giovedì, novembre 24, 2011

 

Fontana

(-Da pagina 1-)
Non ha avuto nemmeno il tempo di pentirsi. Di che? Di tutto. I sentieri sbagliati imboccati nelle infinite biforcazioni della vita. I silenzi colpevoli. Le parole inopportune. Di chiedere il beneficio di un secondo passaggio. Per trovare l’uscita dal labirinto. La formula magica risolutrice. Invece, no. All’improvviso. Girato l’interruttore. Per questo, estote parati. Tutte morti annunciate.
Avrà potuto concedersi il perdono? Questo è il punto focale. Perdonare. Sé stessi. Gli altri. La pacificazione. Per una vita e una morte armoniose. In un confessionale, un prete mi ha parlato di Raskolnikov. Che il rimedio al delitto non è il castigo, ma il perdono. Che Dio non è Giustizia, ma Amore. Dopo, ho riflettuto. L’assassino non viene redento dalla condanna alla Siberia, ma dal sentimento di Sonja. Forse basta poco. Un breve gesto dell’animo. L’offerta di sé. Eppure impiegherò l’intera esistenza nel tentativo di trovarne la forza. Di salvare me e l’intero genere umano. Un giorno, forse verrà una donna e avrà i miei occhi. In essi vedrò tutto il mio dolore, la mia debolezza, la mia inutilità. Se l’orrore che mi ispirerà il mio doppio sarà più forte della volontà di perdonare, sarò condannato. Se attraverso lei avrò vergogna di me, sarò perduto. Solo la compassione può salvarci. Quella dei cristiani. Quella dei buddhisti.
Sono arrivato. Un’altra città? Animaletti neri zampettanti disperatamente nella nebbia. Un formicaio guardato dall’alto. Ho alzato gli occhi. Nessuno osserva, sopra di me. Nessun Castello incombe. Solo un grande vuoto. Sono imbevuto di filosofia. Amaro. Come un babà all’assenzio. Sempre alla ricerca di un principio primo. Per capire da dove. Simbolico spazio aperto. L’infinito, forse? Il movimento, in cui tutto nasce e muore? Macché! La fine della piazza è davanti a me. Immobile. L’aria, origine del mondo? Da essa tutte le cose che furono, sono e saranno? No. Solo gas irrespirabile. Il fuoco, certo, sarebbe affascinante. La sua mobilità. Ma dov’è? L’acqua, piuttosto. Eccola qua. Wurf, getto, tiro di dadi, pro-getto, figliata di scrofa. Tutto scorre. La vita come una fontana. L’esistenza fluisce veloce. Come l’acqua dalla cannella. Come il vomito di un ubriaco. Torbido, schiumoso, puzzolente. Geworfenheit, essere buttato. Qui. Nel mondo. Solo. Senza pietà. A guadagnarsi la fine. Mort à credit. Vita a debito. Dare e avere. Una partita doppia che, alla fine, si azzera nell’unica voce contabile del Nulla.

Fontana Bosco della pioggia di Riccione

LA FONTANA
Scendo dal marciapiede e attraverso la piazza, guadando la corrente vorticosa dei veicoli impazziti. Ed ecco che all’improvviso - ho appena raggiunto la sponda opposta - mi trovo davanti un uomo che, appoggiato al muro, vomita orrendamente, il volto proteso in avanti, gli occhi socchiusi nello sforzo come se ridesse, la bocca spalancata, dalla quale esce un liquido schiumoso. Forse è ubriaco, ma rischia di morire se non lo si aiuta. Cerco intorno con gli occhi e mi stupisco che nessuno, in un luogo così affollato, presti attenzione a questa scena. Tutti corrono disordinatamente come formiche senza meta, si urtano, cadono, si rialzano e riprendono la corsa in una direzione qualunque.
Grido al soccorso e qualcuno si avvicina. Uno strano tipo con una cupola al posto del cappello mi chiede con falsa premura: “Si sente male?” Lo guardo senza capire: un uomo forse sta morendo e costui fa domande ipocrite. Gli spiego con parole concitate i fatti e indico il disgraziato immobile contro il muro. Per un attimo odo soltanto lo scroscio del vomito sulla pietra, poi una voce dietro di me dice qualcosa e io distinguo la parola ‘fontana’.
Mi volto: otto o dieci persone mi circondano, fissandomi con aria minacciosa.
È un complotto. Conosco il sistema. Adesso tutti mi spiegheranno, con tono persuasivo, che l’ubriaco appoggiato al muro è una statua di marmo e il vomito uno zampillo d’acqua. In definitiva, niente più che una fontana. Poi ognuno riprenderà la propria strada con la coscienza tranquilla, convinto dal suo stesso ragionamento e a me mancano le prove per mostrarne la falsità.
“Certo, una fontana. - dico - Ma non crediate con ciò di eliminare la vostra responsabilità.” Si scambiano occhiate d’intesa, mi guardano e sogghignano. Si sentono al sicuro: l’ordine naturale delle cose non può essere mutato. In ogni piazza ci sarà sempre un uomo che deve morire.
Do un’altra occhiata al condannato che ho inutilmente tentato di salvare e mi allontano barcollando.


Credevo di essere arrivato. Invece è la partenza. C’è sempre un viaggio. Verso nonsisadove. E comincia da qui. Dalla piazza vuota. Piena di insetti egoisti. Inermi. Lui, il Grande Entomologo, se ne sbatte. Infinite strade a raggiera. Bisogna sceglierne una. O almeno imboccarla. Proibito sostare. Aspettare inutile. Godot non verrà.
Forse lui aveva qualche idea in proposito. Io, no. Se l’aveva, perché non si è fatto avanti, anziché fuggire? Mi avvierò senza suggerimenti. Seguirò l’istinto. O la scelta è già fatta? Senza di me. Sopra di me. Senza interpellarmi. Chi ero io, prima della mia nascita? Che cosa c’era dentro quella cellula sedentaria e quell’altra in perenne movimento, che si sono incontrate nel buio? che non hanno saputo sottrarsi alla regola imposta? Odio le regole. Gli ordini. Non voglio rispettarli. Ospito migliaia di infinitesimi parassiti flagellati, nati dentro di me per farsi portare altrove. A una destinazione anonima, ma designata. Non mi presterò. Non arriveranno da nessuna parte. Almeno questo! Certo, altri miliardi di veicoli faranno il trasporto. Obbedienti. Puntuali. Non io! Il programma che mi ha preparato andrà a monte. Me ne impipo del Suo comando! Evviva Onan! O avrà previsto anche questo? E quell’altro, la carne distesa, lo avrà voluto davvero? Paternità consapevole o colpevole distrazione? Lui e lei, persi nel loro grufolare. Forse non abbastanza pronto a ritrarsi. Volontà annullata dalla foia. Eppure, nel loro piccolo, una regoletta l’hanno violata. Nell’ordine borghese. Un giorno o l’altro ve ne parlerò. Più avanti.
(-Continua-)

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