martedì, dicembre 20, 2011
Come una fontana famosa (di Bruxelles)
Come una fontana ricorda alcuni attimi fuggenti, gli scherzetti di gioventù da non dimenticare, siccome "panta rei" ossia tout passe, tout casse, tout lasse; del diman non v'è certezza.
La vita è sogno.
Ma questo si capisce solo vent'anni dopo, con una nostalgia da amarcord che somiglia al pettine per calvi. Chi ha pane, non ha denti e viceversa: insomma non è un bel lavoro.
Ma non c'è alternativa: o così o niente. Allora, così sia.
(-Da pagina 6-)
È anche aggressivo. Siamo seduti in un bar a cazzeggiare. C’è con noi un amico. Uno di qui. La radio trasmette un brano di Mozart. Dopo cinque minuti, l’amico dice: “Però, che palle, questa musica!” Lorenzo scatta in piedi. Si protende verso di lui, urlando: “Che cazzo dici, sfigato?” Gli vuol mettere le mani addosso. Menarlo di brutto. L’altro scappa: “Te sei matto!” gli grida. Devo intervenire per calmarlo. Sì, perché, per Lorenzo, Mozart è più importante di tutto. Credo che non se la prenderebbe tanto, se dessero dello stronzo a suo padre o della troia a sua madre. Ma se qualcuno critica Mozart, lo scazzotta. Mozart è l’unico musicista. Anzi, è la musica. Anch’io lo amo, ovvio. Ma non sono così categorico. Mi piacciono anche altre melodie. A lui no. Niente Bach, Beethoven, Schubert. O, meglio, li ascolta, ma li giudica insignificanti. Per non parlare dei moderni. Stravinskij, Hindemith, Stockhausen. Mai esistiti! Ha fatto un’eccezione per il Prete Rosso. Ma sì, Vivaldi. Perché, diciamo la verità, le Quattro stagioni, per esempio, non possono non piacere. Per quanto uno sia monomaniaco. Poi qualche raro brano qua e là. Però non contano. Lorenzo è fatto così. Amore unico. Esclusivo. Gli scrittori, per esempio. Čechov. Nessun altro. Soprattutto i racconti. Gli ho magnificato Kafka, Joyce, Céline. Ho cercato di convertirlo alla poligamia letteraria. Inutile. Li legge, ma resta per Čechov.
“Vedi, bàtjuška, - ogni tanto mi chiama così, in russo - Čechov è completo.”
Prende dallo scaffale il volume di Tutte le Opere, la sua Bibbia: “Qui dentro c’è tutto. - ci batte sopra la mano - La speranza, la delusione, la noia di vivere. La gioia momentanea e la malinconia. La vita è così.”
“Beh, insomma, proprio tutta come nei suoi racconti e nel suo teatro speriamo che non sia. Se no sarebbe da spararsi.”
“Non fare lo strullo. Pensa a Uno scherzetto. Ti baceresti i gomiti a saper scrivere una storia così.”
Ne convengo. Però volevo capire: “In che senso strullo? Cosa vorrebbe dire?”
“Strullo: metà stronzo e metà grullo.” mi ha spiegato cortesemente, inventandosi una nuova etimologia. Tuttavia, nonostante il suo assolutismo monoteistico letterario, La fontana gli è piaciuto. Lo considera perfetto. Un classico. Non faccio per vantarmi.
Malgrado tutto, non siamo votati all’isolamento. Cerchiamo una ragazza. Per la sera o per la vita. Difficile stabilirlo. Però, quando operiamo insieme, non combiniamo niente. Cioè: come dragueurs siamo straordinari, ma non concludiamo l’opera. Bravissimi ad attaccare discorso. Entrare in sintonia. Ma alla fine... Ci ridiamo addosso. Basta che ci scambiamo uno sguardo. Subito parte lo sghignazzamento. Perché non ci prendiamo mica sul serio. Cogliamo tutta la ridicolaggine della situazione. Così può accadere che qualcuna delle abbordate non reagisca bene. Che pensi che la prendiamo per i fondelli. Che ci mandi a cagare. Oppure va tutto bene, ma non quagliamo. Proprio quando dovremmo passare ai fatti, uno dei due se ne esce con un “Ma ti rendi conto?” e giù a ghignare.
Abbiamo conosciuto due sorelle di Parigi. Carine. La maggiore, Michelle, è bionda. Occhi celesti. Un viso dall’espressione tranquilla. Il corpo tondeggiante. L’altra, Claude, è castana. Occhi scuri. Lineamenti un po’ appuntiti. Più snella. Simpatiche tutt’e due. La piccola, in particolare, ha una naturale vis comica. Fa le smorfie come un clown. Siamo andati a ballare.
Mentre eravamo seduti, Claude tende l’orecchio verso l’orchestra:
“Mais ça... - esclama - ça... c’est une bamba!”
Schizza verso la pista. Si mette a sgambettare entusiasta. La sorella la segue a ruota. Si scatena anche lei. Noi due ci siamo guardati. Sapevamo neanche cosa fosse, la bamba. Abbiamo fatto buon viso. Guardavamo come facevano loro. Cercavamo di imitarle. Saltellavamo da una gamba all’altra, scalciando in avanti. Con le mani dietro la schiena. Dopo un po’ eravamo spompati. Zuppi di sudore. Sbattendoci, schizzavamo intorno. Loro niente. Fresche come rose. Ci davano dentro di brutto. Ci incitavano. A mettercela tutta. A non mollare. Ci toccavano nell’amor proprio. Lorenzo mi fa:
“Non potevi aspettare di farla a casa, la doccia?” Ridiamo come due ebeti col ballo di San Vito.
Come dio vuole, la maledetta bamba finisce. L’orchestra attacca un lento. Nelle condizioni in cui siamo, se le abbracciamo gli bagniamo i vestitini leggeri. Ce ne fottiamo. Loro non protestano. Hanno un buon carattere. Ricevono in silenzio quello che gli grondiamo addosso. Invece di baciarle sul collo, ci sgoccioliamo sopra. Poi anche il lento smette. Comincia una specie di samba. Claude rifà la faccia di prima:
“Ça... mais ça... c’est une bamba!” E tutt’e due ricominciano il cancàn.
Insomma, così per tutta la sera. Mai seduti. E, appena suonavano qualcosa che non fosse proprio lento, la Claude assumeva la sua espressione da pointer che coglie un frullo d’ali e: “Ça c’est une bamba!” Abbiamo risparmiato sulle consumazioni, ma avremo lasciato sulla pista almeno due litri di sudore a testa. Quando siamo venuti via, eravamo talmente stremati per la ginnastica forzata e le risate, che non ci siamo nemmeno preoccupati di un’ipotetica spartizione. Di solito si fa così: “Io prendo questa e tu quella.” Anche se non sempre loro accettano. Invece, niente. Neanche dopo. Le abbiamo ribattezzate Les Monneret Sisters. Come un duo del Varietà. Perché sono proprio spassose. Buffe. Capirete. Io adoro ridere. E far ridere. L’ho già detto. A dispetto del mio pessimismo cosmico.
La seconda sera, Michelle ha esordito raccontando una barzelletta. Di due uomini e una donna, naufraghi su un’isola deserta. Un giorno, la donna muore.
“Au bout de quelque temps, - dice - ils ont tellement honte de ce qu’ils font, qu’ils enterrent le cadavre. Mais, au bout de quelque temps, ils ont tellement honte de ce qu’ils font, qu’ils déterrent le cadavre.”
Allora ci siamo esibiti anche noi. Storielle, imitazioni, prese in giro. Di noi stessi e degli altri. Ci siamo divertiti. Perché noi siamo, è vero, due rompiglioni pieni di fisime, ma anche ameni. Abbiamo una specie di comicità tragica o tragicità burlesca nel raccontare gli eventi della nostra vita, che affascina. Tuttavia forse loro si aspettavano qualcosa di diverso. Che, a un certo punto, venissero fuori le proboscidi.
Alla terza sera, dopo il ballo, ho proposto:
“Venite a vedere mes peintures chinoises?”
Si sono scambiate occhiate furbe. Risolini. Di chi ha sgamato perfettamente. Hanno accettato. Siamo due bei ragazzi. Dunque tutti e quattro a casa mia. Avevo davvero due dipinti cinesi. Tutta l’eredità di mia nonna. È finita a sbragarci dalle risate. Nient’altro. Nel senso di ciulare. Il savoiardo, neanche fatto vedere. In compenso, abbiamo cantato in coro: “Osteria numero sette: il salame piace a fette, ma alle donne, caso strano, il salame piace sano.” E altre puttanate che gli abbiamo insegnato. Poi abbiamo fatto la spaghettata di mezzanotte. Trincato due bocce di rosso. L’intera mia riserva. Nell’euforia le abbiamo un po’ smanazzate, ma in sostanza l’han preso nel fiocco. Certo, saranno rimaste deluse. Però, alla fine, un po’ la ciucca, un po’ tutto il resto, sono tornate a casa contente lo stesso. Una volta imboccata la via delle risate, è chiaro che di fare altro non era più il caso nemmeno di parlarne. Perché trombare è una cosa seria. O si ride o si scopa. Almeno questa è la nostra teoria. Così, con loro, abbiamo optato per la prima e siamo andati avanti così fino a quando sono ripartite per la Francia.
(-Continua-)
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