sabato, gennaio 28, 2012

 

Cuccare sulla spiaggia, oggi mission impossible?






Occorre ammettere che "Come una fontana" affronta una problematica giovanile sempre attuale, pur sfiorando appena un certo orientamento sessuale che riguarda forse il 10% della popolazione.
Ho trovato (vedi sopra) un arguto cortometraggio "Lucky or not" (costretto, per regolamento di concorso, entro una durata massima di 90 secondi) che con sottile ironia mostra gli incerti di quell'attività tra la pesca e la caccia, che viene praticata volentieri a Riccione da ogni persona, in ogni classe di età, turista o indigena che sia.
Ma continuiamo la storia con un'altra puntata, davvero a luci rosse...


(-Da pagina 10-)

Intanto immagino le forme procaci di Maria Grazia, sotto il vestito. Lei, così per bene, con le mutande a mezza gamba. A rotolarsi con me su quel tappeto, dove adesso tiene i piedini uniti. A squadernare l’astuccio che nasconde gelosamente tra le cosce. La pelosona all’aria. A farsi lappare il pirulino. E la natalizia che aspira lo sfilatino di Lorenzo. Che se lo trinca a tutta gargana. Un’orgia in piena regola. Con tanto di changez la femme. Come una quadriglia porno. Io che trombo Natalina more ferarum e lei che fa una lingua a Maria Grazia, infornata specularmente da Lorenzo. Tutto questo mentre sorseggio il tè. Se mi vedessero dentro la testa!
Come per caso, le vestali ci rivelano che sono fidanzate.
“A scuola, avevo una cotta per lui. - fa Maria Grazia all’amica, accennando a me - Lo sapevi?”
“No. - dico io - Mai neanche sospettato.” È la verità. Tutto avrei immaginato, meno che di essere stato oggetto delle voglie immature della ex pienotta.
“Tutte eravamo innamoraaate di te.” Rincara lei. Che sia uno sguardo sognante, questo che ha mentre pronuncia la parola? Sembra uno sguardo sognante. Si sa, le fanciulle in fiore si sbrodolano sotto, quando parlano di amooore. Non conta se, in realtà, pensano a qualche decimetro di carne bella rigida. Lo stereotipo le commuove. C’hanno alle spalle l’inconscio collettivo di qualche secolo di poesia cavalleresca. Di cantate melense. Con le rime in -ore.
Rivado con la memoria ai tempi delle medie. Ero il primo della classe. Fine, carino. Sempre vestito come Il piccolo lord, in mezzo a quei buzzurri. Chissà, forse gli tiravo davvero. Ma sono convinto che preferissero i ragazzotti dai giochi violenti e gli scherzi salaci. Quelli precoci che glielo facevano già vedere dietro i cespugli. Che gli buttavano per aria le sottanine e cercavano di mettere il diavolo nel ninferno. Senza tanti complimenti. Come avevo visto fare una volta da un piccolo coetaneo. Un teppistello biondo che chiamavano ‘il tedesco’, per via della madre: “Togliti le mutande, che ti chiavo.” aveva ordinato alla pischellina, estraendo dalla bottega il suo dito senz’unghia. Gliel’aveva appoggiato alla fessura imberbe e si muoveva avanti e indietro. Doveva aver spiato i grandi. Naturalmente non era entrato in nessun posto. Ma l’intenzione c’era già.
Con le due sbarbe ci siamo dati appuntamento per uscire. Venendo via, mentre programmavamo dove portarle per fare bella figura con poca spesa, Lorenzo e io eravamo perplessi.
“Secondo te, ci stanno?” ci chiedevamo. “Perché ci avranno detto che sono fidanzate?” Misteri della psiche femminile. Va’ a capire. Per darsi le arie? Perché non ci venissero idee per la testa? O per farcele venire? Dilemmi.
Le abbiamo viste due o tre volte ancora. Ci è sembrato che cercassero marito. Noi non cercavamo moglie. Farci incastrare, proprio no. Maria Grazia, in particolare, credeva molto nella famiglia. Sfido! I suoi genitori filavano d’amore e d’accordo. Sposati da oltre vent’anni. La stronza si sperticava in elogi dell’unione. Il saaacro vincolo. La prooole. Benedizione del focolare domeeestico. Cazzate rancide! Doveva averle sentite in chiesa. S’era bevuta tutto e adesso ce lo spisciolava addosso. Per riportarci sulla retta via. L’avrei voluta vedere, al nostro posto. Due, concubini. Poi forse vi dirò. Un altro, suicida. Se avrebbe avuto voglia di sposarsi. Avere figli. Illegalità a parte, io me le ricordo le liti furibonde. Urla. Porte sbattute. E altro. Le scene di disperazione. Gli inseguimenti. Quando mi avevano fatto spettatore delle loro pantomime. Delle loro ingiurie in differita. Ributtarsi dentro quella trappola per topi? No, grazie!
Come parabola morale, ci raccontava del padre di una sua amica, separato dalla moglie. Che passava da una donna all’altra. Soprattutto giovani.
“Quasi come sua figlia. - diceva scandalizzata - Ma io l’ho visto piangere. Più di una volta. Per la solitudine.”
E giù a descrivere la presunta disperazione di questo qui. Il sesso senza amore. In questi discorsi c’è qualcosa che mi tocca, non dico di no. Ma certo non abbastanza da convertirmi alle sue idee. Senza dire che magari quel manfano recitava la commedia pietosa, per portarsi a letto l’amica della figlia. Come niente. Questo non gliel’ho detto, però ho attaccato coi miei sillogismi. Perché è preferibile evitare matrimonio e procreazione. Senza alludere a me, a noi. Argomenti di carattere generale. Cinici non poco. Poi, la botta finale. Quella che lascia tutti senza parole. Come un cazzotto alla bocca dello stomaco. Che la più grande fortuna è la morte dei genitori. Una vera culata. Un messaggio forte della vita. Diretto. Senza tanti arzigogoli. Un esempio chiaro. Una scorciatoia. Per farti capire. Che sei nato solo e vivrai sempre solo. Perché tu non possa più dire: non lo sapevo.
Lorenzo assentiva convinto. Loro sono inorridite:
“Ma cosa dici?”
Indecise fra compatirmi o scacciarmi con l’acqua santa. Forse si chiedevano se fossi un mostro. Se, per caso, non li avessi ammazzati io i miei. Loro non possono sapere che, qualche volta, l’ho accarezzato davvero quel sogno. Che però non sono arrivato mai a odiarli abbastanza per farlo. Che la mia rabbia muta non è riuscita a elevarsi alla dignità di odio. Alla fine, le piccole bigotte sono rimaste interdette. Non hanno saputo controbattere. La bocca sigillata dall’orrore. Anche quella tra le gambe, forse. È chiaro che non ci siamo fidanzati. Incannato, meno che mai.
L’ultima volta che ho incontrato Maria Grazia, da sola, mi ha fatto uno strano discorso. Sul fatto che Lorenzo sembra pendere dalle mie labbra. L’ascendente che ho su di lui.
“Voi due siete molto legati, eh? - mi fa - Ho notato che avete un gergo tutto vostro. Ma così, quando parlate fra voi, escludete gli altri dalla conversazione. Non è piacevole per chi sta con voi. Non l’avete pensato questo? Se n’è accorta anche Natalina.”
Ora, c’è del vero in quel che dice, non lo nego. Il fatto è che abbiamo dei riferimenti letterari convenzionali. Per lo più scovati da me e poi adottati da entrambi. Per esempio, Lorenzo sluma una e mi dà di gomito. “Utrum peccò di gola o di lussuria?” chiede, inclinando la testa verso di lei. Pochi capirebbero che è una citazione dai Dubbi amorosi dell’Aretino. Io mi giro: la damigella ha effettivamente una gran faccia da bocchinara. Se vi andate a leggere la fonte, capirete cosa voglio dire. Un’altra volta, all’indirizzo di due che c’avevano rotto, ho declamato: “Pedicabo ego vos et irrumabo.”, che è di Catullo. Se sapete il latino avete già capito. Se no, peggio per voi. Poi c’è quell’appellativo di Lorenzo, bàtjuška, babbino, che vi ho già detto. E così via. Espressioni evocative. Solo per noi. Comprensione reciproca. Ma, in fondo, è solo un gioco. Senza malizia. Invece nelle frasi di Maria Grazia coglievo una specie di astio marginale. Un che di allusivo. In poche parole, ho capito che le due pseudosuorine ci avevano presi per culattoni. Ho riflettuto: lui è biondo, esile. Tipo Peter O’Toole. Io ho un corpo da ginnasta. Entrambi siamo contro gli sponsali. In più, non glielo avevamo neanche fatto sentire. Né tentato di mettergli una mano tra le cosce. Comprendevo la delusione. Il sospetto. L’impulso vendicativo. Così impareranno a fare discorsi nuziali! Se ce l’avessero mollata motu proprio, senza tante storie, sarebbe stato diverso per tutti. Invece così si son giocata la minchia. Peccato però, perché potevano essere due belle sbigolate.
Quando ho riferito a Lorenzo la storia delle checche, ci siamo sgangherati dal ridere.
“Insomma, - mi fa lui - pensano che, più che amici per la pelle, siamo amici per le palle.”
“Proprio così. - dico - Magari le amichette andavano su di giri, immaginando che ci facevamo dei rigatoni a vicenda e ce lo mettevamo nel didietro. E loro si sgrillettavano le chitarrine vergini.”
“Vergini?” conclude Lorenzo.

(-Continua-)

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sabato, gennaio 14, 2012

 

Infine trovata la fontana da mettere in copertina


Fontana di Treviso
Finalmente ho trovato la fontana che meglio rappresenta lo spirito e la vena del romanzo "Come una fontana".
Se avete un parere differente o qualcosa di più adatto, non mancate di segnalarmelo nei commenti. Tuttavia dubito fortemente che sia possibile trovare una fontana più rappresentativa.


(-Da pagina 9-)

Dopo la sua partenza, con Monika mi sono scambiato lettere, per qualche mese. Era una ragazza dolce. Mi mandava sue fotografie. Chiedeva le mie. Mi scriveva del suo sgobbo. Della sua vita. Voleva che andassi a trovarla. Figurarsi! Col gelataio cazzuto evidentemente non c’era stato dialogo. Non credo che avessero commentato la Critica della ragion pura. Di me, che non l’avevo infilata, rischiava di innamorarsi. O le piaceva raccontarselo. Me la figuravo, nell’ufficio, confidarsi con le colleghe di lavoro. Leggere insieme le mie lettere. Alla ricerca della nota romantica. Non era facile trovarla. Io riferivo delle mie letture. Di qualche attività culturale più o meno immaginaria. Forse lei si vantava: “Er ist ein Intellektueller.” Non ne doveva bazzicare molti, nel suo ambiente. Buon per lei, del resto. Meglio il genitale dell’intellettuale. Comunque, dopo un po’, l’epistolario ha cominciato a languire. Non sapevo più che cosa inventare. Di fare il Liebhaber non ci pensavo proprio. Così, alla fine, ho smesso di rispondere. Almeno avevo fatto esercizio di tedesco. Perché, oltre che per via paragenitale, lo studio anche sui libri. Per puro interesse linguistico. Mica solo per cercar di chiavare.
È rimasto il dilemma. Mi avrà creduto matto o filosofo? O cazzone?

Lorenzo non è andato in Svezia. Anche perché ha sostituito alla svedesona una moglie italiana insoddisfatta del proprio marito. Trentaseienne. Bionda. Elegante. Bella filiberta. Tipo Grace Kelly. Sono stato io a fargli notare che lei gli ha messo gli occhi addosso. Lui, in questo, è distratto. Per dire che non è stata una conquista laboriosa. Lo riceve a casa. Di sera. Quando il becco è fuori e i bambini dormono. Gli telefona, per dargli il segnale di via libera. Due squilli e riattacca. Consumano in salotto. Su un divano. C’è sempre un po’ di suspense. Un ritorno inatteso, un risveglio imprevisto. Una volta, Lorenzo si è dovuto dileguare attraverso un balcone. Coi vestiti in mano.
Mi racconta tutto. Con dovizia di particolari. Anche intimi, s’intende. “Allora io, allora lei.” Come lo fanno. Dove lo fa sbrodare. Sulla trippa o fra le ciocce. Per non rimanere incinta. Al solito, però, lui idealizza il personaggio. Le trova giustificazioni. Inventa romanticherie. Lei è molto infelice.
“Il marito la trascura.” mi fa.
“Ça va sans dire.” ironizzo io.
“Mi ha detto che la maltratta anche.”
“C’avrei giurato.”
“Non fare lo stronzo. La tradisce con le altre.”
“Poverina!” io, sarcastico.
“Da non credere, eh? Quel tocco di gnocca. E poi raffinata. Invece dice che il marito è un rozzo.”
“Ma va’?”
“Oltre tutto, lei scopa alla grande. Mi fa certi numeri...”
“Perché di te è innamorata.” rincaro la dose.
Lorenzo non realizza: “Me lo ha detto davvero. Che sono il suo primo vero amore.” Io mimo la massima ammirazione. Faccio così con la testa. Come per dire: mecoiòni! niente po’ po’ di meno!
L’amore sì, ma non senza travaglio. La bionda è combattuta. Glielo confessa. Ha i sensi di colpa. Gli racconta che le cadono i capelli. Per lo stress. Forse avrò modo di incontrarne altre, in seguito, di queste Bovary. E di cascarci, anche, nelle loro trappole sentimentali. Buche profonde. Ben mascherate dalle frasche amorose. Dalle quali si riemerge a fatica. Con sofferenza. Ma, per ora, ho le idee chiare. Per certi versi, crescendo ci si guasta. O che si vedono sempre le pagliuzze degli altri, ma mai le proprie travi. Comunque sia, gli demolisco tutto. Implacabile. Solo rappresentandogli la realtà. Senza fronzoli. Gli apro gli occhi. Faccio notare che la colomba ha il viso liscio. La pelle curata. Si vede l’intervento regolare dell’estetista. E gli abiti costosi. I gioielli. Segno che il marito scuce mica poco. Che maltrattamenti d’Egitto! Gli dimostro che lui non è né il primo né l’ultimo, ma uno dei tanti anelli della catena erotica, alla quale la dama è legata. Come una cagna sull’aia. Pronta ad azzannare il primo che passa. Come tutti gli umani. Schiavi della legge di perpetuazione della specie. Vivrà forse anche qualche conflitto interiore. Qualche contraddizione sadomasochistica. Certamente accetta di buon grado la doppiezza. Da una parte, la tranquillità sociale della famiglia. La facciata borghese. L’intonaco perfetto. Senza una crepa. Moglie e madre esemplare. La solita stronzata fasulla. Dall’altra, qualche centimetro di carne giovane, bella dura, per riempire la vacuità dell’esistenza inguinale. La realtà vera. Quella nascosta dietro la maggior parte di ‘ste unioni convenzionali.
In fondo, Lorenzo concorda con me. La cocorita è solo un bel trastullo. Da approfittarne. Finché dura. Infatti, qualche tempo dopo, la Grace gli dà il benservito. Il marito sospetta. A lei rimorde la coscienza. Come da copione.
“Avrà voglia di cambiare apriscatole. - sentenzio - Magari qualcuno con un po’ più di conquibus. Uno che non le procuri soltanto pene.” sghignazzo canagliescamente per il mio doppio senso. Lorenzo, ride anche lui, ma un po’ a denti stretti. Nonostante tutto, c’è rimasto male. Anche il più spregiudicato un po’ ci crede sempre a ‘sta puttanata dell’amore. Purtroppo.
Confesso: sono così freddamente cinico quando si tratta di lui, ma quando sono in ballo io, la musica cambia. Rischio di precipitare nella melassa sentimentale. Di annegarci. Cerco affetto dovunque. Sono affamato. Come un cane randagio che rovista nella spazzatura. Le donne potrebbero fregarmi quando vogliono.
Alla fine, Lorenzo mi dà ragione. Quasi sempre. Anche se non è convinto del tutto. Dipende dalla dialettica. Che in lui scarseggia. Questo non è leale da parte mia, ne convengo. Talvolta discutiamo. Accade anche che io mi proponga di dimostrare una tesi alla quale non credo. E ci riesco. Quando lui se ne accorge, va su tutte le furie. Smadonna. Perché sa di essere nel giusto, ma è senza argomenti. Dice che sarei capace di sostenere qualunque teoria, solo per il piacere di dissertare. Che mi diverto ad ascoltarmi. Che voglio annullare gli altri. Non è proprio così. Ma c’è del vero. Le contese verbali mi attirano. Non quelle fisiche. Mai gareggiato in forza muscolare. Nonostante la mia prestanza. Forse perché ero un bambino gracile. Non mi sono abituato alla mia attuale condizione di adolescente forzuto.

Questi incontri femminili, che nascono col marchio della brevità, ci hanno stancato. Abbiamo pensato di orientare la ricerca in una direzione nuova. Lorenzo si è affidato a me. Ho frugato nella memoria. M’è venuta in mente Maria Grazia, una mia compagna delle medie.
“Ti ricordi di me?” le telefono.
“Ciaaao, come stai? - miagola lei - Ma che bella sorpresa! Dov’eri finito? Che cosa fai adesso? Dove abiti?”
Vuol sapere tutto in una volta. Mi fa una gran festa. Non me l’aspettavo. Son passati sette anni. Ci eravamo lasciati bambini. Le fornisco notizie sommarie. L’università. Che sono stato via per qualche anno. I genitori morti.
“Oooh, mi dispiace! Poverino!” L’istinto materno, si vede. “Perché non mi vieni a trovare?” propone.
“Perché no? Volentieri. - come se fosse stata un’idea sua - Ma ci sarebbe anche un mio amico.”
“Vieni con lui. - semplifica la cinguettante - Anzi, guarda, facciamo così. Domani pomeriggio sarà qui da me anche una mia amica. Ti va?” Aggiudicato.
La ricordavo carina. Magari un po’ grassoccia, ma gradevole. Adesso è una bella passerotta. Con ammortizzatori e culabria al posto giusto. L’altra, Natalina (indovinate in che giorno è nata), è una bruna sottile di vita, ma ben dotata di respingenti e con due gran labbra da pompe. Con Lorenzo ci siamo scambiati un’occhiata favorevole.
Tè, pasticcini. Sembrava di essere in un’altra epoca. Nel salotto buono. Il divano e le poltrone con la stoffa a fiori. Mancava solo che loro indossassero la crinolina. Abbiamo parlato del più e del meno. Naturalmente ho tirato fuori la filosofia. Che sono esistenzialista. Berdjaev, per esempio. Credo ancora che, per far colpo sulle ragazze, si debba essere colti. Un po’ tenebrosi. (Anche in questo campo, farò progressi in seguito. Esibirò altri argomenti. Datemi tempo. Non si impara tutto in un giorno!). Del resto, basta guardarmi. Maglioncino nero col collo alto. Una divisa. Noto che, in effetti, il nome russo sconosciuto ha un certo impatto. Abboccano. Mi chiedono perché esistenzialista. Che cosa vuol dire. Ne sanno poco o niente e si vede che la definizione le spaventa e le affascina. Forse pensano a qualcosa di trasgressivo. Peccaminoso. Come se avessi detto satanista.
Pontifico. Che esistere vuol dire ex-sistere, emergere dalla folla. Affermare la propria unicità di individui. Che l’esistenza è l’incontro paradossale fra l’eternità e il tempo. Fra l’Essere e il Nulla. La coincidenza degli opposti. L’accettazione della solitudine. La coscienza del vivere qui e adesso. Cito in qua e in là, come mi viene. Nomi. Barth Husserl Jaspers Marcel. Sartre, naturalmente. Frasi lapidarie. Che Hegel pensava la vita, Kierkegaard viveva il pensiero. Lorenzo mi guarda come uno che si chieda dove cazzo andrò a parare. Io lo so meno di lui. Non ho ben chiaro in mente che cosa dico.
Meno si capisce, meglio è. Ci so fare con le parole. Un giocoliere.

(-Continua-)

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giovedì, gennaio 12, 2012

 

Le fontane, come gli esami, non finiscono mai


fontane come esami


Ecco qui di seguito una nuova pagina (uso novella) del romanzo inedito "Come una fontana".
Certo non sarà agevole per il visitatore occasionale gestire l'apparentemente caotica stesura.
Ma il blog non consente una migliore struttura di presentazione; occorre scendere nel testo fino alla data 23.11.2011 per trovare l'inizio, la prima pagina; risalendo fino a questa che oggi è l'ultima parte, ma domani sarà superata dalla successiva.
Tutta questa difficoltà rappresenta un grosso incentivo a:

a) richiedere l'intera opera sotto forma di e-book in un allegato e-mail gratuito.

b) proporre una differente soluzione d'impaginazione, tenendo presente che l'impostazione di blogspot non mi ha consentito d'invertire (ossia più vecchio in cima - più recente in fondo) l'ordine di presentazione delle pagine stesse.

Ambedue le operazioni sono facilmente eseguibili tramite i commenti.





(-Da pagina 8-)

Queste sarebbero le nostre battute infruttuose, in coppia.
Separatamente invece abbiamo successo. O piuttosto Lorenzo. Alto biondo occhi azzurri.
È matematico. Lui non ha le pastoie filosofico-religiose. Neanche quelle sanitarie. Il primo appuntamento finisce sempre a letto. Nella peggiore delle ipotesi, alla seconda uscita. In compenso, però, ha la pericolosa tendenza a innamorarsi. Di tutte. Ha lo spirito romantico. Una volta me l’ha fatta lunga con le lettere che gli mandava una di Amburgo, che si era bombata l’estate prima. Conquistato da una frase che gli aveva scritto, in apertura, all’inizio della primavera: “Die Vögel singen wieder am Morgen” Che, al mattino, cantavano di nuovo gli uccelli. Io:
“Embè?”
Lui non la finiva più di ripetermela. Che era vera poesia. Che senti che musica? Pensa te. Mi dava anche dell’insensibile. Del coglione ottuso. Perché non partecipavo col dovuto entusiasmo. La verità è che la baffina annulla la sua negatività. Io cerco di aprirgli gli occhi:
“È solo questione di qualche centimetro di pieno e qualche centimetro di vuoto. - gli dico pirandellianamente - Non confonderti.” Serve a niente.
Sta già facendo progetti, per raggiungere in Svezia una maliarda quarantenne, che l’ha sderenato a furia di galoppate. A casa loro, si sa, il sole lo vedono poco e sole vuol dire energia. Una specie di generatore. Direttamente nell’apparecchio. Per questo i bagnini vanno tanto. Sotto il sole dalla mattina alla sera. Gli italiani, in generale. Sol och kärlek. Sole e amore. Il binomio della loro fissazione. C’hanno le idee chiare, in argomento. Anzi, per la verità, sol och kön, sole e sesso.
“Cazzone! - lo apostrofo - Aveva voglia di carne fresca. Meglio farsi te che una bistecca al sangue. O infilarsi un würstel. Vorrei sapere cos’ha a che fare la tana con l’amore.”
“Fammi un lunedì, - protesta lui - sono mica innamorato, io. Semmai lei, che mi ha proposto di pagarmi anche il viaggio.”
“Appunto, dico. E credi che sia per il cuore, non per la fresca, vero?” Cinico come pochi.
Immagino che, negli anni, avrò modo di rivedere le mie teorie in proposito. I chakra, i tantra e tutto il resto. Intanto la penso così. Che l’Amore (con l’A maiuscola!) segua percorsi diversi. Che debba essere l’incontro di due anime. Nel settimo cielo. O da quelle parti. Che non vada insudiciato con contatti terreni. Più simile a un sogno che alla realtà. Vivo questa grande contraddizione fra i tiramenti dell’uccello e quelli dello spirito. Non so bene quale dei due sia il vero debole, se questo o la carne, come raccontano i preti. Quel che è certo è che intanto non scopo. Quindi ce l’ha vinta lo spirito. Anche perché, come se non bastassero tutte le menate chiesastiche, c’è pure lo spauracchio delle malattie. Lo scolo, la sifilide e chissà che altro. Con tutto che adesso c’è la penicillina, gli antibiotici. Ma a me son rimasti in mente certi racconti raccapriccianti che ho sentito fare da bambino. Di infezioni terribili. Operazioni chirurgiche mostruose. L’uccello aperto come una banana.
“Coglioncione, - mi replica Lorenzo, quando gli do queste motivazioni della mia perdurante inconcludenza - Usa il goldone, no?”
Insomma, è tutto un insieme di cose che fa sì che, alla fine, gli unici rapporti sessuali completi io li abbia solo con la sorella della mancina. Ma fantasticando di fighe galattiche. Porche e sentimentali in giusta misura. L’immaginazione, l’ho detto, non mi manca. Addirittura me le costruisco così appaganti, che fatico ad accontentarmi di quelle che incontro nella realtà. Smanettamenti a parte, sogno l’Amore alla Guido Cavalcanti e soci. Oppure l’Avventura (sempre A maiuscola!). Sui mari. In Africa.
Da bambino avevo spasimato per Ann Blyth e Gregory Peck. Il mondo nelle mie braccia. Anch’io razziatore di foche nel mare di Bering. Innamorato della contessa russa. Ma soprattutto quando Peck era uno scrittore morente. Le nevi del Kilimangiaro. Sì, il film era una boiata. Ma io non avevo ancora senso critico. E non avevo letto Hemingway. E poi c’erano, per così dire, le due donne della mia vita. Susan Hayward, la moglie, che mi sembrava somigliasse a mia madre. Ava Gardner, il grande amore, la donna fatale. Lei era la mia passione. Da quando l’avevo vista in Pandora. L’Amante. Per eccellenza. Il suo sguardo malioso, che pareva avvolgerti senza raggiungerti. Era miope. Io però non lo sapevo. Per me era solo fascino. E la storia. L’amour fou, l’Olandese Volante. Eros e Thanatos, i simboli surreali. C’era tutto. Non che allora me ne rendessi conto. Lo capisco adesso. Che era la seduzione carnale di lei a stregare il mio istinto. Cominciavano le oscillazioni del mio pendolo erotico. Fra amor sacro (la mamma, la Hayward) e amor profano (la maliarda, la Gardner). Nascevano i binomi: Amore-Santità, sesso-peccato. Come due poli opposti. Inconciliabili. Sono stati i corvacci a inculcarmi queste idee. Mio malgrado. Tuttora la carne mi attira e mi dà i sensi di colpa. Ogni volta che esco dal letto di Lisa, il pentimento è in agguato. Come se avessi fatto le porcherie. Come da bambino. C’è sempre il santolo nero appostato nella mia testa con la vecchia domanda: da solo o con altri? Così mi autopunisco. Castigo il corpo. Mi ammalo. Per non parlare di quando cerco di far canestro con le altre. Un altro motivo della mia inconcludenza.
Avevo attaccato con Monika. Bel fighino. Una tedeschina anomala. Castana, occhi scuri, bocca a cuore. Piccola, rotondetta. In riva al mare. Di notte. Mano nella mano. Ho guardato in alto. Non so perché. Romanticismo. Ammirare il firmamento. Non c’era una nube. Le ho parlato di der bestirnte Himmel über mir, il cielo stellato sopra di me, eccetera. Quel delirio di Kant. Lei non sapeva neanche chi fosse. Mai sentito nominare. Quando gliel’ho detto, ha capito Kante:
“Che spigolo?” mi ha chiesto. Ho dovuto spiegarle. Normale. Era contabile in un’azienda. Figurarsi!
Già un’altra volta mi era capitata una disavventura simile. Ero seduto su una panchina, all’ombra di un pino. Con una commessa di un paese vicino a München. Invece di passare a vie di fatto, cercavo un argomento di conversazione. Mi viene in mente, niente di meno, Fichte. Ditemi se si può essere più coglioni di così. Io parlavo e lei mi guardava sempre più stranita. Ogni tanto si girava indietro. Dopo ho capito: credeva che le avessi detto che il pino alle nostre spalle aveva delle teorie filosofiche. Mi aveva preso per un balengo. Inutile dire com’è finita.
Invece lì, con Monika, mi frullava per la testa un imperativo categorico o due: “Pastrùgnale la filippa! Smetti di vaneggiare e inforcala!” Ma non abbastanza categorici. Non mi azzardavo. Continuavo a scazzare:
“La realtà è ingannevole, - cercavo di dirle in tedesco - noi potremmo essere lassù ed essere osservati da qualcuno che è qui. Chi può saperlo?”
Ascoltandomi, mi chiedevo che accidenti volessi dire. Lei mi guardava in silenzio. Con una specie di ammirazione perplessa nello sguardo. Sono stato colto dal dubbio.
“Penserai che io sia matto.” ho ipotizzato.
“No. Penso che tu sia un filosofo.” mi ha detto e mi ha dardeggiato la lingua nella gargarozza. Da togliermi il fiato. Aveva labbra morbide e carnose. Soprattutto quello inferiore, che sporgeva in modo impertinente. Mi esplorava il cavo orale con la sua serpentina agile.
In cuor mio ho ringraziato Immanuel.
Però, l’indomani avevo un raffreddore innaturale. Da non respirare. Sono rimasto a letto tutto il giorno. L’autocastigo, appunto. Avevo ancora addosso l’odore del corpo di Monika. Quelle creme solari che si spalmano le germaniche. Come un marchio di colpa. Mi dava la nausea. Con tutto che non ero andato oltre il pomicio. Le scopate, anche in quel caso, me le sono fatte da solo, mentre smaltivo il cimurro in branda.
Lei ha poi esaudito i propri imperativi categorici con un gelataio. Mentre io mi dibattevo fra i rimorsi contraddittori. Per quel che avevo fatto e per quel che non ero stato capace di fare. Ricordando i capezzoli, che le avevo titillato. I suoi emisferi posteriori, che avevo smanazzato a lungo, digitando l’anello, con una gran voglia di fiocinarmici in mezzo. Per aver goduto, dopo, sognando di farlo. Per aver tradito il mio ideale. L’immagine onirica che inseguo da sempre.

IL GIARDINO SEGRETO

Un’altra giornata di lavoro era finita e, come tutte le sere, il bibliotecario si ritirò nella propria camera. Consumò un pasto frugale e si sdraiò sul letto: con gli occhi chiusi, ma perfettamente sveglio, attendeva l’ora dell’appuntamento. Sapeva che non sarebbe venuta prima che tutti si fossero coricati e il palazzo fosse completamente buio e silenzioso: solo allora avrebbe potuto percorrere i corridoi sicura di non essere vista e raggiungere il giardino attraverso il passaggio segreto.
Con gli occhi della mente la vedeva nella sua stanza, indaffarata a scegliere l’abito da indossare e poi mentre si pettinava i lunghi capelli davanti allo specchio e con le mani umide di essenze profumate si accarezzava la morbida pelle del collo e il seno, indugiando compiaciuta a osservare il proprio corpo nudo. Pensandola, ne rallentava i movimenti e prolungava i preparativi. Tante volte, nell’attesa, l’aveva immaginata compiere quei gesti, che poteva indovinarne e regolarne ogni singolo atto, fino a quando, ormai pronta, gettato un ultimo sguardo allo specchio, apriva cauta la porta della camera per affrontare il breve complicato percorso fino al giardino.
Valutò il tempo che avrebbe impiegato ad arrivare e decise di muoversi. Si alzò dal letto e molto lentamente, cercando di non fare rumore, spostò l’armadio che nascondeva l’apertura nella parete. Vi entrò e, nel chiarore lunare, apparvero gli alberi, i cespugli e il prato. Si fermò un attimo ad ascoltare la notte, poi si inoltrò nel giardino. Accarezzò il morbido tronco rugoso della quercia e contemplò felice i cespugli di bosso e di alloro ai piedi dell’abete maestoso, il larice alto e forte, il cipresso fremente alla brezza notturna e il tiglio odoroso dalle tenere foglie. Era orgoglioso dei suoi alberi, di quel giardino piccolo ed esclusivo, che divideva solo con lei. Un angolo di paradiso nascosto dentro l’immenso palazzo ostile. Ad esso aveva dedicato ogni momento libero della sua esistenza: aveva piantato gli alberi che preferiva, ne aveva aiutato il lento sviluppo con continui sapienti interventi e li aveva preservati da dannose intrusioni.
Guardò fra il tiglio e il cipresso e vide la bianca figura di lei, come una piccola nuvola di luce nel buio della notte. Indossava l’abito leggero di sempre, un po’ gonfio per la corsa. Mentre le andava incontro pensò che il tempo non aveva lasciato alcuna traccia su di lei: le curve del suo corpo, i capelli, il sorriso, tutto era miracolosamente immutato.
Quando furono vicini, le passò le mani sui fianchi in una carezza lieve, poi rimasero immobili entrambi, uno accanto all’altra, nel silenzioso colloquio senza fine.
Al mattino trovarono il corpo freddo del vecchio bibliotecario, disteso sul letto, come se dormisse.


(-Continua-)

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venerdì, gennaio 06, 2012

 

Cannella, una di tredici, come una fontana


cannella di come una fontana


Segnalibro N°1 ovvero QUARTA (o RISVOLTO) DI COPERTINA, a piacere.

Un anno di vita di due teenagers diciannovenni, all’inizio degli anni Sessanta, in un’anonima località turistica balneare. Romanzo di formazione sulla fine dell’adolescenza e la rabbia, la dolcezza, la volgarità, la poesia, la timidezza, l’arroganza, il sesso, l’amore e l’incertezza, che l’accompagnano. Con uno stile sincopato e un linguaggio spesso crudo e ricco di espressioni gergali, si seguono le avventure quasi picaresche dei due protagonisti, orfani nell’anima più ancora che nella vita, continuamente oscillanti fra cinismo e romanticismo: uno, patito per Kafka e schiavo della passione maniacale per la scrittura e l’erudizione, teorico del pessimismo cosmico e dell’ottimismo quotidiano; l’altro, pazzo per Mozart e più pragmaticamente legato alla realtà, ma quasi votato al culto di una sempre incombente ala di tragedia. Nel mondo, fra realistico e onirico, che i due attraversano, incontrano personaggi teneri, comici e grotteschi, come le maschere di una moderna comédie humaine, che contribuiranno tutti, ognuno a proprio modo, al loro passaggio dalla spensierata giovinezza all’età adulta, recando un bagaglio alleggerito di molti dei sogni iniziali, ma arricchito di tutti quegli errori, che costituiscono l’esperienza.


(-Da pagina 7-)

Annique e Catherine erano un vero schianto. La prima bionda, occhi celesti, espressione piccante. Corpo nervoso, ma con tutte le cose al loro posto. L’altra bruna, occhi verdi, sguardo languido. Aveva due tette e un culo da costringere un novantenne a credere nella resurrezione della carne. Non quella del giorno del Giudizio. Insomma vi garantisco che aveva una carrozzeria che neanche Pininfarina. Due tipe intelligenti. Le parigine sono speciali, non c’è che dire. Le abbiamo arpionate. Prima avevano incontrato solo ragazzi stupidi e volgari. Noi siamo diversi. Parliamo di tutto. Politica, letteratura. Sartre e Camus. Le due correnti. E Sulla strada. In America è il momento di Kerouac e la beat generation. Lo Zen. Loro non ne sanno niente. Non è ancora di moda, in Europa. Ma mi ascoltano affascinate. Anche Elvis Presley. Perché no? Little Richard. I Platters. Con Lorenzo che si batte per Mozart. E poi Aznavour, Brel, Bécaud. Tutte le sere, tiravamo tardi a discutere, ascoltare musica e scambiarci battute allusive. Qualche tastatina volante. E basta. Una sottile componente erotica era sottintesa. Ma non ha mai preso quota. Ogni tanto, ci pareva che ironizzassero un po’ sulla nostra politesse.
Una volta, ho chiesto a Catherine se pensava che fossimo usciti con loro per baiser. Mi ha lanciato uno sguardo birbone e ha risposto:
“I suppose...itoire.” Questa ‘supposta’ anglo-francese, a pensarci, era un’arguta risposta allusiva. Invece mi ha solo fatto ridere a crepapelle. È stato come un segnale. Abbiamo cominciato a dire cazzate in crescendo. A scompisciarci. Non so se fosse una reazione isterica alla frustrazione sessuale. Comunque abbiamo sghignazzato per tutta la notte. Come ubriachi. Con Annique che ogni tanto squittiva, a gambe strette:
“Arrête! Je vais faire pipi!”
Una sera le abbiamo anche portate al Luna Park. Erano entusiaste. Volevano provare tutto. Gli abbiamo dovuto mettere dei fermi. Che non si allargassero troppo. Per via che eravamo scarsi di conquibus. Sono state comprensive. Hanno partecipato alle spese coi loro soldi. Dopo il Tiro a segno, il Tunnel dell’amore, l’Autoscontro, giostre e stronzate varie, c’erano rimaste la Ruota e le Montagne russe. La pecunia non ci bastava per tutte e due. Bisognava scegliere. Io magnifico le seconde. Lorenzo si opponeva. Non voleva confessarlo, ma aveva un pipaculo tremendo. Fin da bambino. Per questo non aveva mai voluto provare. Io lo sapevo. Insisto. Gli do la baia. Lo smaschero con le fanciulle. Che si caga sotto. Non ci vuol altro. Lo prendiamo per il culo senza pietà. Si arrende, sgranando il rosario da par suo.
Perché dovete sapere che Lorenzo ha fatto dello smadonnare una specie di arte. Con elaborazioni di immagini e concetti, accostamenti di aggettivi e appellativi degni di un toscano. Quando non impreca direttamente la Madonna, Dio o i Santi, trasformandoli negli animali più fantasiosi o attribuendogli azioni impensabili, usa una specie di traslato bestemmiatorio, citando Dante. Allora lo vedi che alza lo sguardo al cielo e ruggisce in sordina: “Bestemmiavano Dio e lor parenti, l’umana spezie e ‘l luogo e ‘l tempo e ‘l seme di lor semenza e di lor nascimenti.” Lì però, con le francesine, il Sommo Maestro sarebbe stato inutile. La creatività sprecata. Per cui smoccolava a ruota libera, senza neanche inventiva. Dunque, fra un porco qui e troia là, ci sistemiamo su un carrello. Io davanti con Annique. Lui dietro con Catherine. Gli comincia il riso nervoso prima ancora di partire.
Via!
Il bello è che le Montagne russe facevano paura anche a me. Una strizza boia. Ma mi attiravano irresistibilmente. Come i film dell’orrore. L’emozione forte. La sfida al cardiopalmo. Insomma andavamo. Il carrello prendeva velocità. A ogni curva sembrava che deragliasse. Che ci scaraventasse fuori. A dispetto del nostro abbarbicamento alla sbarra. Come zecche a un cane. Ormai tutti con la ridarella. Irrefrenabile. Annique sempre coi suoi acuti “Je vais faire pipi!”. Io che, immaginando la scena della pioggia dorata sulla testa di quelli di sotto, ridevo ancora di più. Catherine che mi gridava “Aux assassins!” nelle orecchie. La pirotecnica crescente delle bestemmie di Lorenzo. Sempre più elucubrate. Sempre più potenti. Io che mi sganasciavo, incapace di qualsiasi altra azione o pensiero. Un ambaradàn da far crollare l’intera struttura. Noi quattro, da soli, facevamo più casino di tutti gli altri insieme. A terra, la gente accorreva. Guardava in su. Credeva che stesse accadendo una tragedia. Sperava nel disastro. La catastrofe. Giù tutto! Morti e feriti. Poi capiva che erano solo quattro cacasotto urlanti. Si allontanava delusa. Intanto il carrello aveva rallentato. Adesso arrancava in salita. I miei compagni di sventura riprendevano fiato. Non avevano realizzato. Che il peggio doveva ancora venire. Il pezzo forte. Lo spavento supremo. Io ero al corrente. Mi preparavo all’impressione fatale. Arriviamo in cima. Il punto più alto dell’architettura. L’avevamo pur visto, da sotto. Il carrello si ferma un attimo. Come se esitasse se osare o no. Sull’orlo del precipizio.
Allora, di colpo, tutti capiscono. Un unico urlo disumano accompagna la caduta vertiginosa. Sempre più giù. Sempre più veloce. Per istanti infiniti. Col cuore in gola. Il grido terrorizzato che mi martella la testa. Ci impiego una lunga frazione di secondo per rendermi conto che non è un suono. È Lorenzo che mi sta cazzottando ritmicamente. Con rabbia disperata. Per fortuna la paura gli ha tolto le forze. Sono come pugni di un bimbo. Finalmente siamo in fondo alla china. La velocità si esaurisce. Dopo un’ampia voltata, il carrello si ferma. Fine della corsa.
Quando si è sentito di nuovo la terraferma sotto i piedi, Lorenzo ha cercato di brancarmi. Mi voleva massacrare. Ma non ce la faceva a correre.
“Vieni qui, - ansimava - che devo stenderti.”
Continuava la risata isterica. Annique, attaccata a un palo, stringeva le cosce. Non si capiva se, a furia di annunciarlo, si fosse davvero pisciata sotto o se volesse evitare di farlo. Catherine le ghignava su una spalla. Credo che non si siano mai divertite tanto in vita loro. Altro che baiser! Meglio di qualsiasi ingroppata.
Con questo, non dico di non averci pensato. Figurarsi! La fantasia è la mia grande risorsa. Forse è anche quella che mi frega la vita. Perché le cose pensate è come se fossero già accadute. Inibiscono l’azione. Comunque, nella mia camera da letto, al buio, le vedevo le due demoiselles de Paris. Mentre si spogliavano nella loro camera d’albergo. Confrontano i loro tesori. Annique ha due tettine alte e compatte, con le punte rosa. Quelle di Catherine straripano, quando si slaccia il reggiseno, e ondeggiano nell’aria. Sono bianchissime, in contrasto col resto del corpo abbronzato, e hanno due grandi chiazze scure. Le bambole se le rimirano nello specchio dell’armadio, di fronte e di profilo. Nel girarsi, si sfiorano i bottoni. Si sorridono maliziose. È la bionda ad allungare una mano con pollice e indice protesi. Va a cogliere la fragolina sulla panna montata dell’amica. Catherine socchiude gli occhi languida. La attira a sé. Le dita si intrecciano. Le labbra si scambiano bacetti. Si solleticano le schiene con le punte delle unghie. Giù, fino alla stoffa sottile sulle anche. Si insinuano sotto l’elastico. Lo fanno scorrere in basso, piegando le ginocchia. Sollevano le gambe a turno e si liberano degli slip, regalandomi i loro culetti abbaglianti. Quello della bruna è tondo e sporgente, diviso dal solco in due emisferi perfetti. Le chiappette di Annique, invece, sono più piatte e lo spacco che le separa comincia più in basso, come se fosse stata cancellata la parte superiore. Con Lorenzo l’avevamo già notato, guardandola in bikini. Fa un po’ ridere quella specie di incompletezza, ma le mani di Catherine, che la percorrono leggere, non sembrano notarla. Chissà se si rendono conto che le sto osservando. Quando si staccano, per ammirare di nuovo le proprie immagini nello specchio, ho l’impressione che ammicchino verso di me. È un attimo. Poi i loro sguardi si dirigono verso i due triangoli riflessi, uno piccolo e dorato, l’altro ampio e cupo. Mani delicate li accarezzano come micini morbidi, mentre i due corpi si adagiano insieme sul letto. Faccio appena in tempo a vedere le loro lingue che si cercano e tutto si spegne di colpo negli spasmi della mia pancia. Adesso potrò finalmente dormire.
Loro non hanno nemmeno sospettato di avermi offerto quello show, ma io l’ho apprezzato molto. Quando sono partite, ci siamo scambiati gli indirizzi. Non ci siamo mai scritti.
(-Continua-)

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