giovedì, dicembre 01, 2011

 

Amarcord di Riccione: spiegazione



Fermo restando che il creatore originale del concetto di Amarcord resta Fellini (ma anche Tonino Guerra), da me citato su queste pagine molto spesso, anche se molte di queste citazioni ora sono scomparse. Ecco perchè ne voglio riportare ancora un esempio, come omaggio al pensiero romagnol-felliniano. Per di più proprio di stagione. Se la morte è così, non è un bel lavoro.





Ma questa citazione non è inedita, mentre invece sono inedite e mai pubblicate le pagine iniziali di "Come una fontana" che precedono questo post, presto accompagnate da altre che seguiranno.
Si tratta di un Amarcord letterario (che può piacere o non piacere) ispirato agli anni giovanili dell'autore. (Autore che non sono io, anche se qualcuno potrebbe riconoscermi, scavando tra i personaggi della narrazione).
Il racconto s'ispira ad avvenimenti riccionesi degli anni sessanta; vero, classico periodo d'oro della Perla Verde.
Questa è una prima ragione del suo essere riportato qui.


(-Da pagina 3-)
Così ho recitato la mia prima parte importante. Con tutte le sue implicazioni. Il pianto no. Non mi è riuscito. Non mi sono applicato abbastanza. Non mi sembrava essenziale. L’orfano. Il successore. Il giovane imprenditore. Per telefono. È facile. Chissà con chi credono di parlare. Ma già, tutti mi danno dieci anni di più. Incuto soggezione. Lo sguardo, forse. Ho studiato le sue carte tecniche. Calcoli, disegni, schemi meccanici. Sono del tutto all’oscuro. I miei studi: il diritto. Le mie letture: filosofia, psicologia, letteratura. Altri interessi: arte, musica, cinema. Un umanista, come si dice. Siamo ben lontani! La sfida. Fare quello che non so fare. Sperimentarmi. Avventurarmi nell’ignoto. Il monaco zen imbelle che si batte alla spada col provetto samurai. Mi ci sono buttato. Ho redatto progetti, elaborato preventivi. Solo per provare le possibilità della mente. Che volere è potere. Uno dei tanti stupidi proverbi veritieri. Ho scoperto che posso.
Ogni mattina guardo fuori dalla finestra. Il cielo. Πάντα ρεί, d’accordo, ma questo grigio è immutabile. Il tempo sorvola veloce la città. Non la tocca. La stagione non cambia. Anche le persone, in corsa perenne, girano a vuoto. Non arrivano in nessun posto. È solo un gioco oscuro. Fatto di movimento. Senza scopo. Ma chi si ferma è perduto. Forse per questo, quando sostano si nascondono. Si illudono di essere invisibili, nei loro alveari cinerei. Lì dentro, si agitano ancora un po’ in qualche corpo a corpo sudorifero. Tanto per sentirsi vivi. Poi si concedono una breve pausa. Giusto il tempo di riprendere forza e tornar fuori a correre. Sperando nel premio finale. La Coppa dell’Assurdo.
Capisco che è il clima interiore il mio problema. La situazione in cui mi trovo. Che non prevede il sole. Sono prigioniero. In un carcere senza sbarre. Immobilizzato, senza catene. La domanda: qual è il messaggio? Tutto questo ha uno scopo, suppongo. Dovrei trarne un insegnamento? Obbedire a un ordine?

UN MESSAGGIO
Una notte dal palazzo dell’Imperatore partì un messaggero sul suo cavallo bianco.
Giunse al villaggio nel pieno della festa per la mietitura. Uomini e donne, riuniti sulla piazza, ballavano e cantavano, grossi manzi arrostivano sui fuochi e le fiasche di vino passavano da una bocca all’altra.
Il messaggero arrestò il cavallo al margine della folla e soffiò tre volte nella sua tromba d’oro, ma il clamore sommerse gli squilli. Svolse la pergamena e lesse il messaggio con voce forte e chiara, ma nessuno lo udì. Alla fine lanciò altri tre squilli di tromba e di colpo tutti ammutolirono e si fecero attenti. Allora il messaggero gridò: “Io vi ho letto un messaggio dell’Imperatore: guai a coloro che trasgrediranno i suoi ordini.”
Detto questo, spronò il cavallo e sparì nel buio.


Non so che cosa avrei dovuto imparare, nelle intenzioni dell’Organizzatore. Se avrei dovuto reagire in altro modo. Sono scappato. Appena ho potuto. Appena ho intravisto un varco nel Vuoto. Non potevo restare. Può darsi che il libero arbitrio sia davvero nient’altro che un filo più lungo legato alla zampa di un maggiolino. Comunque ho ripreso il viaggio. Ho rivisto la fontana. L’uomo che deve morire era ancora là. Ci sarà sempre. Adesso lo so.
Durante la mia prigionia, cercavo un segno. Per capire. Guardavo la gente intorno a me. Mi trattavano come il figliuol prodigo. Ma non ero io ad essermene andato. Tuttavia sembravano ben disposti. Ad aiutarmi. “Io sono cattolico praticante, come te.”
mi ha detto uno di loro. Quindi potevo stare tranquillo. La miglior credenziale. Un’altra si è offerta di farmi dei favori.
Ho parlato. Mi sono raccontato. Non tutto, beninteso. Ho la prudenza stampata nel DNA. Ma pur sempre troppo. I miei studi legali erano all’inizio. Non avevo ancora imparato che ius e iustum non coincidono. Non necessariamente. Che le leggi non puniscono sempre i ladri, ma possono anche aiutarli a rubare. Nei libri non c’era scritto. Che un testamento scritto di pugno, ma senza firma, non esiste l’ho verificato lì. Sul campo. Che tutti tengono famiglia e, con questa scusa, sono pronti a compiere qualsiasi nefandezza. Che il biglietto da visita religioso è cosa di cui diffidare al massimo. Soprattutto quello cattolico. Farò tesoro della lezione. L’ho pagata il giusto prezzo. Quel che valeva.
Parenti serpenti.
Mi hanno ciuffato tutto quello che hanno potuto. Orgogliosi della chiavata che mi hanno dato. Legalmente. Approfittando dei cavilli e della mia ingenuità. Distinguendo il diritto dalla morale, appunto. Vittime della generale epidemia. Avere anziché essere. Il gatto e la volpe marciano rapidi verso la fine della loro storia. Hanno i giorni contati. Mica per dire. Letteralmente. Moriranno poco dopo. E mi avranno fottuto quel po’ di roba per niente. La roba. Aveva ragione Verga. Fregare serve a niente. Tocca lasciarla qui. Ma loro non lo sanno ancora. Con tutto che sono già vecchi e dovrebbero pur vederla, la fossa, spalancarsi sotto il loro piede proteso. Niente. Pare che tutti si credano immortali. Per la verità, non lo so nemmeno io. Lo scoprirò in seguito e capirò anche che devo essergli grato. Rischiavo la pigrizia. Me l’hanno preclusa. Aboliti i regali. Gli sconti. Se mai avessi pensato di averne diritto. D’ora in poi, è certo, tutto dipenderà da me. Come è sempre stato. Figlio di nessuno. Factum non genitum. Dal nulla. O da me stesso. Partenogenesi. Agamia. Riproduzione per scissione.
(-Continua-)

 


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