martedì, dicembre 20, 2011

 

Come una fontana famosa (di Bruxelles)


Stupidità, feticismo, narcisismo, immaturità, ribellione, mal de vivre. Costanti universali di ogni ventenne. Maschio o femmina che sia. Nel tempo e nello spazio. A Riccione, come a Bologna; a Napoli come a Canicattì; a Venezia come a Cannes o Barcellona.
Come una fontana ricorda alcuni attimi fuggenti, gli scherzetti di gioventù da non dimenticare, siccome "panta rei" ossia tout passe, tout casse, tout lasse; del diman non v'è certezza.
La vita è sogno.
Ma questo si capisce solo vent'anni dopo, con una nostalgia da amarcord che somiglia al pettine per calvi. Chi ha pane, non ha denti e viceversa: insomma non è un bel lavoro.
Ma non c'è alternativa: o così o niente. Allora, così sia.


(-Da pagina 6-)
È anche aggressivo. Siamo seduti in un bar a cazzeggiare. C’è con noi un amico. Uno di qui. La radio trasmette un brano di Mozart. Dopo cinque minuti, l’amico dice: “Però, che palle, questa musica!” Lorenzo scatta in piedi. Si protende verso di lui, urlando: “Che cazzo dici, sfigato?” Gli vuol mettere le mani addosso. Menarlo di brutto. L’altro scappa: “Te sei matto!” gli grida. Devo intervenire per calmarlo. Sì, perché, per Lorenzo, Mozart è più importante di tutto. Credo che non se la prenderebbe tanto, se dessero dello stronzo a suo padre o della troia a sua madre. Ma se qualcuno critica Mozart, lo scazzotta. Mozart è l’unico musicista. Anzi, è la musica. Anch’io lo amo, ovvio. Ma non sono così categorico. Mi piacciono anche altre melodie. A lui no. Niente Bach, Beethoven, Schubert. O, meglio, li ascolta, ma li giudica insignificanti. Per non parlare dei moderni. Stravinskij, Hindemith, Stockhausen. Mai esistiti! Ha fatto un’eccezione per il Prete Rosso. Ma sì, Vivaldi. Perché, diciamo la verità, le Quattro stagioni, per esempio, non possono non piacere. Per quanto uno sia monomaniaco. Poi qualche raro brano qua e là. Però non contano. Lorenzo è fatto così. Amore unico. Esclusivo. Gli scrittori, per esempio. Čechov. Nessun altro. Soprattutto i racconti. Gli ho magnificato Kafka, Joyce, Céline. Ho cercato di convertirlo alla poligamia letteraria. Inutile. Li legge, ma resta per Čechov.
“Vedi, bàtjuška, - ogni tanto mi chiama così, in russo - Čechov è completo.”
Prende dallo scaffale il volume di Tutte le Opere, la sua Bibbia: “Qui dentro c’è tutto. - ci batte sopra la mano - La speranza, la delusione, la noia di vivere. La gioia momentanea e la malinconia. La vita è così.”
“Beh, insomma, proprio tutta come nei suoi racconti e nel suo teatro speriamo che non sia. Se no sarebbe da spararsi.”
“Non fare lo strullo. Pensa a Uno scherzetto. Ti baceresti i gomiti a saper scrivere una storia così.”
Ne convengo. Però volevo capire: “In che senso strullo? Cosa vorrebbe dire?”
“Strullo: metà stronzo e metà grullo.” mi ha spiegato cortesemente, inventandosi una nuova etimologia. Tuttavia, nonostante il suo assolutismo monoteistico letterario, La fontana gli è piaciuto. Lo considera perfetto. Un classico. Non faccio per vantarmi.
Malgrado tutto, non siamo votati all’isolamento. Cerchiamo una ragazza. Per la sera o per la vita. Difficile stabilirlo. Però, quando operiamo insieme, non combiniamo niente. Cioè: come dragueurs siamo straordinari, ma non concludiamo l’opera. Bravissimi ad attaccare discorso. Entrare in sintonia. Ma alla fine... Ci ridiamo addosso. Basta che ci scambiamo uno sguardo. Subito parte lo sghignazzamento. Perché non ci prendiamo mica sul serio. Cogliamo tutta la ridicolaggine della situazione. Così può accadere che qualcuna delle abbordate non reagisca bene. Che pensi che la prendiamo per i fondelli. Che ci mandi a cagare. Oppure va tutto bene, ma non quagliamo. Proprio quando dovremmo passare ai fatti, uno dei due se ne esce con un “Ma ti rendi conto?” e giù a ghignare.
Abbiamo conosciuto due sorelle di Parigi. Carine. La maggiore, Michelle, è bionda. Occhi celesti. Un viso dall’espressione tranquilla. Il corpo tondeggiante. L’altra, Claude, è castana. Occhi scuri. Lineamenti un po’ appuntiti. Più snella. Simpatiche tutt’e due. La piccola, in particolare, ha una naturale vis comica. Fa le smorfie come un clown. Siamo andati a ballare.
Mentre eravamo seduti, Claude tende l’orecchio verso l’orchestra:
“Mais ça... - esclama - ça... c’est une bamba!”
Schizza verso la pista. Si mette a sgambettare entusiasta. La sorella la segue a ruota. Si scatena anche lei. Noi due ci siamo guardati. Sapevamo neanche cosa fosse, la bamba. Abbiamo fatto buon viso. Guardavamo come facevano loro. Cercavamo di imitarle. Saltellavamo da una gamba all’altra, scalciando in avanti. Con le mani dietro la schiena. Dopo un po’ eravamo spompati. Zuppi di sudore. Sbattendoci, schizzavamo intorno. Loro niente. Fresche come rose. Ci davano dentro di brutto. Ci incitavano. A mettercela tutta. A non mollare. Ci toccavano nell’amor proprio. Lorenzo mi fa:
“Non potevi aspettare di farla a casa, la doccia?” Ridiamo come due ebeti col ballo di San Vito.
Come dio vuole, la maledetta bamba finisce. L’orchestra attacca un lento. Nelle condizioni in cui siamo, se le abbracciamo gli bagniamo i vestitini leggeri. Ce ne fottiamo. Loro non protestano. Hanno un buon carattere. Ricevono in silenzio quello che gli grondiamo addosso. Invece di baciarle sul collo, ci sgoccioliamo sopra. Poi anche il lento smette. Comincia una specie di samba. Claude rifà la faccia di prima:
“Ça... mais ça... c’est une bamba!” E tutt’e due ricominciano il cancàn.
Insomma, così per tutta la sera. Mai seduti. E, appena suonavano qualcosa che non fosse proprio lento, la Claude assumeva la sua espressione da pointer che coglie un frullo d’ali e: “Ça c’est une bamba!” Abbiamo risparmiato sulle consumazioni, ma avremo lasciato sulla pista almeno due litri di sudore a testa. Quando siamo venuti via, eravamo talmente stremati per la ginnastica forzata e le risate, che non ci siamo nemmeno preoccupati di un’ipotetica spartizione. Di solito si fa così: “Io prendo questa e tu quella.” Anche se non sempre loro accettano. Invece, niente. Neanche dopo. Le abbiamo ribattezzate Les Monneret Sisters. Come un duo del Varietà. Perché sono proprio spassose. Buffe. Capirete. Io adoro ridere. E far ridere. L’ho già detto. A dispetto del mio pessimismo cosmico.
La seconda sera, Michelle ha esordito raccontando una barzelletta. Di due uomini e una donna, naufraghi su un’isola deserta. Un giorno, la donna muore.
“Au bout de quelque temps, - dice - ils ont tellement honte de ce qu’ils font, qu’ils enterrent le cadavre. Mais, au bout de quelque temps, ils ont tellement honte de ce qu’ils font, qu’ils déterrent le cadavre.”

Allora ci siamo esibiti anche noi. Storielle, imitazioni, prese in giro. Di noi stessi e degli altri. Ci siamo divertiti. Perché noi siamo, è vero, due rompiglioni pieni di fisime, ma anche ameni. Abbiamo una specie di comicità tragica o tragicità burlesca nel raccontare gli eventi della nostra vita, che affascina. Tuttavia forse loro si aspettavano qualcosa di diverso. Che, a un certo punto, venissero fuori le proboscidi.
Alla terza sera, dopo il ballo, ho proposto:
“Venite a vedere mes peintures chinoises?”
Si sono scambiate occhiate furbe. Risolini. Di chi ha sgamato perfettamente. Hanno accettato. Siamo due bei ragazzi. Dunque tutti e quattro a casa mia. Avevo davvero due dipinti cinesi. Tutta l’eredità di mia nonna. È finita a sbragarci dalle risate. Nient’altro. Nel senso di ciulare. Il savoiardo, neanche fatto vedere. In compenso, abbiamo cantato in coro: “Osteria numero sette: il salame piace a fette, ma alle donne, caso strano, il salame piace sano.” E altre puttanate che gli abbiamo insegnato. Poi abbiamo fatto la spaghettata di mezzanotte. Trincato due bocce di rosso. L’intera mia riserva. Nell’euforia le abbiamo un po’ smanazzate, ma in sostanza l’han preso nel fiocco. Certo, saranno rimaste deluse. Però, alla fine, un po’ la ciucca, un po’ tutto il resto, sono tornate a casa contente lo stesso. Una volta imboccata la via delle risate, è chiaro che di fare altro non era più il caso nemmeno di parlarne. Perché trombare è una cosa seria. O si ride o si scopa. Almeno questa è la nostra teoria. Così, con loro, abbiamo optato per la prima e siamo andati avanti così fino a quando sono ripartite per la Francia.
(-Continua-)

Etichette: , , ,


venerdì, dicembre 09, 2011

 

Incontri sulla spiaggia di Riccione


bagnasciuga

(-Da pagina 5-)
Ho sparso nel liquido la mia semente liquida. Dopo il bagno, sono rimasto nei pressi. Mi asciugavo al sole. Calamitato dal magnete inguinale di lei. L’ho osservata entrare nell’acqua. Il ritmo armonico delle sue culatte. Quando ne è emersa, il costume bagnato era trasparente. Come Elizabeth Taylor in Improvvisamente l’estate scorsa. Sopra, le ampie chiazze dei suoi boccioli eretti. Lo slip occupato quasi per intero dall’ombra sottostante. Mi sono rituffato.
Annette invece era bionda. Longilinea. La vera tedesca di pura razza ariana. Avete presente? Così. Più alta di me. Per baciarmi, piegava la testa di lato. Mi leccava le orecchie. Ci lingueggiava dentro. Mi dava i brividi. È con lei che ho imparato i primi rudimenti. Scoperto il piacere di infilare la slappa in un’altra bocca. Di riceverne una nella propria. Aveva le labbra carnose, il naso all’insù. Sul petto, due michette. Un accenno appena. Puntute. Dietro, due mele tonde e sode da stringere. E un cespuglietto chiaro. Splendeva nel sole. Come se le avessero spruzzato pagliuzze d’oro sul monte di Venere.
L’avevo portata al largo su un moscone. Mi ero sdraiato accanto a lei. La accarezzavo. La baciavo. Non osavo andare oltre. Ignoravo il modo. Fraintendevo il suo silenzio speranzoso. Temevo il rifiuto. Poi, non so come, le ho sfilato lo slip. Lei mi ha aiutato arcuandosi. Non vedeva l’ora. È stato così che ho sperimentato l’eiaculatio praecox. Anzi, precocissima. La sua delusione era evidente. Volevo ricominciare. Bastavano cinque minuti per riavercelo arzillo. Anche meno. Ho alzato la testa. Eravamo a pochi metri dalla riva. Io, con la minchia fuori. Grondante. In mezzo ai piscialletto che giocavano. Scherzi della corrente. Annette si è infilata il costume ridendo. Aveva diciassette anni. Come me. Anch’io ho rimesso a posto l’attrezzo. Ho lasciato perdere. Alla prossima occasione, ho pensato. In fondo, ero venuto. Poteva bastarmi, per essere la prima volta. Ma non c’è stata un’altra opportunità. Per fortuna. Istantaneo com’ero, l’avrei messa incinta di sicuro. Due anni. Sembra passata una vita. Se non altro, non le ho parlato di filosofia. Faceva la parrucchiera. Sarebbe stato troppo. Comunque, prima di ripartire, si è rifatta con un bagnino. Il sogno di tutte ‘ste nordiche. Per reazione ai loro bambaccioni sbiaditi. Il giovane Italiener abbronzato. E certamente più esperto di me. Non so darle torto. Se fosse dipeso da me, sarebbe ancora vergine. Ammesso che lo fosse.
Dalla Germania, mi ha scritto una lettera. Sentimentale. Che mi pensava sempre. Come se non avessi saputo dell’articolo da spiaggia da cui si era fatta arpionare. Che le mandassi in regalo una Goldketteln. Perché le sembrasse ancora di sentire le mie braccia intorno al collo. La puttanella! Mi prendeva per un cazzone. Chissà che viaggio si era fatta. Non avevo una lira. Col piffero che volevo farmi fregare dalla fighetta crucca! Ho chiesto consiglio a Lorenzo. È cresciuto in una famiglia di quelle dove si vive in povertà, nonostante i soldi in banca. Sa tutti i trucchi per non schiodare la lira.
“Fa’ finta di non averla ricevuta. - mi ha detto - Che se la faccia regalare da quello che l’ha stantuffata, la catenina.” L’uovo di Colombo. Così ho fatto. S’è attaccata al tram. Fine di un amore.
Sono un solitario. Prigioniero della mia turris eburnea. Fatta di musica e libri. L’ho detto. E cinema d’autore. Ma non da solo. C’è appunto anche Lorenzo. Un’altra solitudine. Suo padre si è suicidato. Quando lui era bambino. Difficile dire quanto questo abbia influito sul suo carattere. Non poco, credo. Siamo in sintonia. Stessa visione del mondo. Un deserto popolato da mostri pericolosi. Possibili aggressori annidati dovunque. Da evitare. Come i formiconi di Assalto alla Terra. O il ragno gigante di Tarantola.
I marziani de La guerra dei mondi. Chi più ne ha più ne metta. Dietro ogni cantone. In agguato. Vorremmo fuggire. Senza sapere da che. Né per andare dove. Forse ci scaviamo da soli la fossa da cui non riusciamo a evadere. È un problema che ci siamo posto. Abbiamo fondato idealmente il club degli ‘scavatori’, di cui siamo gli unici soci.

IL FUGGIASCO
Un uomo, ricercato dalle guardie dell’Imperatore per non aver pagato il tributo, abbandona casa e famiglia e fugge sulle montagne. Arrampicandosi per un giorno e una notte interi, raggiunge un altopiano, dove scopre un’ampia caverna dalla piccola imboccatura. Gli sembra un ottimo nascondiglio e lavora senza sosta a incastrare pesanti macigni uno sull’altro, fino a ostruirne completamente l’ingresso. Alla fine è estenuato, ma soddisfatto, convinto che nessuno lo cercherà lassù e che comunque sia impossibile rimuovere le pietre dall’esterno.
Vivendo nella sua buia tana, l’uomo perde la nozione del tempo. Si ciba di rare radici e dell’acqua che piove dalle volte. Ormai è così debole che a stento riesce a trascinarsi e le tenebre lo hanno reso quasi cieco. Talvolta crede di udire rumori e voci fuori della grotta e si sente felice, malgrado la sua mente sia alquanto annebbiata, al pensiero di essere riuscito a sfuggire all’Imperatore.
Ma un giorno il muro di pietre crolla fragorosamente e, nella luce abbagliante che di colpo invade il rifugio, il fuggiasco vede confusamente le terribili figure di due giganteschi soldati imperiali, che si chinano su di lui con irridente curiosità.
Facendo appello alle sue ultime forze, l’uomo chiede: “Perché non siete venuti prima?” I soldati ridono e uno risponde al morente: “Avevamo da fare cose ben più importanti che seguire te. I nomadi minacciavano di invadere le nostre terre e abbiamo dovuto difenderle. Sapevamo che eri qui: migliaia di fuggiaschi si sono nascosti in questa grotta prima di te ed eravamo certi che la tua paura ti avrebbe impedito di uscirne. Tu stesso hai scelto la tua prigione.”
Perduta la sua ultima illusione, l’uomo muore.


Io con l’esistenzialismo, lui col nichilismo, non favoriamo i contatti esterni. In più, lui è un caratteriale. Impulsivo. Ha tiramenti improvvisi. Non nel senso di erezioni, naturalmente. Si comporta in modo imprevedibile. Inspiegabile. Si scogliona con niente. Un giorno, volevamo fare una gita in bici. Con altri ragazzi. Ci siamo riuniti davanti alla casa di uno. Non era pronto. Ci ha detto: “Datemi cinque minuti.” Abbiamo risposto: “D’accordo.” Ci siamo voltati verso Lorenzo. Scomparso. Se n’era andato. Senza dire niente. Un’altra volta, ho tardato due giorni dal mio arrivo, prima di telefonargli. Non mi ha parlato per due settimane. La rappresaglia. Quando lo cercavo, non si faceva trovare.
(-Continuerà-)

Etichette: , , ,


sabato, dicembre 03, 2011

 

Come una fontana: romanzo d'appendice


Vari famosi scrittori hanno iniziato la loro fortuna con la pubblicazione delle loro opere a puntate su quotidiani di grido; appunto i giornali ricorrevano a questo espediente per fidelizzare i loro lettori.
Emilio Salgari per esempio, a fine ottocento e agli inizi del secolo scorso pubblicava a puntate sui giornali le gesta dei suoi esotici eroi.
Ma anche Balzac, Dumas, Tolstoi o Dostojevski avevano diffuso in questo modo alcune delle loro più note opere.
Spesso questi scritti furono definiti come romanzi d'appendice, ma in definitiva ricorrevano agli stessi trucchi messi in atto dalle serie televisive oggi più affermate. Ossia ogni episodio pubblicato terminava con un formidabile, inatteso colpo di scena per focalizzare l'interesse sul seguito, pubblicato il giorno dopo.
Altri autori conobbero nello stesso modo un grande successo, ma effimero, tanto che oggi sono poco conosciuti: Serao, Pitigrilli, Liala, per fare qualche nome.


Per rinverdire diversamente, ma in modo analogo i fasti del passato, oggi su queste pagine di blog, ho deciso di pubblicare a puntate un romanzo breve (ambientato a Riccione) scritto da un mio amico, che me lo ha inviato per una recensione.
Se v'interessa conoscerne il nome e ricevere il tutto sotto forma di testo stampabile o leggibile sul monitor è sufficiente scrivere nei commenti il vostro indirizzo e-mail. Garantisco la massima privacy, inoltre tale indirizzo non verrà pubblicato, dal momento che ogni commento è filtrato prima di una sua possibile pubblicazione.
In tal modo potrete, se vi piace, ricevere presto e leggere d'un fiato tutta la storia "amarcord" intitolata
"Come una fontana".




(-Da pagina 4-)
Solo.
Lisa sarà sconcertata. Prima un padre redivivo, che muore per la seconda volta. Poi un’eredità svanita prima di riceverla. Sì perché, per essere comunista, lei ha uno spiccato senso del patrimonio. Altro che la propriété c’est le vol! Furto un accidente! Abbasso Proudhon e tutti i suoi simili! Un conto è la filosofia, un altro la vita, come dicevo. Si sdilinquisce per i bei vestiti costosi. Le automobili sportive. Che cosa le racconterò?
Dimenticavo di dirvi che il padre l’avevo già dato per morto da un pezzo. Con tutti. Anche con lei. Per semplificare. La morte dà un grande aiuto, in questi casi. Evita le spiegazioni. La solitudine è una cosa ovvia. Che appartiene a tutti. Ma pochi la capiscono. Dico la solitudine archetipica. Quella che ci accompagna dalla nascita. Si viene al mondo soli e soli se ne esce. Non è una disgrazia né una punizione. Una condizione naturale. Che non dà sofferenza. Anzi, che ti abitua a camminare con le tue forze. Da cui non c’è bisogno di essere consolati. Tutti concetti risaputi. Ma provate a spiegarli a chi vi vede solo, a diciannove anni. Subito ti chiedono notizie dei tuoi. Chissà perché. Non basto io? Ho provato a liquidare la faccenda con una battuta. Che, se fossero stati miei davvero, li avrei ancora. Che non sono così distratto da perdere le mie cose. Scandaloso! Eppure, se è vero che i figli non appartengono ai genitori, è ancor più vero che i genitori non appartengono ai figli. Allora perché i miei?
Avrei dovuto raccontare della adorata mamma malata? delle trame del destino che mi avevano allontanato dal caro papà? del mio viaggio dagli Appennini alle Ande, per ritrovarlo? della lotta per la sopravvivenza, in un mondo ostile? Scomodare Dickens, De Amicis? Potevo farlo. Mi sarei anche divertito a ricamarci sopra di fantasia. Bugiardo come sono. Lo squallore dei suburbi proletari. I pasti grami. Le cupe atmosfere. Che di notte leggevo al lume di candela. Invece ero nato e cresciuto in un appartamento enorme. Luminoso. In un palazzo antico, nel pieno centro della città. La miseria borghese non fa letteratura. Così avevo preferito tagliar corto. Morti. Tutti e due. Domande, finis. Non osano tirar di lungo, a quel punto. Gli piacerebbe sapere i particolari, ma sarebbe come rigirare il coltello nella piaga. Troppo morboso. Non sta bene! Allora ammutoliscono. Le facce contrite. Da ridere. Pensare che non gliene importa una sega. È solo che la notizia della morte soddisfa la curiosità estrema. Più o meno consciamente, ci si aspetta sempre che una storia termini con la morte di qualcuno. Quando ci si arriva, si è soddisfatti. Il racconto è davvero finito. Concluso.
Ho deciso: non dirò niente. Dei ladri. Delle ruberie. Delle modalità. Niente spiegazioni. Non mi racconterò più. Né a lei né a nessuno. Muto.

UN ORDINE
Sia benedetto il giorno in cui si presentò alla porta della mia capanna l’araldo che mi consegnò la pergamena imperiale, dicendomi: “Obbedisci!” Quando se ne fu andato, mia moglie e i miei figli si strinsero attorno a me, impazienti di leggere l’ordine, ma il foglio non conteneva parole: un’infinità di segni, apparentemente senza alcun significato, si intrecciavano a caso in ogni direzione, formando strani disegni che sembravano mutare ad ogni sguardo e non somigliavano a nulla di umano. Io rimasi muto a fissare l’indecifrabile messaggio.
Quel giorno divenni il primo degli uomini, poiché è scritto nell’antico libro che colui che riceverà l’ordine dell’Imperatore conoscerà l’immortalità e tutti gli uomini gli saranno sottomessi. Fui portato in trionfo fino al tempio e mi vennero tributati tutti gli onori e offerta ogni cosa che uomo possa desiderare, affinché nessuna preoccupazione turbasse la mia mente, che solo l’interpretazione del messaggio doveva occupare. Nessuno osò più rivolgermi la parola né io parlai a nessuno. Ogni mia necessità venne soddisfatta ancor prima che io l’avvertissi. A poco a poco in me scomparve ogni interesse per il mondo e la mia vita trascorse nella contemplazione della pergamena.
Molti anni sono passati. Mia moglie è morta e i miei figli e i figli dei miei figli. Il tempo ha divorato la mia carne e fiaccato le mie ossa e il mio corpo giace immobile, venerato dagli uomini che attendono di conoscere il comando imperiale, certi che nessuna morte potrà sottrarmi alla loro fede.
Adesso so che è giunto il momento di rivelare la verità. Prima che il gelido flusso che sta invadendo le mie membra mi sommerga per sempre, anch’essi devono sapere ciò che io ho saputo fin dal primo istante, conoscere l’ordine celato in quei segni che solo io potevo comprendere, la parola nella quale, in un giorno ormai lontano, si riunirono tutte le infinite forme del mio essere: Taci.

Ancora la metafora reale del treno. Il film che scorre all’indietro. Via via che mi riavvicino all’inizio, l’immagine prende colore. Il sole. Lo credo che Camus rimpiangeva la luce di Orano, esiliato a Parigi. La ville lumière, ma è luce artificiale. Per la maggior parte dell’anno. Mai l’esplosione cromatica del Sud. Anche gli Impressionisti. Costretti a correre in massa sulla Costa Azzurra. Per evadere dal grigio. Arricchire la tavolozza. Aveva dovuto farlo persino Mondrian, così olandese. E forse un altro fiammingo, pur non essendo pittore, seguirà Gauguin, per andare a morire alle Isole Marchesi. Ma quella è un’altra faccenda. Hanno un bel dire, i Giapponesi, delle pitture a china. Che col nero si può esprimere qualunque colore. C’è una bella differenza fra sognare a colori o in bianco e nero. Chiedetelo agli psicanalisti.
E poi il mare meridionale. Il verde e il blu che ti sa dare sotto il sole. In gara con l’azzurro intenso del cielo. Sono andato in Inghilterra. Questo, più avanti nella storia. Ho attraversato la Manica. Avevo sentito tanto parlare delle bianche scogliere di Dover. Ho capito perché. Il cielo era plumbeo. Il mare inchiostro. La costa era l’unica cosa chiara. Per forza sembra bianca! La grande acqua turchina, dicevo. Non so se per l’inconscio sia davvero un simbolo materno. Ne hanno inventate tante gli strizzacervelli. Le armi e i pali, simboli fallici. Le scarpe e le conchiglie, femminili. Oddìo, che gli aggeggi lunghi e rigidi ricordassero la nerchia e i buchi aperti la fiocca, non ci voleva una grande immaginazione per dirlo. Forse gli erotomani lo avevano pensato da sempre. Le tacchinone se la facevano con gli oggetti duri e oblunghi, i baggiani con quelli cavi, anche prima di Freud. E tutti gli altri giù a prenderli per il culo. Soggetti da epigrammi. La gioia di Marziale. Infilatrici di cetrioloni. Trombatori di scarpette. Adesso gli trovano una spiegazione consolatoria a pagamento. Comunque sia, tuffarmi nudo in questa distesa di cobalto liquido mi eccita. Come essere risucchiato da un’immensa vulva acquatica.
Va detto che basta poco per avere un tiramento. Ieri, sulla spiaggia, guardavo una giovane mamma col suo bimbo piccolo. Avrà avuto venticinque anni. Occhi neri. Sguardo tenero. Labbra carnose. Capigliatura corvina. Formosa. Si è chinata in avanti. Ho slumato i suoi meloni morbidi. Pelosissima. Sopracciglia folte e quasi unite. Ombratura sul labbro. Tipo Frieda Kahlo, ma in bello. Ha alzato un braccio. Un lampo oscuro. E soprattutto lì. Una bruna lanugine si estendeva generosamente da ambo i lati dello slip bianco. Sulle cosce tornite. Come la nube di fumo diffusa da una fornace. Ho immaginato l’altra bocca dischiusa sul suo fuoco liquido. Pura poesia carnale. Mi sono dovuto tuffare in acqua. Nuotare a lungo. Pensavo alla sua pelliccia profumata. Più preziosa del vello d’oro. Io ero Teseo, sulla soglia del labirinto irsuto. Lei un’Arianna, che di fili me ne offriva migliaia. Lunghi e neri. Setosi. Riccioluti. Fatti apposta per perdersi nel dedalo muscoso. Mi piaceva farmi avvolgere da quel caldo nido soffice. Rimanerci imprigionato. Per sempre. Unica via d’uscita, l’ingresso della sua gola rosseggiante, da cui lasciarsi inghiottire. Scendere in fondo all’abisso. Fino all’origine della vita. Il vero percorso iniziatico.
(-Continua-)

Etichette: , ,


giovedì, dicembre 01, 2011

 

Amarcord di Riccione: spiegazione



Fermo restando che il creatore originale del concetto di Amarcord resta Fellini (ma anche Tonino Guerra), da me citato su queste pagine molto spesso, anche se molte di queste citazioni ora sono scomparse. Ecco perchè ne voglio riportare ancora un esempio, come omaggio al pensiero romagnol-felliniano. Per di più proprio di stagione. Se la morte è così, non è un bel lavoro.





Ma questa citazione non è inedita, mentre invece sono inedite e mai pubblicate le pagine iniziali di "Come una fontana" che precedono questo post, presto accompagnate da altre che seguiranno.
Si tratta di un Amarcord letterario (che può piacere o non piacere) ispirato agli anni giovanili dell'autore. (Autore che non sono io, anche se qualcuno potrebbe riconoscermi, scavando tra i personaggi della narrazione).
Il racconto s'ispira ad avvenimenti riccionesi degli anni sessanta; vero, classico periodo d'oro della Perla Verde.
Questa è una prima ragione del suo essere riportato qui.


(-Da pagina 3-)
Così ho recitato la mia prima parte importante. Con tutte le sue implicazioni. Il pianto no. Non mi è riuscito. Non mi sono applicato abbastanza. Non mi sembrava essenziale. L’orfano. Il successore. Il giovane imprenditore. Per telefono. È facile. Chissà con chi credono di parlare. Ma già, tutti mi danno dieci anni di più. Incuto soggezione. Lo sguardo, forse. Ho studiato le sue carte tecniche. Calcoli, disegni, schemi meccanici. Sono del tutto all’oscuro. I miei studi: il diritto. Le mie letture: filosofia, psicologia, letteratura. Altri interessi: arte, musica, cinema. Un umanista, come si dice. Siamo ben lontani! La sfida. Fare quello che non so fare. Sperimentarmi. Avventurarmi nell’ignoto. Il monaco zen imbelle che si batte alla spada col provetto samurai. Mi ci sono buttato. Ho redatto progetti, elaborato preventivi. Solo per provare le possibilità della mente. Che volere è potere. Uno dei tanti stupidi proverbi veritieri. Ho scoperto che posso.
Ogni mattina guardo fuori dalla finestra. Il cielo. Πάντα ρεί, d’accordo, ma questo grigio è immutabile. Il tempo sorvola veloce la città. Non la tocca. La stagione non cambia. Anche le persone, in corsa perenne, girano a vuoto. Non arrivano in nessun posto. È solo un gioco oscuro. Fatto di movimento. Senza scopo. Ma chi si ferma è perduto. Forse per questo, quando sostano si nascondono. Si illudono di essere invisibili, nei loro alveari cinerei. Lì dentro, si agitano ancora un po’ in qualche corpo a corpo sudorifero. Tanto per sentirsi vivi. Poi si concedono una breve pausa. Giusto il tempo di riprendere forza e tornar fuori a correre. Sperando nel premio finale. La Coppa dell’Assurdo.
Capisco che è il clima interiore il mio problema. La situazione in cui mi trovo. Che non prevede il sole. Sono prigioniero. In un carcere senza sbarre. Immobilizzato, senza catene. La domanda: qual è il messaggio? Tutto questo ha uno scopo, suppongo. Dovrei trarne un insegnamento? Obbedire a un ordine?

UN MESSAGGIO
Una notte dal palazzo dell’Imperatore partì un messaggero sul suo cavallo bianco.
Giunse al villaggio nel pieno della festa per la mietitura. Uomini e donne, riuniti sulla piazza, ballavano e cantavano, grossi manzi arrostivano sui fuochi e le fiasche di vino passavano da una bocca all’altra.
Il messaggero arrestò il cavallo al margine della folla e soffiò tre volte nella sua tromba d’oro, ma il clamore sommerse gli squilli. Svolse la pergamena e lesse il messaggio con voce forte e chiara, ma nessuno lo udì. Alla fine lanciò altri tre squilli di tromba e di colpo tutti ammutolirono e si fecero attenti. Allora il messaggero gridò: “Io vi ho letto un messaggio dell’Imperatore: guai a coloro che trasgrediranno i suoi ordini.”
Detto questo, spronò il cavallo e sparì nel buio.


Non so che cosa avrei dovuto imparare, nelle intenzioni dell’Organizzatore. Se avrei dovuto reagire in altro modo. Sono scappato. Appena ho potuto. Appena ho intravisto un varco nel Vuoto. Non potevo restare. Può darsi che il libero arbitrio sia davvero nient’altro che un filo più lungo legato alla zampa di un maggiolino. Comunque ho ripreso il viaggio. Ho rivisto la fontana. L’uomo che deve morire era ancora là. Ci sarà sempre. Adesso lo so.
Durante la mia prigionia, cercavo un segno. Per capire. Guardavo la gente intorno a me. Mi trattavano come il figliuol prodigo. Ma non ero io ad essermene andato. Tuttavia sembravano ben disposti. Ad aiutarmi. “Io sono cattolico praticante, come te.”
mi ha detto uno di loro. Quindi potevo stare tranquillo. La miglior credenziale. Un’altra si è offerta di farmi dei favori.
Ho parlato. Mi sono raccontato. Non tutto, beninteso. Ho la prudenza stampata nel DNA. Ma pur sempre troppo. I miei studi legali erano all’inizio. Non avevo ancora imparato che ius e iustum non coincidono. Non necessariamente. Che le leggi non puniscono sempre i ladri, ma possono anche aiutarli a rubare. Nei libri non c’era scritto. Che un testamento scritto di pugno, ma senza firma, non esiste l’ho verificato lì. Sul campo. Che tutti tengono famiglia e, con questa scusa, sono pronti a compiere qualsiasi nefandezza. Che il biglietto da visita religioso è cosa di cui diffidare al massimo. Soprattutto quello cattolico. Farò tesoro della lezione. L’ho pagata il giusto prezzo. Quel che valeva.
Parenti serpenti.
Mi hanno ciuffato tutto quello che hanno potuto. Orgogliosi della chiavata che mi hanno dato. Legalmente. Approfittando dei cavilli e della mia ingenuità. Distinguendo il diritto dalla morale, appunto. Vittime della generale epidemia. Avere anziché essere. Il gatto e la volpe marciano rapidi verso la fine della loro storia. Hanno i giorni contati. Mica per dire. Letteralmente. Moriranno poco dopo. E mi avranno fottuto quel po’ di roba per niente. La roba. Aveva ragione Verga. Fregare serve a niente. Tocca lasciarla qui. Ma loro non lo sanno ancora. Con tutto che sono già vecchi e dovrebbero pur vederla, la fossa, spalancarsi sotto il loro piede proteso. Niente. Pare che tutti si credano immortali. Per la verità, non lo so nemmeno io. Lo scoprirò in seguito e capirò anche che devo essergli grato. Rischiavo la pigrizia. Me l’hanno preclusa. Aboliti i regali. Gli sconti. Se mai avessi pensato di averne diritto. D’ora in poi, è certo, tutto dipenderà da me. Come è sempre stato. Figlio di nessuno. Factum non genitum. Dal nulla. O da me stesso. Partenogenesi. Agamia. Riproduzione per scissione.
(-Continua-)

 


Etichette: , ,




This page is powered by Blogger. Isn't yours?