sabato, dicembre 03, 2011

 

Come una fontana: romanzo d'appendice


Vari famosi scrittori hanno iniziato la loro fortuna con la pubblicazione delle loro opere a puntate su quotidiani di grido; appunto i giornali ricorrevano a questo espediente per fidelizzare i loro lettori.
Emilio Salgari per esempio, a fine ottocento e agli inizi del secolo scorso pubblicava a puntate sui giornali le gesta dei suoi esotici eroi.
Ma anche Balzac, Dumas, Tolstoi o Dostojevski avevano diffuso in questo modo alcune delle loro più note opere.
Spesso questi scritti furono definiti come romanzi d'appendice, ma in definitiva ricorrevano agli stessi trucchi messi in atto dalle serie televisive oggi più affermate. Ossia ogni episodio pubblicato terminava con un formidabile, inatteso colpo di scena per focalizzare l'interesse sul seguito, pubblicato il giorno dopo.
Altri autori conobbero nello stesso modo un grande successo, ma effimero, tanto che oggi sono poco conosciuti: Serao, Pitigrilli, Liala, per fare qualche nome.


Per rinverdire diversamente, ma in modo analogo i fasti del passato, oggi su queste pagine di blog, ho deciso di pubblicare a puntate un romanzo breve (ambientato a Riccione) scritto da un mio amico, che me lo ha inviato per una recensione.
Se v'interessa conoscerne il nome e ricevere il tutto sotto forma di testo stampabile o leggibile sul monitor è sufficiente scrivere nei commenti il vostro indirizzo e-mail. Garantisco la massima privacy, inoltre tale indirizzo non verrà pubblicato, dal momento che ogni commento è filtrato prima di una sua possibile pubblicazione.
In tal modo potrete, se vi piace, ricevere presto e leggere d'un fiato tutta la storia "amarcord" intitolata
"Come una fontana".




(-Da pagina 4-)
Solo.
Lisa sarà sconcertata. Prima un padre redivivo, che muore per la seconda volta. Poi un’eredità svanita prima di riceverla. Sì perché, per essere comunista, lei ha uno spiccato senso del patrimonio. Altro che la propriété c’est le vol! Furto un accidente! Abbasso Proudhon e tutti i suoi simili! Un conto è la filosofia, un altro la vita, come dicevo. Si sdilinquisce per i bei vestiti costosi. Le automobili sportive. Che cosa le racconterò?
Dimenticavo di dirvi che il padre l’avevo già dato per morto da un pezzo. Con tutti. Anche con lei. Per semplificare. La morte dà un grande aiuto, in questi casi. Evita le spiegazioni. La solitudine è una cosa ovvia. Che appartiene a tutti. Ma pochi la capiscono. Dico la solitudine archetipica. Quella che ci accompagna dalla nascita. Si viene al mondo soli e soli se ne esce. Non è una disgrazia né una punizione. Una condizione naturale. Che non dà sofferenza. Anzi, che ti abitua a camminare con le tue forze. Da cui non c’è bisogno di essere consolati. Tutti concetti risaputi. Ma provate a spiegarli a chi vi vede solo, a diciannove anni. Subito ti chiedono notizie dei tuoi. Chissà perché. Non basto io? Ho provato a liquidare la faccenda con una battuta. Che, se fossero stati miei davvero, li avrei ancora. Che non sono così distratto da perdere le mie cose. Scandaloso! Eppure, se è vero che i figli non appartengono ai genitori, è ancor più vero che i genitori non appartengono ai figli. Allora perché i miei?
Avrei dovuto raccontare della adorata mamma malata? delle trame del destino che mi avevano allontanato dal caro papà? del mio viaggio dagli Appennini alle Ande, per ritrovarlo? della lotta per la sopravvivenza, in un mondo ostile? Scomodare Dickens, De Amicis? Potevo farlo. Mi sarei anche divertito a ricamarci sopra di fantasia. Bugiardo come sono. Lo squallore dei suburbi proletari. I pasti grami. Le cupe atmosfere. Che di notte leggevo al lume di candela. Invece ero nato e cresciuto in un appartamento enorme. Luminoso. In un palazzo antico, nel pieno centro della città. La miseria borghese non fa letteratura. Così avevo preferito tagliar corto. Morti. Tutti e due. Domande, finis. Non osano tirar di lungo, a quel punto. Gli piacerebbe sapere i particolari, ma sarebbe come rigirare il coltello nella piaga. Troppo morboso. Non sta bene! Allora ammutoliscono. Le facce contrite. Da ridere. Pensare che non gliene importa una sega. È solo che la notizia della morte soddisfa la curiosità estrema. Più o meno consciamente, ci si aspetta sempre che una storia termini con la morte di qualcuno. Quando ci si arriva, si è soddisfatti. Il racconto è davvero finito. Concluso.
Ho deciso: non dirò niente. Dei ladri. Delle ruberie. Delle modalità. Niente spiegazioni. Non mi racconterò più. Né a lei né a nessuno. Muto.

UN ORDINE
Sia benedetto il giorno in cui si presentò alla porta della mia capanna l’araldo che mi consegnò la pergamena imperiale, dicendomi: “Obbedisci!” Quando se ne fu andato, mia moglie e i miei figli si strinsero attorno a me, impazienti di leggere l’ordine, ma il foglio non conteneva parole: un’infinità di segni, apparentemente senza alcun significato, si intrecciavano a caso in ogni direzione, formando strani disegni che sembravano mutare ad ogni sguardo e non somigliavano a nulla di umano. Io rimasi muto a fissare l’indecifrabile messaggio.
Quel giorno divenni il primo degli uomini, poiché è scritto nell’antico libro che colui che riceverà l’ordine dell’Imperatore conoscerà l’immortalità e tutti gli uomini gli saranno sottomessi. Fui portato in trionfo fino al tempio e mi vennero tributati tutti gli onori e offerta ogni cosa che uomo possa desiderare, affinché nessuna preoccupazione turbasse la mia mente, che solo l’interpretazione del messaggio doveva occupare. Nessuno osò più rivolgermi la parola né io parlai a nessuno. Ogni mia necessità venne soddisfatta ancor prima che io l’avvertissi. A poco a poco in me scomparve ogni interesse per il mondo e la mia vita trascorse nella contemplazione della pergamena.
Molti anni sono passati. Mia moglie è morta e i miei figli e i figli dei miei figli. Il tempo ha divorato la mia carne e fiaccato le mie ossa e il mio corpo giace immobile, venerato dagli uomini che attendono di conoscere il comando imperiale, certi che nessuna morte potrà sottrarmi alla loro fede.
Adesso so che è giunto il momento di rivelare la verità. Prima che il gelido flusso che sta invadendo le mie membra mi sommerga per sempre, anch’essi devono sapere ciò che io ho saputo fin dal primo istante, conoscere l’ordine celato in quei segni che solo io potevo comprendere, la parola nella quale, in un giorno ormai lontano, si riunirono tutte le infinite forme del mio essere: Taci.

Ancora la metafora reale del treno. Il film che scorre all’indietro. Via via che mi riavvicino all’inizio, l’immagine prende colore. Il sole. Lo credo che Camus rimpiangeva la luce di Orano, esiliato a Parigi. La ville lumière, ma è luce artificiale. Per la maggior parte dell’anno. Mai l’esplosione cromatica del Sud. Anche gli Impressionisti. Costretti a correre in massa sulla Costa Azzurra. Per evadere dal grigio. Arricchire la tavolozza. Aveva dovuto farlo persino Mondrian, così olandese. E forse un altro fiammingo, pur non essendo pittore, seguirà Gauguin, per andare a morire alle Isole Marchesi. Ma quella è un’altra faccenda. Hanno un bel dire, i Giapponesi, delle pitture a china. Che col nero si può esprimere qualunque colore. C’è una bella differenza fra sognare a colori o in bianco e nero. Chiedetelo agli psicanalisti.
E poi il mare meridionale. Il verde e il blu che ti sa dare sotto il sole. In gara con l’azzurro intenso del cielo. Sono andato in Inghilterra. Questo, più avanti nella storia. Ho attraversato la Manica. Avevo sentito tanto parlare delle bianche scogliere di Dover. Ho capito perché. Il cielo era plumbeo. Il mare inchiostro. La costa era l’unica cosa chiara. Per forza sembra bianca! La grande acqua turchina, dicevo. Non so se per l’inconscio sia davvero un simbolo materno. Ne hanno inventate tante gli strizzacervelli. Le armi e i pali, simboli fallici. Le scarpe e le conchiglie, femminili. Oddìo, che gli aggeggi lunghi e rigidi ricordassero la nerchia e i buchi aperti la fiocca, non ci voleva una grande immaginazione per dirlo. Forse gli erotomani lo avevano pensato da sempre. Le tacchinone se la facevano con gli oggetti duri e oblunghi, i baggiani con quelli cavi, anche prima di Freud. E tutti gli altri giù a prenderli per il culo. Soggetti da epigrammi. La gioia di Marziale. Infilatrici di cetrioloni. Trombatori di scarpette. Adesso gli trovano una spiegazione consolatoria a pagamento. Comunque sia, tuffarmi nudo in questa distesa di cobalto liquido mi eccita. Come essere risucchiato da un’immensa vulva acquatica.
Va detto che basta poco per avere un tiramento. Ieri, sulla spiaggia, guardavo una giovane mamma col suo bimbo piccolo. Avrà avuto venticinque anni. Occhi neri. Sguardo tenero. Labbra carnose. Capigliatura corvina. Formosa. Si è chinata in avanti. Ho slumato i suoi meloni morbidi. Pelosissima. Sopracciglia folte e quasi unite. Ombratura sul labbro. Tipo Frieda Kahlo, ma in bello. Ha alzato un braccio. Un lampo oscuro. E soprattutto lì. Una bruna lanugine si estendeva generosamente da ambo i lati dello slip bianco. Sulle cosce tornite. Come la nube di fumo diffusa da una fornace. Ho immaginato l’altra bocca dischiusa sul suo fuoco liquido. Pura poesia carnale. Mi sono dovuto tuffare in acqua. Nuotare a lungo. Pensavo alla sua pelliccia profumata. Più preziosa del vello d’oro. Io ero Teseo, sulla soglia del labirinto irsuto. Lei un’Arianna, che di fili me ne offriva migliaia. Lunghi e neri. Setosi. Riccioluti. Fatti apposta per perdersi nel dedalo muscoso. Mi piaceva farmi avvolgere da quel caldo nido soffice. Rimanerci imprigionato. Per sempre. Unica via d’uscita, l’ingresso della sua gola rosseggiante, da cui lasciarsi inghiottire. Scendere in fondo all’abisso. Fino all’origine della vita. Il vero percorso iniziatico.
(-Continua-)

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