mia amica. Ti va?” Aggiudicato.
La ricordavo carina. Magari un po’ grassoccia, ma gradevole. Adesso è una bella passerotta. Con ammortizzatori e culabria al posto giusto. L’altra, Natalina (indovinate in che giorno è nata), è una bruna sottile di vita, ma ben dotata di respingenti e con due gran labbra da pompe. Con Lorenzo ci siamo scambiati un’occhiata favorevole.
Tè, pasticcini. Sembrava di essere in un’altra epoca. Nel salotto buono. Il divano e le poltrone con la stoffa a fiori. Mancava solo che loro indossassero la crinolina. Abbiamo parlato del più e del meno. Naturalmente ho tirato fuori la filosofia. Che sono esistenzialista. Berdjaev, per esempio. Credo ancora che, per far colpo sulle ragazze, si debba essere colti. Un po’ tenebrosi. (Anche in questo campo, farò progressi in seguito. Esibirò altri argomenti. Datemi tempo. Non si impara tutto in un giorno!). Del resto, basta guardarmi. Maglioncino nero col collo alto. Una divisa. Noto che, in effetti, il nome russo sconosciuto ha un certo impatto. Abboccano. Mi chiedono perché esistenzialista. Che cosa vuol dire. Ne sanno poco o niente e si vede che la definizione le spaventa e le affascina. Forse pensano a qualcosa di trasgressivo. Peccaminoso. Come se avessi detto satanista.
Pontifico. Che esistere vuol dire ex-sistere, emergere dalla folla. Affermare la propria unicità di individui. Che l’esistenza è l’incontro paradossale fra l’eternità e il tempo. Fra l’Essere e il Nulla. La coincidenza degli opposti. L’accettazione della solitudine. La coscienza del vivere qui e adesso. Cito in qua e in là, come mi viene. Nomi. Barth Husserl Jaspers Marcel. Sartre, naturalmente. Frasi lapidarie. Che Hegel pensava la vita, Kierkegaard viveva il pensiero. Lorenzo mi guarda come uno che si chieda dove cazzo andrò a parare. Io lo so meno di lui. Non ho ben chiaro in mente che cosa dico.
Meno si capisce, meglio è. Ci so fare con le parole. Un giocoliere.

(-Continua-)

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giovedì, gennaio 12, 2012

 

Le fontane, come gli esami, non finiscono mai


fontane come esami


Ecco qui di seguito una nuova pagina (uso novella) del romanzo inedito "Come una fontana".
Certo non sarà agevole per il visitatore occasionale gestire l'apparentemente caotica stesura.
Ma il blog non consente una migliore struttura di presentazione; occorre scendere nel testo fino alla data 23.11.2011 per trovare l'inizio, la prima pagina; risalendo fino a questa che oggi è l'ultima parte, ma domani sarà superata dalla successiva.
Tutta questa difficoltà rappresenta un grosso incentivo a:

a) richiedere l'intera opera sotto forma di e-book in un allegato e-mail gratuito.

b) proporre una differente soluzione d'impaginazione, tenendo presente che l'impostazione di blogspot non mi ha consentito d'invertire (ossia più vecchio in cima - più recente in fondo) l'ordine di presentazione delle pagine stesse.

Ambedue le operazioni sono facilmente eseguibili tramite i commenti.





(-Da pagina 8-)

Queste sarebbero le nostre battute infruttuose, in coppia.
Separatamente invece abbiamo successo. O piuttosto Lorenzo. Alto biondo occhi azzurri.
È matematico. Lui non ha le pastoie filosofico-religiose. Neanche quelle sanitarie. Il primo appuntamento finisce sempre a letto. Nella peggiore delle ipotesi, alla seconda uscita. In compenso, però, ha la pericolosa tendenza a innamorarsi. Di tutte. Ha lo spirito romantico. Una volta me l’ha fatta lunga con le lettere che gli mandava una di Amburgo, che si era bombata l’estate prima. Conquistato da una frase che gli aveva scritto, in apertura, all’inizio della primavera: “Die Vögel singen wieder am Morgen” Che, al mattino, cantavano di nuovo gli uccelli. Io:
“Embè?”
Lui non la finiva più di ripetermela. Che era vera poesia. Che senti che musica? Pensa te. Mi dava anche dell’insensibile. Del coglione ottuso. Perché non partecipavo col dovuto entusiasmo. La verità è che la baffina annulla la sua negatività. Io cerco di aprirgli gli occhi:
“È solo questione di qualche centimetro di pieno e qualche centimetro di vuoto. - gli dico pirandellianamente - Non confonderti.” Serve a niente.
Sta già facendo progetti, per raggiungere in Svezia una maliarda quarantenne, che l’ha sderenato a furia di galoppate. A casa loro, si sa, il sole lo vedono poco e sole vuol dire energia. Una specie di generatore. Direttamente nell’apparecchio. Per questo i bagnini vanno tanto. Sotto il sole dalla mattina alla sera. Gli italiani, in generale. Sol och kärlek. Sole e amore. Il binomio della loro fissazione. C’hanno le idee chiare, in argomento. Anzi, per la verità, sol och kön, sole e sesso.
“Cazzone! - lo apostrofo - Aveva voglia di carne fresca. Meglio farsi te che una bistecca al sangue. O infilarsi un würstel. Vorrei sapere cos’ha a che fare la tana con l’amore.”
“Fammi un lunedì, - protesta lui - sono mica innamorato, io. Semmai lei, che mi ha proposto di pagarmi anche il viaggio.”
“Appunto, dico. E credi che sia per il cuore, non per la fresca, vero?” Cinico come pochi.
Immagino che, negli anni, avrò modo di rivedere le mie teorie in proposito. I chakra, i tantra e tutto il resto. Intanto la penso così. Che l’Amore (con l’A maiuscola!) segua percorsi diversi. Che debba essere l’incontro di due anime. Nel settimo cielo. O da quelle parti. Che non vada insudiciato con contatti terreni. Più simile a un sogno che alla realtà. Vivo questa grande contraddizione fra i tiramenti dell’uccello e quelli dello spirito. Non so bene quale dei due sia il vero debole, se questo o la carne, come raccontano i preti. Quel che è certo è che intanto non scopo. Quindi ce l’ha vinta lo spirito. Anche perché, come se non bastassero tutte le menate chiesastiche, c’è pure lo spauracchio delle malattie. Lo scolo, la sifilide e chissà che altro. Con tutto che adesso c’è la penicillina, gli antibiotici. Ma a me son rimasti in mente certi racconti raccapriccianti che ho sentito fare da bambino. Di infezioni terribili. Operazioni chirurgiche mostruose. L’uccello aperto come una banana.
“Coglioncione, - mi replica Lorenzo, quando gli do queste motivazioni della mia perdurante inconcludenza - Usa il goldone, no?”
Insomma, è tutto un insieme di cose che fa sì che, alla fine, gli unici rapporti sessuali completi io li abbia solo con la sorella della mancina. Ma fantasticando di fighe galattiche. Porche e sentimentali in giusta misura. L’immaginazione, l’ho detto, non mi manca. Addirittura me le costruisco così appaganti, che fatico ad accontentarmi di quelle che incontro nella realtà. Smanettamenti a parte, sogno l’Amore alla Guido Cavalcanti e soci. Oppure l’Avventura (sempre A maiuscola!). Sui mari. In Africa.
Da bambino avevo spasimato per Ann Blyth e Gregory Peck. Il mondo nelle mie braccia. Anch’io razziatore di foche nel mare di Bering. Innamorato della contessa russa. Ma soprattutto quando Peck era uno scrittore morente. Le nevi del Kilimangiaro. Sì, il film era una boiata. Ma io non avevo ancora senso critico. E non avevo letto Hemingway. E poi c’erano, per così dire, le due donne della mia vita. Susan Hayward, la moglie, che mi sembrava somigliasse a mia madre. Ava Gardner, il grande amore, la donna fatale. Lei era la mia passione. Da quando l’avevo vista in Pandora. L’Amante. Per eccellenza. Il suo sguardo malioso, che pareva avvolgerti senza raggiungerti. Era miope. Io però non lo sapevo. Per me era solo fascino. E la storia. L’amour fou, l’Olandese Volante. Eros e Thanatos, i simboli surreali. C’era tutto. Non che allora me ne rendessi conto. Lo capisco adesso. Che era la seduzione carnale di lei a stregare il mio istinto. Cominciavano le oscillazioni del mio pendolo erotico. Fra amor sacro (la mamma, la Hayward) e amor profano (la maliarda, la Gardner). Nascevano i binomi: Amore-Santità, sesso-peccato. Come due poli opposti. Inconciliabili. Sono stati i corvacci a inculcarmi queste idee. Mio malgrado. Tuttora la carne mi attira e mi dà i sensi di colpa. Ogni volta che esco dal letto di Lisa, il pentimento è in agguato. Come se avessi fatto le porcherie. Come da bambino. C’è sempre il santolo nero appostato nella mia testa con la vecchia domanda: da solo o con altri? Così mi autopunisco. Castigo il corpo. Mi ammalo. Per non parlare di quando cerco di far canestro con le altre. Un altro motivo della mia inconcludenza.
Avevo attaccato con Monika. Bel fighino. Una tedeschina anomala. Castana, occhi scuri, bocca a cuore. Piccola, rotondetta. In riva al mare. Di notte. Mano nella mano. Ho guardato in alto. Non so perché. Romanticismo. Ammirare il firmamento. Non c’era una nube. Le ho parlato di der bestirnte Himmel über mir, il cielo stellato sopra di me, eccetera. Quel delirio di Kant. Lei non sapeva neanche chi fosse. Mai sentito nominare. Quando gliel’ho detto, ha capito Kante:
“Che spigolo?” mi ha chiesto. Ho dovuto spiegarle. Normale. Era contabile in un’azienda. Figurarsi!
Già un’altra volta mi era capitata una disavventura simile. Ero seduto su una panchina, all’ombra di un pino. Con una commessa di un paese vicino a München. Invece di passare a vie di fatto, cercavo un argomento di conversazione. Mi viene in mente, niente di meno, Fichte. Ditemi se si può essere più coglioni di così. Io parlavo e lei mi guardava sempre più stranita. Ogni tanto si girava indietro. Dopo ho capito: credeva che le avessi detto che il pino alle nostre spalle aveva delle teorie filosofiche. Mi aveva preso per un balengo. Inutile dire com’è finita.
Invece lì, con Monika, mi frullava per la testa un imperativo categorico o due: “Pastrùgnale la filippa! Smetti di vaneggiare e inforcala!” Ma non abbastanza categorici. Non mi azzardavo. Continuavo a scazzare:
“La realtà è ingannevole, - cercavo di dirle in tedesco - noi potremmo essere lassù ed essere osservati da qualcuno che è qui. Chi può saperlo?”
Ascoltandomi, mi chiedevo che accidenti volessi dire. Lei mi guardava in silenzio. Con una specie di ammirazione perplessa nello sguardo. Sono stato colto dal dubbio.
“Penserai che io sia matto.” ho ipotizzato.
“No. Penso che tu sia un filosofo.” mi ha detto e mi ha dardeggiato la lingua nella gargarozza. Da togliermi il fiato. Aveva labbra morbide e carnose. Soprattutto quello inferiore, che sporgeva in modo impertinente. Mi esplorava il cavo orale con la sua serpentina agile.
In cuor mio ho ringraziato Immanuel.
Però, l’indomani avevo un raffreddore innaturale. Da non respirare. Sono rimasto a letto tutto il giorno. L’autocastigo, appunto. Avevo ancora addosso l’odore del corpo di Monika. Quelle creme solari che si spalmano le germaniche. Come un marchio di colpa. Mi dava la nausea. Con tutto che non ero andato oltre il pomicio. Le scopate, anche in quel caso, me le sono fatte da solo, mentre smaltivo il cimurro in branda.
Lei ha poi esaudito i propri imperativi categorici con un gelataio. Mentre io mi dibattevo fra i rimorsi contraddittori. Per quel che avevo fatto e per quel che non ero stato capace di fare. Ricordando i capezzoli, che le avevo titillato. I suoi emisferi posteriori, che avevo smanazzato a lungo, digitando l’anello, con una gran voglia di fiocinarmici in mezzo. Per aver goduto, dopo, sognando di farlo. Per aver tradito il mio ideale. L’immagine onirica che inseguo da sempre.

IL GIARDINO SEGRETO

Un’altra giornata di lavoro era finita e, come tutte le sere, il bibliotecario si ritirò nella propria camera. Consumò un pasto frugale e si sdraiò sul letto: con gli occhi chiusi, ma perfettamente sveglio, attendeva l’ora dell’appuntamento. Sapeva che non sarebbe venuta prima che tutti si fossero coricati e il palazzo fosse completamente buio e silenzioso: solo allora avrebbe potuto percorrere i corridoi sicura di non essere vista e raggiungere il giardino attraverso il passaggio segreto.
Con gli occhi della mente la vedeva nella sua stanza, indaffarata a scegliere l’abito da indossare e poi mentre si pettinava i lunghi capelli davanti allo specchio e con le mani umide di essenze profumate si accarezzava la morbida pelle del collo e il seno, indugiando compiaciuta a osservare il proprio corpo nudo. Pensandola, ne rallentava i movimenti e prolungava i preparativi. Tante volte, nell’attesa, l’aveva immaginata compiere quei gesti, che poteva indovinarne e regolarne ogni singolo atto, fino a quando, ormai pronta, gettato un ultimo sguardo allo specchio, apriva cauta la porta della camera per affrontare il breve complicato percorso fino al giardino.
Valutò il tempo che avrebbe impiegato ad arrivare e decise di muoversi. Si alzò dal letto e molto lentamente, cercando di non fare rumore, spostò l’armadio che nascondeva l’apertura nella parete. Vi entrò e, nel chiarore lunare, apparvero gli alberi, i cespugli e il prato. Si fermò un attimo ad ascoltare la notte, poi si inoltrò nel giardino. Accarezzò il morbido tronco rugoso della quercia e contemplò felice i cespugli di bosso e di alloro ai piedi dell’abete maestoso, il larice alto e forte, il cipresso fremente alla brezza notturna e il tiglio odoroso dalle tenere foglie. Era orgoglioso dei suoi alberi, di quel giardino piccolo ed esclusivo, che divideva solo con lei. Un angolo di paradiso nascosto dentro l’immenso palazzo ostile. Ad esso aveva dedicato ogni momento libero della sua esistenza: aveva piantato gli alberi che preferiva, ne aveva aiutato il lento sviluppo con continui sapienti interventi e li aveva preservati da dannose intrusioni.
Guardò fra il tiglio e il cipresso e vide la bianca figura di lei, come una piccola nuvola di luce nel buio della notte. Indossava l’abito leggero di sempre, un po’ gonfio per la corsa. Mentre le andava incontro pensò che il tempo non aveva lasciato alcuna traccia su di lei: le curve del suo corpo, i capelli, il sorriso, tutto era miracolosamente immutato.
Quando furono vicini, le passò le mani sui fianchi in una carezza lieve, poi rimasero immobili entrambi, uno accanto all’altra, nel silenzioso colloquio senza fine.
Al mattino trovarono il corpo freddo del vecchio bibliotecario, disteso sul letto, come se dormisse.


(-Continua-)

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venerdì, gennaio 06, 2012

 

Cannella, una di tredici, come una fontana


cannella di come una fontana


QUARTA (oppure RISVOLTO) DI COPERTINA, a piacere.

Un anno di vita di due teenagers diciannovenni, all’inizio degli anni Sessanta, in un’anonima località turistica balneare. Romanzo di formazione sulla fine dell’adolescenza e la rabbia, la dolcezza, la volgarità, la poesia, la timidezza, l’arroganza, il sesso, l’amore e l’incertezza, che l’accompagnano. Con uno stile sincopato e un linguaggio spesso crudo e ricco di espressioni gergali, si seguono le avventure quasi picaresche dei due protagonisti, orfani nell’anima più ancora che nella vita, continuamente oscillanti fra cinismo e romanticismo: uno, patito per Kafka e schiavo della passione maniacale per la scrittura e l’erudizione, teorico del pessimismo cosmico e dell’ottimismo quotidiano; l’altro, pazzo per Mozart e più pragmaticamente legato alla realtà, ma quasi votato al culto di una sempre incombente ala di tragedia. Nel mondo, fra realistico e onirico, che i due attraversano, incontrano personaggi teneri, comici e grotteschi, come le maschere di una moderna comédie humaine, che contribuiranno tutti, ognuno a proprio modo, al loro passaggio dalla spensierata giovinezza all’età adulta, recando un bagaglio alleggerito di molti dei sogni iniziali, ma arricchito di tutti quegli errori, che costituiscono l’esperienza.


(-Da pagina 7-)

Annique e Catherine erano un vero schianto. La prima bionda, occhi celesti, espressione piccante. Corpo nervoso, ma con tutte le cose al loro posto. L’altra bruna, occhi verdi, sguardo languido. Aveva due tette e un culo da costringere un novantenne a credere nella resurrezione della carne. Non quella del giorno del Giudizio. Insomma vi garantisco che aveva una carrozzeria che neanche Pininfarina. Due tipe intelligenti. Le parigine sono speciali, non c’è che dire. Le abbiamo arpionate. Prima avevano incontrato solo ragazzi stupidi e volgari. Noi siamo diversi. Parliamo di tutto. Politica, letteratura. Sartre e Camus. Le due correnti. E Sulla strada. In America è il momento di Kerouac e la beat generation. Lo Zen. Loro non ne sanno niente. Non è ancora di moda, in Europa. Ma mi ascoltano affascinate. Anche Elvis Presley. Perché no? Little Richard. I Platters. Con Lorenzo che si batte per Mozart. E poi Aznavour, Brel, Bécaud. Tutte le sere, tiravamo tardi a discutere, ascoltare musica e scambiarci battute allusive. Qualche tastatina volante. E basta. Una sottile componente erotica era sottintesa. Ma non ha mai preso quota. Ogni tanto, ci pareva che ironizzassero un po’ sulla nostra politesse.
Una volta, ho chiesto a Catherine se pensava che fossimo usciti con loro per baiser. Mi ha lanciato uno sguardo birbone e ha risposto:
“I suppose...itoire.” Questa ‘supposta’ anglo-francese, a pensarci, era un’arguta risposta allusiva. Invece mi ha solo fatto ridere a crepapelle. È stato come un segnale. Abbiamo cominciato a dire cazzate in crescendo. A scompisciarci. Non so se fosse una reazione isterica alla frustrazione sessuale. Comunque abbiamo sghignazzato per tutta la notte. Come ubriachi. Con Annique che ogni tanto squittiva, a gambe strette:
“Arrête! Je vais faire pipi!”
Una sera le abbiamo anche portate al Luna Park. Erano entusiaste. Volevano provare tutto. Gli abbiamo dovuto mettere dei fermi. Che non si allargassero troppo. Per via che eravamo scarsi di conquibus. Sono state comprensive. Hanno partecipato alle spese coi loro soldi. Dopo il Tiro a segno, il Tunnel dell’amore, l’Autoscontro, giostre e stronzate varie, c’erano rimaste la Ruota e le Montagne russe. La pecunia non ci bastava per tutte e due. Bisognava scegliere. Io magnifico le seconde. Lorenzo si opponeva. Non voleva confessarlo, ma aveva un pipaculo tremendo. Fin da bambino. Per questo non aveva mai voluto provare. Io lo sapevo. Insisto. Gli do la baia. Lo smaschero con le fanciulle. Che si caga sotto. Non ci vuol altro. Lo prendiamo per il culo senza pietà. Si arrende, sgranando il rosario da par suo.
Perché dovete sapere che Lorenzo ha fatto dello smadonnare una specie di arte. Con elaborazioni di immagini e concetti, accostamenti di aggettivi e appellativi degni di un toscano. Quando non impreca direttamente la Madonna, Dio o i Santi, trasformandoli negli animali più fantasiosi o attribuendogli azioni impensabili, usa una specie di traslato bestemmiatorio, citando Dante. Allora lo vedi che alza lo sguardo al cielo e ruggisce in sordina: “Bestemmiavano Dio e lor parenti, l’umana spezie e ‘l luogo e ‘l tempo e ‘l seme di lor semenza e di lor nascimenti.” Lì però, con le francesine, il Sommo Maestro sarebbe stato inutile. La creatività sprecata. Per cui smoccolava a ruota libera, senza neanche inventiva. Dunque, fra un porco qui e troia là, ci sistemiamo su un carrello. Io davanti con Annique. Lui dietro con Catherine. Gli comincia il riso nervoso prima ancora di partire.
Via!
Il bello è che le Montagne russe facevano paura anche a me. Una strizza boia. Ma mi attiravano irresistibilmente. Come i film dell’orrore. L’emozione forte. La sfida al cardiopalmo. Insomma andavamo. Il carrello prendeva velocità. A ogni curva sembrava che deragliasse. Che ci scaraventasse fuori. A dispetto del nostro abbarbicamento alla sbarra. Come zecche a un cane. Ormai tutti con la ridarella. Irrefrenabile. Annique sempre coi suoi acuti “Je vais faire pipi!”. Io che, immaginando la scena della pioggia dorata sulla testa di quelli di sotto, ridevo ancora di più. Catherine che mi gridava “Aux assassins!” nelle orecchie. La pirotecnica crescente delle bestemmie di Lorenzo. Sempre più elucubrate. Sempre più potenti. Io che mi sganasciavo, incapace di qualsiasi altra azione o pensiero. Un ambaradàn da far crollare l’intera struttura. Noi quattro, da soli, facevamo più casino di tutti gli altri insieme. A terra, la gente accorreva. Guardava in su. Credeva che stesse accadendo una tragedia. Sperava nel disastro. La catastrofe. Giù tutto! Morti e feriti. Poi capiva che erano solo quattro cacasotto urlanti. Si allontanava delusa. Intanto il carrello aveva rallentato. Adesso arrancava in salita. I miei compagni di sventura riprendevano fiato. Non avevano realizzato. Che il peggio doveva ancora venire. Il pezzo forte. Lo spavento supremo. Io ero al corrente. Mi preparavo all’impressione fatale. Arriviamo in cima. Il punto più alto dell’architettura. L’avevamo pur visto, da sotto. Il carrello si ferma un attimo. Come se esitasse se osare o no. Sull’orlo del precipizio.
Allora, di colpo, tutti capiscono. Un unico urlo disumano accompagna la caduta vertiginosa. Sempre più giù. Sempre più veloce. Per istanti infiniti. Col cuore in gola. Il grido terrorizzato che mi martella la testa. Ci impiego una lunga frazione di secondo per rendermi conto che non è un suono. È Lorenzo che mi sta cazzottando ritmicamente. Con rabbia disperata. Per fortuna la paura gli ha tolto le forze. Sono come pugni di un bimbo. Finalmente siamo in fondo alla china. La velocità si esaurisce. Dopo un’ampia voltata, il carrello si ferma. Fine della corsa.
Quando si è sentito di nuovo la terraferma sotto i piedi, Lorenzo ha cercato di brancarmi. Mi voleva massacrare. Ma non ce la faceva a correre.
“Vieni qui, - ansimava - che devo stenderti.”
Continuava la risata isterica. Annique, attaccata a un palo, stringeva le cosce. Non si capiva se, a furia di annunciarlo, si fosse davvero pisciata sotto o se volesse evitare di farlo. Catherine le ghignava su una spalla. Credo che non si siano mai divertite tanto in vita loro. Altro che baiser! Meglio di qualsiasi ingroppata.
Con questo, non dico di non averci pensato. Figurarsi! La fantasia è la mia grande risorsa. Forse è anche quella che mi frega la vita. Perché le cose pensate è come se fossero già accadute. Inibiscono l’azione. Comunque, nella mia camera da letto, al buio, le vedevo le due demoiselles de Paris. Mentre si spogliavano nella loro camera d’albergo. Confrontano i loro tesori. Annique ha due tettine alte e compatte, con le punte rosa. Quelle di Catherine straripano, quando si slaccia il reggiseno, e ondeggiano nell’aria. Sono bianchissime, in contrasto col resto del corpo abbronzato, e hanno due grandi chiazze scure. Le bambole se le rimirano nello specchio dell’armadio, di fronte e di profilo. Nel girarsi, si sfiorano i bottoni. Si sorridono maliziose. È la bionda ad allungare una mano con pollice e indice protesi. Va a cogliere la fragolina sulla panna montata dell’amica. Catherine socchiude gli occhi languida. La attira a sé. Le dita si intrecciano. Le labbra si scambiano bacetti. Si solleticano le schiene con le punte delle unghie. Giù, fino alla stoffa sottile sulle anche. Si insinuano sotto l’elastico. Lo fanno scorrere in basso, piegando le ginocchia. Sollevano le gambe a turno e si liberano degli slip, regalandomi i loro culetti abbaglianti. Quello della bruna è tondo e sporgente, diviso dal solco in due emisferi perfetti. Le chiappette di Annique, invece, sono più piatte e lo spacco che le separa comincia più in basso, come se fosse stata cancellata la parte superiore. Con Lorenzo l’avevamo già notato, guardandola in bikini. Fa un po’ ridere quella specie di incompletezza, ma le mani di Catherine, che la percorrono leggere, non sembrano notarla. Chissà se si rendono conto che le sto osservando. Quando si staccano, per ammirare di nuovo le proprie immagini nello specchio, ho l’impressione che ammicchino verso di me. È un attimo. Poi i loro sguardi si dirigono verso i due triangoli riflessi, uno piccolo e dorato, l’altro ampio e cupo. Mani delicate li accarezzano come micini morbidi, mentre i due corpi si adagiano insieme sul letto. Faccio appena in tempo a vedere le loro lingue che si cercano e tutto si spegne di colpo negli spasmi della mia pancia. Adesso potrò finalmente dormire.
Loro non hanno nemmeno sospettato di avermi offerto quello show, ma io l’ho apprezzato molto. Quando sono partite, ci siamo scambiati gli indirizzi. Non ci siamo mai scritti.
(-Continua-)

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martedì, dicembre 20, 2011

 

Come una fontana famosa (di Bruxelles)


Stupidità, feticismo, narcisismo, immaturità, ribellione, mal de vivre. Costanti universali di ogni ventenne. Maschio o femmina che sia. Nel tempo e nello spazio. A Riccione, come a Bologna; a Napoli come a Canicattì; a Venezia come a Cannes o Barcellona.
Come una fontana ricorda alcuni attimi fuggenti, gli scherzetti di gioventù da non dimenticare, siccome "panta rei" ossia tout passe, tout casse, tout lasse; del diman non v'è certezza.
La vita è sogno.
Ma questo si capisce solo vent'anni dopo, con una nostalgia da amarcord che somiglia al pettine per calvi. Chi ha pane, non ha denti e viceversa: insomma non è un bel lavoro.
Ma non c'è alternativa: o così o niente. Allora, così sia.


(-Da pagina 6-)
È anche aggressivo. Siamo seduti in un bar a cazzeggiare. C’è con noi un amico. Uno di qui. La radio trasmette un brano di Mozart. Dopo cinque minuti, l’amico dice: “Però, che palle, questa musica!” Lorenzo scatta in piedi. Si protende verso di lui, urlando: “Che cazzo dici, sfigato?” Gli vuol mettere le mani addosso. Menarlo di brutto. L’altro scappa: “Te sei matto!” gli grida. Devo intervenire per calmarlo. Sì, perché, per Lorenzo, Mozart è più importante di tutto. Credo che non se la prenderebbe tanto, se dessero dello stronzo a suo padre o della troia a sua madre. Ma se qualcuno critica Mozart, lo scazzotta. Mozart è l’unico musicista. Anzi, è la musica. Anch’io lo amo, ovvio. Ma non sono così categorico. Mi piacciono anche altre melodie. A lui no. Niente Bach, Beethoven, Schubert. O, meglio, li ascolta, ma li giudica insignificanti. Per non parlare dei moderni. Stravinskij, Hindemith, Stockhausen. Mai esistiti! Ha fatto un’eccezione per il Prete Rosso. Ma sì, Vivaldi. Perché, diciamo la verità, le Quattro stagioni, per esempio, non possono non piacere. Per quanto uno sia monomaniaco. Poi qualche raro brano qua e là. Però non contano. Lorenzo è fatto così. Amore unico. Esclusivo. Gli scrittori, per esempio. Čechov. Nessun altro. Soprattutto i racconti. Gli ho magnificato Kafka, Joyce, Céline. Ho cercato di convertirlo alla poligamia letteraria. Inutile. Li legge, ma resta per Čechov.
“Vedi, bàtjuška, - ogni tanto mi chiama così, in russo - Čechov è completo.”
Prende dallo scaffale il volume di Tutte le Opere, la sua Bibbia: “Qui dentro c’è tutto. - ci batte sopra la mano - La speranza, la delusione, la noia di vivere. La gioia momentanea e la malinconia. La vita è così.”
“Beh, insomma, proprio tutta come nei suoi racconti e nel suo teatro speriamo che non sia. Se no sarebbe da spararsi.”
“Non fare lo strullo. Pensa a Uno scherzetto. Ti baceresti i gomiti a saper scrivere una storia così.”
Ne convengo. Però volevo capire: “In che senso strullo? Cosa vorrebbe dire?”
“Strullo: metà stronzo e metà grullo.” mi ha spiegato cortesemente, inventandosi una nuova etimologia. Tuttavia, nonostante il suo assolutismo monoteistico letterario, La fontana gli è piaciuto. Lo considera perfetto. Un classico. Non faccio per vantarmi.
Malgrado tutto, non siamo votati all’isolamento. Cerchiamo una ragazza. Per la sera o per la vita. Difficile stabilirlo. Però, quando operiamo insieme, non combiniamo niente. Cioè: come dragueurs siamo straordinari, ma non concludiamo l’opera. Bravissimi ad attaccare discorso. Entrare in sintonia. Ma alla fine... Ci ridiamo addosso. Basta che ci scambiamo uno sguardo. Subito parte lo sghignazzamento. Perché non ci prendiamo mica sul serio. Cogliamo tutta la ridicolaggine della situazione. Così può accadere che qualcuna delle abbordate non reagisca bene. Che pensi che la prendiamo per i fondelli. Che ci mandi a cagare. Oppure va tutto bene, ma non quagliamo. Proprio quando dovremmo passare ai fatti, uno dei due se ne esce con un “Ma ti rendi conto?” e giù a ghignare.
Abbiamo conosciuto due sorelle di Parigi. Carine. La maggiore, Michelle, è bionda. Occhi celesti. Un viso dall’espressione tranquilla. Il corpo tondeggiante. L’altra, Claude, è castana. Occhi scuri. Lineamenti un po’ appuntiti. Più snella. Simpatiche tutt’e due. La piccola, in particolare, ha una naturale vis comica. Fa le smorfie come un clown. Siamo andati a ballare.
Mentre eravamo seduti, Claude tende l’orecchio verso l’orchestra:
“Mais ça... - esclama - ça... c’est une bamba!”
Schizza verso la pista. Si mette a sgambettare entusiasta. La sorella la segue a ruota. Si scatena anche lei. Noi due ci siamo guardati. Sapevamo neanche cosa fosse, la bamba. Abbiamo fatto buon viso. Guardavamo come facevano loro. Cercavamo di imitarle. Saltellavamo da una gamba all’altra, scalciando in avanti. Con le mani dietro la schiena. Dopo un po’ eravamo spompati. Zuppi di sudore. Sbattendoci, schizzavamo intorno. Loro niente. Fresche come rose. Ci davano dentro di brutto. Ci incitavano. A mettercela tutta. A non mollare. Ci toccavano nell’amor proprio. Lorenzo mi fa:
“Non potevi aspettare di farla a casa, la doccia?” Ridiamo come due ebeti col ballo di San Vito.
Come dio vuole, la maledetta bamba finisce. L’orchestra attacca un lento. Nelle condizioni in cui siamo, se le abbracciamo gli bagniamo i vestitini leggeri. Ce ne fottiamo. Loro non protestano. Hanno un buon carattere. Ricevono in silenzio quello che gli grondiamo addosso. Invece di baciarle sul collo, ci sgoccioliamo sopra. Poi anche il lento smette. Comincia una specie di samba. Claude rifà la faccia di prima:
“Ça... mais ça... c’est une bamba!” E tutt’e due ricominciano il cancàn.
Insomma, così per tutta la sera. Mai seduti. E, appena suonavano qualcosa che non fosse proprio lento, la Claude assumeva la sua espressione da pointer che coglie un frullo d’ali e: “Ça c’est une bamba!” Abbiamo risparmiato sulle consumazioni, ma avremo lasciato sulla pista almeno due litri di sudore a testa. Quando siamo venuti via, eravamo talmente stremati per la ginnastica forzata e le risate, che non ci siamo nemmeno preoccupati di un’ipotetica spartizione. Di solito si fa così: “Io prendo questa e tu quella.” Anche se non sempre loro accettano. Invece, niente. Neanche dopo. Le abbiamo ribattezzate Les Monneret Sisters. Come un duo del Varietà. Perché sono proprio spassose. Buffe. Capirete. Io adoro ridere. E far ridere. L’ho già detto. A dispetto del mio pessimismo cosmico.
La seconda sera, Michelle ha esordito raccontando una barzelletta. Di due uomini e una donna, naufraghi su un’isola deserta. Un giorno, la donna muore.
“Au bout de quelque temps, - dice - ils ont tellement honte de ce qu’ils font, qu’ils enterrent le cadavre. Mais, au bout de quelque temps, ils ont tellement honte de ce qu’ils font, qu’ils déterrent le cadavre.”

Allora ci siamo esibiti anche noi. Storielle, imitazioni, prese in giro. Di noi stessi e degli altri. Ci siamo divertiti. Perché noi siamo, è vero, due rompiglioni pieni di fisime, ma anche ameni. Abbiamo una specie di comicità tragica o tragicità burlesca nel raccontare gli eventi della nostra vita, che affascina. Tuttavia forse loro si aspettavano qualcosa di diverso. Che, a un certo punto, venissero fuori le proboscidi.
Alla terza sera, dopo il ballo, ho proposto:
“Venite a vedere mes peintures chinoises?”
Si sono scambiate occhiate furbe. Risolini. Di chi ha sgamato perfettamente. Hanno accettato. Siamo due bei ragazzi. Dunque tutti e quattro a casa mia. Avevo davvero due dipinti cinesi. Tutta l’eredità di mia nonna. È finita a sbragarci dalle risate. Nient’altro. Nel senso di ciulare. Il savoiardo, neanche fatto vedere. In compenso, abbiamo cantato in coro: “Osteria numero sette: il salame piace a fette, ma alle donne, caso strano, il salame piace sano.” E altre puttanate che gli abbiamo insegnato. Poi abbiamo fatto la spaghettata di mezzanotte. Trincato due bocce di rosso. L’intera mia riserva. Nell’euforia le abbiamo un po’ smanazzate, ma in sostanza l’han preso nel fiocco. Certo, saranno rimaste deluse. Però, alla fine, un po’ la ciucca, un po’ tutto il resto, sono tornate a casa contente lo stesso. Una volta imboccata la via delle risate, è chiaro che di fare altro non era più il caso nemmeno di parlarne. Perché trombare è una cosa seria. O si ride o si scopa. Almeno questa è la nostra teoria. Così, con loro, abbiamo optato per la prima e siamo andati avanti così fino a quando sono ripartite per la Francia.
(-Continua-)

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