mercoledì, novembre 23, 2011

 

Come una fontana (di Riccione). Incipit.




Martedì, cinque giorni fa, ho compiuto diciannove anni.
Ieri è morto mio padre.
Lontano.
Ho preso un treno per un’altra città. Lì incontrerò un oggetto disteso. Il suo corpo. Vuoto. Inutile. Volevo incontrare lui. Non una precaria massa inerte da guardare in fretta, prima che la portino via. Abbiamo mancato l’appuntamento. Lui, io. Per diciannove anni e quattro giorni. Abbiamo avuto possibilità quasi infinite. Geometriche, prima che biologiche. Se la vita fosse lo schermo di un radar, potrei guardare l’assurdo tracciato delle nostre esistenze. Nel vuoto, le linee dei nostri percorsi si sono avvicinate intersecate allontanate. Come in un quadro di Hartung. Per anni. Inutilmente. Senza arrestarsi mai. Comunicare. Due individui che si trovano possono dirsi tutto. Non l’abbiamo fatto. Un uomo davanti a una cosa è muto. Troppo tardi.
Chi era? Non lo saprò mai. Nemmeno lui di me.
Sul vetro del finestrino passa veloce il film della campagna piatta. Schiacciata sotto il peso del cielo metallico. Avec un ciel si bas qu’un canal s’est perdu. Al Nord, la primavera nasce fiacca. Fatica a scostare il sipario grigio. Eppure questo paesaggio ha una sua bellezza. Basterebbe aggiungerci i colori. Vorrei poterlo fare. Trasformare la realtà. Ci metterei azzurro giallo verde. Qualche macchia rossa, qua e là. Estate, addirittura. La vita. Come la ragazza seduta davanti a me. Fulva. Folti peli rosso scuro fra le gambe. Come Ursula. Viso ovale dai piccoli lineamenti volgari. Espressione ottusa, da porca. Testa fiammeggiante. Tette e culo superbi. Lei indossava un bikini minimo. Io le ho parlato di Heidegger, in un tedesco mutilo. Del dasein. Mi guardava senza capire. “Sì, siamo qui - forse pensava - e allora?” Aspettava l’argomento risolutivo. Finalmente le ho infilato una mano nello slip. Ha socchiuso gli occhi celesti e ha mormorato “Bitte, nicht.” che, in quel caso, voleva dire “Sì, sì!” Ho allungato le dita verso il basso. Procedevo d’istinto. Strisciavo verso il suo antro buio. Come un germoglio cieco attratto irresistibilmente dalla luce. Lei continuava ad assentire negando. Ho raggiunto la sua intimità autolubrificante. Mentre lei mi esortava coi sospiri. Sempre più affannati. Ho imparato così il linguaggio senza idioma. Ho eliminato la stoffa, fatta per esporla più che per coprirla. La sua pelle era bianco-latte. Rosa intenso le labbra. Quasi rosse. Anche i bottoni, in cima ai suoi globi lunari. E poi il pennecchio portentoso. Il centro di tutto. Trucioli di mogano. Mi graffiavano la carne. Il suo corpo supino. Miracolo vivente. Stentavo a crederla reale. Questo stupore estatico di fronte alla nudità femminile mi accompagnerà lungo tutta l’esistenza. Ogni donna, la prima. Come non restare incantati? Guardare annusare toccare succhiare leccare mordere. Non sapevo da dove cominciare. Ho liberato il muscolo. È stata un’esplosione istantanea. Osservavo il mio piacere liquido arabescarle la pelle. Lucente nel sole. Ho deluso le sue aspettative. L’ho rivista l’estate seguente. Aveva appena avuto un bambino. Qualcuno più pragmatico di me.
Perché ci penso adesso? Un altro corpo sdraiato mi aspetta. La posizione coricata. Primaria. Distesi per il sesso. Distesi per la morte. Alfa e omega. In mezzo, il teatro. Drammaturgia scadente, per lo più. Anch’io dovrò recitare, adesso e in seguito, se voglio sopravvivere. È la regola. In quest’occasione bisognerà che cerchi nel repertorio un brano d’effetto. Le lacrime. La platea sarà già piena. Il pubblico delle prime. Tutti gli occhi puntati. Potrei fingere di aver dimenticato la parte. L’emozione, si sa. L’inesperienza. Perché deluderli? Hanno acquistato un biglietto. Non loro, qualcun altro che ha deciso per loro.
Se glielo avessero chiesto prima, se avessero potuto scegliere liberamente, forse non sarebbero venuti. Ma ci sono stati mandati e adesso sono qui. Davanti all’ennesimo sipario. Aspettano la rappresentazione. L’avranno. E interpreteranno, a loro volta, la parte assegnatagli. Il cordoglio. La compassione. Con più o meno convincimento. A seconda delle proprie capacità d’attori. Poi, tornando a casa, ognuno criticherà la messinscena a modo proprio.

(-Continua-)



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Si tratta del pittore Hans Hartung (1904†1989).
Cfr.
http://it.wikipedia.org/wiki/Hans_Hartung
 
FONTANA DI TREVISO
Dalla foto mi pare di riconoscere/individuare la “FONTANA DELLE TETTE” posta nella Galleria della strada romana a Treviso.
Si tratta di una copia realizzata dallo scultore Miguel Miranda.
L’originale si trova sotto la Loggia del Palazzo dei Trecento in Piazza dei Signori, chiusa in una teca per precauzione poiché già deturpata dalla soldataglia napoleonica.
Inizialmente era posta nell’antica “Loggia Degli Incanti” dove si tenevano le aste (angolo fra il Palazzo Del Podestà e il Cal Maggiore).
Fu fatta erigere dal podestà Alvise Da Ponte nel 1560 in seguito ad una forte siccità che colpì la città di Treviso e da allora usata per celebrare l’avvicendamento annuale dei podestà inviati dalla Serenissima.
Infatti, nei tre giorni successivi all’arrivo del nuovo podestà (e per una volta l’anno) dai suoi generosi seni zampillava, anziché acqua, vino:
da una tetta vino bianco e dall’altra tetta vino rosso che tutti i cittadini potevano bere gratuitamente.
gabriella Stabile
 
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