sabato, novembre 26, 2011

 

Come una fontana (di Riccione)




(-Da pagina 2-)
L’ho detto a Lisa. Che non sono adatto al matrimonio. Lo ammetto, anche le letture kafkiane hanno influito. La Lettera al padre, per esempio. Mi immedesimo. La metamorfosi. Non che mi senta proprio un insetto ripugnante, ma diverso dagli altri sì. Scostante e non accettato. Letteratura a parte, è soprattutto la mia esperienza familiare che mi influenza. Ho dichiarato che non intendo avere figli. Che, nell’aritmetica biologica, sono favorevole all’addizione. La moltiplicazione, esclusa! Lei dovrebbe essere d’accordo. È comunista. Libero amore e via discorrendo. Credevo. Macché! In fatto di morale i comunisti sono peggio dei cattolici. E ancor più pesanti. Con tutti i loro tabù. I divieti. Gli argomenti su cui non si deve ridere. Proibito. Assolutamente. Come dire scherza coi santi e lascia stare i fanti. Uguali e contrari. Lisa non è proprio così, ma insomma non è precisamente un’allegrona. Beh, si vedrà. Per il momento, a letto, discutiamo di Engels, Kierkegaard e la verginità. A che cosa rinunciare prima. Ne parliamo molto. Sesso orale.
“Quando passeremo allo scritto?” le ho chiesto.
Si è arrabbiata. Che vi dicevo? Mi accusa di buttare tutto in ridere. Che non rispetto niente e nessuno. Ora, effettivamente io considero il riso un’energia positiva. Vitale. Il mio motto è: da Dio in su non c’è niente di cui non si possa ridere. Penso che una battuta spiritosa valga più di qualsiasi sermone. Tuttavia ho il massimo riguardo delle persone e dei sentimenti. Il fatto è che, come dicevo, la maggior parte dei comunisti sono pallosi. A parte Dario Fo e pochi altri. Anche Brecht sorride mica tanto spesso. Con tutta l’ammirazione per i suoi ‘drammi didattici’. Un esercito di gente seriosa, che sembra non si distragga mai dalla propria ideologia triste. Niente vacanze. Predicano tanto contro la religione, l’oppio dei popoli e via denigrando, ma sono masochisti quanto i cristiani. Dal film Se non si soffre non ci si diverte. Ce li avrei visti bene, anche loro, nell’arena a sacrificarsi per Marx. In pasto alle belve, pur di non abiurare. I martiri felici. Contenti loro! Ma sarà poi vero? O, nella vita di tutti i giorni, quando non sono in cellula, quando i compagni non li vedono, si comporteranno come chiunque altro? Il sospetto è lecito. Una come Lisa, per esempio, né il Circo Massimo né la rivoluzione. Scordatevelo! Finirà per sposarsi borghesemente. Il destino di tutte. Magari con un compagno, che invece si rivelerà un fascista. Forse sperimenterà, sulla propria pelle, che ha ragione Pasolini. Fascismo non è l’appartenenza a un partito. È un modo di essere. Attiene al carattere individuale, non alla socialità. Anche lei concorrerà a mettere al mondo qualcuno. Una delle tante inutilità che circolano sul pianeta. Forse se ne pentirà. Come è giusto che sia. Ognuno ha diritto ai propri errori.
Facile prevedere il futuro, direte voi, quando si conosce già il seguito della storia. Che importa? È un modo come un altro di raccontare. E poi non è vero. So un cazzo io come andrà a finire. Vivo giorno per giorno, aspettando la prossima puntata. Se ci sarà. Il Fumettista, in alto o da qualche altra parte, potrebbe anche dargliela su in qualsiasi momento. Semplicemente non disegnare più la vignetta successiva e chi s’è visto s’è visto.
Insomma, mi sono messo in movimento. Senza consultare la carta. Una strada a caso. Niente è casuale. La mia mappa, tracciata da migliaia di anni. Nei minimi particolari. Road to nowhere? Intanto mi ha portato a casa sua. L’informe contenitore è là. Steso nel grande sonno. Sono stato accolto con affetto.
“Ti voleva bene.” È possibile.
Lo vedo, nelle nebbie della memoria, apparire e sparire sorridente. La sigaretta fra le labbra. Anche di notte. Piccoli fuochi d’artificio eseguiti con la brace dalla sua insonnia. Per me. Nel buio della camera. Quegli arabeschi luminosi mi sono rimasti dentro. Nostalgia. Di uno che non c’era. Non credevo. E il gioco che faceva, intrecciando uno spago fra le dita. Creare forme. Solo roteando le grandi mani. Sempre diverse. Come un mago. Davanti al mio sguardo attonito. Come un dio. L’alfabeto commestibile intagliato per me col temperino nella polpa delle mele. A B C D E. Lettere combinate a formare parole, che sparivano nella mia bocca. Dono eucaristico del linguaggio offerto da un’atea divinità umana. Il mormorio favoleggiante nel suo letto. Mondi virtuali dove mi accompagnava per mano. Quando il giaciglio diventava nido e la sua voce chiedeva: “Che cosa fa l’uccellino?” Occhi chiusi e becco spalancato, in cui lui faceva cadere pezzi di cioccolata. Come un volatile premuroso. Senza però insegnarmi a volare. Illusioni.
I gatti ospitano anime di defunti? Se le religioni orientali avessero ragione? La ruota delle reincarnazioni. C’è una gatta siamese qui. L’ho avvicinata.
“Stai attento - mi hanno detto - graffia tutti. Si lasciava accarezzare solo da tuo padre.”
Mi sono chinato verso di lei. Mi è saltata su una spalla. Mi ha leccato un orecchio. Siamo diventati inseparabili. Di notte, dorme acciambellata fra i miei piedi. Quando lavoro, sta accosciata sulla mia scrivania, come un soprammobile. Se mi siedo in poltrona, si sdraia attraverso le mie spalle, come un collo di pelliccia. Gli altri sono sconcertati. Pare che faccia le stesse cose che faceva con mio padre. Quando me ne andrò, sarà l’unica da rimpiangere.
(-Continua-)

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giovedì, novembre 24, 2011

 

Fontana

(-Da pagina 1-)
Non ha avuto nemmeno il tempo di pentirsi. Di che? Di tutto. I sentieri sbagliati imboccati nelle infinite biforcazioni della vita. I silenzi colpevoli. Le parole inopportune. Di chiedere il beneficio di un secondo passaggio. Per trovare l’uscita dal labirinto. La formula magica risolutrice. Invece, no. All’improvviso. Girato l’interruttore. Per questo, estote parati. Tutte morti annunciate.
Avrà potuto concedersi il perdono? Questo è il punto focale. Perdonare. Sé stessi. Gli altri. La pacificazione. Per una vita e una morte armoniose. In un confessionale, un prete mi ha parlato di Raskolnikov. Che il rimedio al delitto non è il castigo, ma il perdono. Che Dio non è Giustizia, ma Amore. Dopo, ho riflettuto. L’assassino non viene redento dalla condanna alla Siberia, ma dal sentimento di Sonja. Forse basta poco. Un breve gesto dell’animo. L’offerta di sé. Eppure impiegherò l’intera esistenza nel tentativo di trovarne la forza. Di salvare me e l’intero genere umano. Un giorno, forse verrà una donna e avrà i miei occhi. In essi vedrò tutto il mio dolore, la mia debolezza, la mia inutilità. Se l’orrore che mi ispirerà il mio doppio sarà più forte della volontà di perdonare, sarò condannato. Se attraverso lei avrò vergogna di me, sarò perduto. Solo la compassione può salvarci. Quella dei cristiani. Quella dei buddhisti.
Sono arrivato. Un’altra città? Animaletti neri zampettanti disperatamente nella nebbia. Un formicaio guardato dall’alto. Ho alzato gli occhi. Nessuno osserva, sopra di me. Nessun Castello incombe. Solo un grande vuoto. Sono imbevuto di filosofia. Amaro. Come un babà all’assenzio. Sempre alla ricerca di un principio primo. Per capire da dove. Simbolico spazio aperto. L’infinito, forse? Il movimento, in cui tutto nasce e muore? Macché! La fine della piazza è davanti a me. Immobile. L’aria, origine del mondo? Da essa tutte le cose che furono, sono e saranno? No. Solo gas irrespirabile. Il fuoco, certo, sarebbe affascinante. La sua mobilità. Ma dov’è? L’acqua, piuttosto. Eccola qua. Wurf, getto, tiro di dadi, pro-getto, figliata di scrofa. Tutto scorre. La vita come una fontana. L’esistenza fluisce veloce. Come l’acqua dalla cannella. Come il vomito di un ubriaco. Torbido, schiumoso, puzzolente. Geworfenheit, essere buttato. Qui. Nel mondo. Solo. Senza pietà. A guadagnarsi la fine. Mort à credit. Vita a debito. Dare e avere. Una partita doppia che, alla fine, si azzera nell’unica voce contabile del Nulla.

Fontana Bosco della pioggia di Riccione

LA FONTANA
Scendo dal marciapiede e attraverso la piazza, guadando la corrente vorticosa dei veicoli impazziti. Ed ecco che all’improvviso - ho appena raggiunto la sponda opposta - mi trovo davanti un uomo che, appoggiato al muro, vomita orrendamente, il volto proteso in avanti, gli occhi socchiusi nello sforzo come se ridesse, la bocca spalancata, dalla quale esce un liquido schiumoso. Forse è ubriaco, ma rischia di morire se non lo si aiuta. Cerco intorno con gli occhi e mi stupisco che nessuno, in un luogo così affollato, presti attenzione a questa scena. Tutti corrono disordinatamente come formiche senza meta, si urtano, cadono, si rialzano e riprendono la corsa in una direzione qualunque.
Grido al soccorso e qualcuno si avvicina. Uno strano tipo con una cupola al posto del cappello mi chiede con falsa premura: “Si sente male?” Lo guardo senza capire: un uomo forse sta morendo e costui fa domande ipocrite. Gli spiego con parole concitate i fatti e indico il disgraziato immobile contro il muro. Per un attimo odo soltanto lo scroscio del vomito sulla pietra, poi una voce dietro di me dice qualcosa e io distinguo la parola ‘fontana’.
Mi volto: otto o dieci persone mi circondano, fissandomi con aria minacciosa.
È un complotto. Conosco il sistema. Adesso tutti mi spiegheranno, con tono persuasivo, che l’ubriaco appoggiato al muro è una statua di marmo e il vomito uno zampillo d’acqua. In definitiva, niente più che una fontana. Poi ognuno riprenderà la propria strada con la coscienza tranquilla, convinto dal suo stesso ragionamento e a me mancano le prove per mostrarne la falsità.
“Certo, una fontana. - dico - Ma non crediate con ciò di eliminare la vostra responsabilità.” Si scambiano occhiate d’intesa, mi guardano e sogghignano. Si sentono al sicuro: l’ordine naturale delle cose non può essere mutato. In ogni piazza ci sarà sempre un uomo che deve morire.
Do un’altra occhiata al condannato che ho inutilmente tentato di salvare e mi allontano barcollando.


Credevo di essere arrivato. Invece è la partenza. C’è sempre un viaggio. Verso nonsisadove. E comincia da qui. Dalla piazza vuota. Piena di insetti egoisti. Inermi. Lui, il Grande Entomologo, se ne sbatte. Infinite strade a raggiera. Bisogna sceglierne una. O almeno imboccarla. Proibito sostare. Aspettare inutile. Godot non verrà.
Forse lui aveva qualche idea in proposito. Io, no. Se l’aveva, perché non si è fatto avanti, anziché fuggire? Mi avvierò senza suggerimenti. Seguirò l’istinto. O la scelta è già fatta? Senza di me. Sopra di me. Senza interpellarmi. Chi ero io, prima della mia nascita? Che cosa c’era dentro quella cellula sedentaria e quell’altra in perenne movimento, che si sono incontrate nel buio? che non hanno saputo sottrarsi alla regola imposta? Odio le regole. Gli ordini. Non voglio rispettarli. Ospito migliaia di infinitesimi parassiti flagellati, nati dentro di me per farsi portare altrove. A una destinazione anonima, ma designata. Non mi presterò. Non arriveranno da nessuna parte. Almeno questo! Certo, altri miliardi di veicoli faranno il trasporto. Obbedienti. Puntuali. Non io! Il programma che mi ha preparato andrà a monte. Me ne impipo del Suo comando! Evviva Onan! O avrà previsto anche questo? E quell’altro, la carne distesa, lo avrà voluto davvero? Paternità consapevole o colpevole distrazione? Lui e lei, persi nel loro grufolare. Forse non abbastanza pronto a ritrarsi. Volontà annullata dalla foia. Eppure, nel loro piccolo, una regoletta l’hanno violata. Nell’ordine borghese. Un giorno o l’altro ve ne parlerò. Più avanti.
(-Continua-)

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mercoledì, novembre 23, 2011

 

Come una fontana (di Riccione). Incipit.




Martedì, cinque giorni fa, ho compiuto diciannove anni.
Ieri è morto mio padre.
Lontano.
Ho preso un treno per un’altra città. Lì incontrerò un oggetto disteso. Il suo corpo. Vuoto. Inutile. Volevo incontrare lui. Non una precaria massa inerte da guardare in fretta, prima che la portino via. Abbiamo mancato l’appuntamento. Lui, io. Per diciannove anni e quattro giorni. Abbiamo avuto possibilità quasi infinite. Geometriche, prima che biologiche. Se la vita fosse lo schermo di un radar, potrei guardare l’assurdo tracciato delle nostre esistenze. Nel vuoto, le linee dei nostri percorsi si sono avvicinate intersecate allontanate. Come in un quadro di Hartung. Per anni. Inutilmente. Senza arrestarsi mai. Comunicare. Due individui che si trovano possono dirsi tutto. Non l’abbiamo fatto. Un uomo davanti a una cosa è muto. Troppo tardi.
Chi era? Non lo saprò mai. Nemmeno lui di me.
Sul vetro del finestrino passa veloce il film della campagna piatta. Schiacciata sotto il peso del cielo metallico. Avec un ciel si bas qu’un canal s’est perdu. Al Nord, la primavera nasce fiacca. Fatica a scostare il sipario grigio. Eppure questo paesaggio ha una sua bellezza. Basterebbe aggiungerci i colori. Vorrei poterlo fare. Trasformare la realtà. Ci metterei azzurro giallo verde. Qualche macchia rossa, qua e là. Estate, addirittura. La vita. Come la ragazza seduta davanti a me. Fulva. Folti peli rosso scuro fra le gambe. Come Ursula. Viso ovale dai piccoli lineamenti volgari. Espressione ottusa, da porca. Testa fiammeggiante. Tette e culo superbi. Lei indossava un bikini minimo. Io le ho parlato di Heidegger, in un tedesco mutilo. Del dasein. Mi guardava senza capire. “Sì, siamo qui - forse pensava - e allora?” Aspettava l’argomento risolutivo. Finalmente le ho infilato una mano nello slip. Ha socchiuso gli occhi celesti e ha mormorato “Bitte, nicht.” che, in quel caso, voleva dire “Sì, sì!” Ho allungato le dita verso il basso. Procedevo d’istinto. Strisciavo verso il suo antro buio. Come un germoglio cieco attratto irresistibilmente dalla luce. Lei continuava ad assentire negando. Ho raggiunto la sua intimità autolubrificante. Mentre lei mi esortava coi sospiri. Sempre più affannati. Ho imparato così il linguaggio senza idioma. Ho eliminato la stoffa, fatta per esporla più che per coprirla. La sua pelle era bianco-latte. Rosa intenso le labbra. Quasi rosse. Anche i bottoni, in cima ai suoi globi lunari. E poi il pennecchio portentoso. Il centro di tutto. Trucioli di mogano. Mi graffiavano la carne. Il suo corpo supino. Miracolo vivente. Stentavo a crederla reale. Questo stupore estatico di fronte alla nudità femminile mi accompagnerà lungo tutta l’esistenza. Ogni donna, la prima. Come non restare incantati? Guardare annusare toccare succhiare leccare mordere. Non sapevo da dove cominciare. Ho liberato il muscolo. È stata un’esplosione istantanea. Osservavo il mio piacere liquido arabescarle la pelle. Lucente nel sole. Ho deluso le sue aspettative. L’ho rivista l’estate seguente. Aveva appena avuto un bambino. Qualcuno più pragmatico di me.
Perché ci penso adesso? Un altro corpo sdraiato mi aspetta. La posizione coricata. Primaria. Distesi per il sesso. Distesi per la morte. Alfa e omega. In mezzo, il teatro. Drammaturgia scadente, per lo più. Anch’io dovrò recitare, adesso e in seguito, se voglio sopravvivere. È la regola. In quest’occasione bisognerà che cerchi nel repertorio un brano d’effetto. Le lacrime. La platea sarà già piena. Il pubblico delle prime. Tutti gli occhi puntati. Potrei fingere di aver dimenticato la parte. L’emozione, si sa. L’inesperienza. Perché deluderli? Hanno acquistato un biglietto. Non loro, qualcun altro che ha deciso per loro.
Se glielo avessero chiesto prima, se avessero potuto scegliere liberamente, forse non sarebbero venuti. Ma ci sono stati mandati e adesso sono qui. Davanti all’ennesimo sipario. Aspettano la rappresentazione. L’avranno. E interpreteranno, a loro volta, la parte assegnatagli. Il cordoglio. La compassione. Con più o meno convincimento. A seconda delle proprie capacità d’attori. Poi, tornando a casa, ognuno criticherà la messinscena a modo proprio.

(-Continua-)



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giovedì, novembre 03, 2011

 

Ricordo di Marco




PS: occorre essere molto grati alla Dorna, dal momento che questo filmato è straziante,
tanto che l'avrei già voluto cancellare.

Gli appassionati hanno visto quelle immagini in tempo reale, con gli occhi umidi.
Il resto è nulla, sono panzane.

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