sabato, gennaio 28, 2012

 

Cuccare sulla spiaggia, oggi mission impossible?






Occorre ammettere che "Come una fontana" affronta una problematica giovanile sempre attuale, pur sfiorando appena un certo orientamento sessuale che riguarda forse il 10% della popolazione.
Ho trovato (vedi sopra) un arguto cortometraggio "Lucky or not" (costretto, per regolamento di concorso, entro una durata massima di 90 secondi) che con sottile ironia mostra gli incerti di quell'attività tra la pesca e la caccia, che viene praticata volentieri a Riccione da ogni persona, in ogni classe di età, turista o indigena che sia.
Ma continuiamo la storia con un'altra puntata, davvero a luci rosse...


(-Da pagina 10-)

Intanto immagino le forme procaci di Maria Grazia, sotto il vestito. Lei, così per bene, con le mutande a mezza gamba. A rotolarsi con me su quel tappeto, dove adesso tiene i piedini uniti. A squadernare l’astuccio che nasconde gelosamente tra le cosce. La pelosona all’aria. A farsi lappare il pirulino. E la natalizia che aspira lo sfilatino di Lorenzo. Che se lo trinca a tutta gargana. Un’orgia in piena regola. Con tanto di changez la femme. Come una quadriglia porno. Io che trombo Natalina more ferarum e lei che fa una lingua a Maria Grazia, infornata specularmente da Lorenzo. Tutto questo mentre sorseggio il tè. Se mi vedessero dentro la testa!
Come per caso, le vestali ci rivelano che sono fidanzate.
“A scuola, avevo una cotta per lui. - fa Maria Grazia all’amica, accennando a me - Lo sapevi?”
“No. - dico io - Mai neanche sospettato.” È la verità. Tutto avrei immaginato, meno che di essere stato oggetto delle voglie immature della ex pienotta.
“Tutte eravamo innamoraaate di te.” Rincara lei. Che sia uno sguardo sognante, questo che ha mentre pronuncia la parola? Sembra uno sguardo sognante. Si sa, le fanciulle in fiore si sbrodolano sotto, quando parlano di amooore. Non conta se, in realtà, pensano a qualche decimetro di carne bella rigida. Lo stereotipo le commuove. C’hanno alle spalle l’inconscio collettivo di qualche secolo di poesia cavalleresca. Di cantate melense. Con le rime in -ore.
Rivado con la memoria ai tempi delle medie. Ero il primo della classe. Fine, carino. Sempre vestito come Il piccolo lord, in mezzo a quei buzzurri. Chissà, forse gli tiravo davvero. Ma sono convinto che preferissero i ragazzotti dai giochi violenti e gli scherzi salaci. Quelli precoci che glielo facevano già vedere dietro i cespugli. Che gli buttavano per aria le sottanine e cercavano di mettere il diavolo nel ninferno. Senza tanti complimenti. Come avevo visto fare una volta da un piccolo coetaneo. Un teppistello biondo che chiamavano ‘il tedesco’, per via della madre: “Togliti le mutande, che ti chiavo.” aveva ordinato alla pischellina, estraendo dalla bottega il suo dito senz’unghia. Gliel’aveva appoggiato alla fessura imberbe e si muoveva avanti e indietro. Doveva aver spiato i grandi. Naturalmente non era entrato in nessun posto. Ma l’intenzione c’era già.
Con le due sbarbe ci siamo dati appuntamento per uscire. Venendo via, mentre programmavamo dove portarle per fare bella figura con poca spesa, Lorenzo e io eravamo perplessi.
“Secondo te, ci stanno?” ci chiedevamo. “Perché ci avranno detto che sono fidanzate?” Misteri della psiche femminile. Va’ a capire. Per darsi le arie? Perché non ci venissero idee per la testa? O per farcele venire? Dilemmi.
Le abbiamo viste due o tre volte ancora. Ci è sembrato che cercassero marito. Noi non cercavamo moglie. Farci incastrare, proprio no. Maria Grazia, in particolare, credeva molto nella famiglia. Sfido! I suoi genitori filavano d’amore e d’accordo. Sposati da oltre vent’anni. La stronza si sperticava in elogi dell’unione. Il saaacro vincolo. La prooole. Benedizione del focolare domeeestico. Cazzate rancide! Doveva averle sentite in chiesa. S’era bevuta tutto e adesso ce lo spisciolava addosso. Per riportarci sulla retta via. L’avrei voluta vedere, al nostro posto. Due, concubini. Poi forse vi dirò. Un altro, suicida. Se avrebbe avuto voglia di sposarsi. Avere figli. Illegalità a parte, io me le ricordo le liti furibonde. Urla. Porte sbattute. E altro. Le scene di disperazione. Gli inseguimenti. Quando mi avevano fatto spettatore delle loro pantomime. Delle loro ingiurie in differita. Ributtarsi dentro quella trappola per topi? No, grazie!
Come parabola morale, ci raccontava del padre di una sua amica, separato dalla moglie. Che passava da una donna all’altra. Soprattutto giovani.
“Quasi come sua figlia. - diceva scandalizzata - Ma io l’ho visto piangere. Più di una volta. Per la solitudine.”
E giù a descrivere la presunta disperazione di questo qui. Il sesso senza amore. In questi discorsi c’è qualcosa che mi tocca, non dico di no. Ma certo non abbastanza da convertirmi alle sue idee. Senza dire che magari quel manfano recitava la commedia pietosa, per portarsi a letto l’amica della figlia. Come niente. Questo non gliel’ho detto, però ho attaccato coi miei sillogismi. Perché è preferibile evitare matrimonio e procreazione. Senza alludere a me, a noi. Argomenti di carattere generale. Cinici non poco. Poi, la botta finale. Quella che lascia tutti senza parole. Come un cazzotto alla bocca dello stomaco. Che la più grande fortuna è la morte dei genitori. Una vera culata. Un messaggio forte della vita. Diretto. Senza tanti arzigogoli. Un esempio chiaro. Una scorciatoia. Per farti capire. Che sei nato solo e vivrai sempre solo. Perché tu non possa più dire: non lo sapevo.
Lorenzo assentiva convinto. Loro sono inorridite:
“Ma cosa dici?”
Indecise fra compatirmi o scacciarmi con l’acqua santa. Forse si chiedevano se fossi un mostro. Se, per caso, non li avessi ammazzati io i miei. Loro non possono sapere che, qualche volta, l’ho accarezzato davvero quel sogno. Che però non sono arrivato mai a odiarli abbastanza per farlo. Che la mia rabbia muta non è riuscita a elevarsi alla dignità di odio. Alla fine, le piccole bigotte sono rimaste interdette. Non hanno saputo controbattere. La bocca sigillata dall’orrore. Anche quella tra le gambe, forse. È chiaro che non ci siamo fidanzati. Incannato, meno che mai.
L’ultima volta che ho incontrato Maria Grazia, da sola, mi ha fatto uno strano discorso. Sul fatto che Lorenzo sembra pendere dalle mie labbra. L’ascendente che ho su di lui.
“Voi due siete molto legati, eh? - mi fa - Ho notato che avete un gergo tutto vostro. Ma così, quando parlate fra voi, escludete gli altri dalla conversazione. Non è piacevole per chi sta con voi. Non l’avete pensato questo? Se n’è accorta anche Natalina.”
Ora, c’è del vero in quel che dice, non lo nego. Il fatto è che abbiamo dei riferimenti letterari convenzionali. Per lo più scovati da me e poi adottati da entrambi. Per esempio, Lorenzo sluma una e mi dà di gomito. “Utrum peccò di gola o di lussuria?” chiede, inclinando la testa verso di lei. Pochi capirebbero che è una citazione dai Dubbi amorosi dell’Aretino. Io mi giro: la damigella ha effettivamente una gran faccia da bocchinara. Se vi andate a leggere la fonte, capirete cosa voglio dire. Un’altra volta, all’indirizzo di due che c’avevano rotto, ho declamato: “Pedicabo ego vos et irrumabo.”, che è di Catullo. Se sapete il latino avete già capito. Se no, peggio per voi. Poi c’è quell’appellativo di Lorenzo, bàtjuška, babbino, che vi ho già detto. E così via. Espressioni evocative. Solo per noi. Comprensione reciproca. Ma, in fondo, è solo un gioco. Senza malizia. Invece nelle frasi di Maria Grazia coglievo una specie di astio marginale. Un che di allusivo. In poche parole, ho capito che le due pseudosuorine ci avevano presi per culattoni. Ho riflettuto: lui è biondo, esile. Tipo Peter O’Toole. Io ho un corpo da ginnasta. Entrambi siamo contro gli sponsali. In più, non glielo avevamo neanche fatto sentire. Né tentato di mettergli una mano tra le cosce. Comprendevo la delusione. Il sospetto. L’impulso vendicativo. Così impareranno a fare discorsi nuziali! Se ce l’avessero mollata motu proprio, senza tante storie, sarebbe stato diverso per tutti. Invece così si son giocata la minchia. Peccato però, perché potevano essere due belle sbigolate.
Quando ho riferito a Lorenzo la storia delle checche, ci siamo sgangherati dal ridere.
“Insomma, - mi fa lui - pensano che, più che amici per la pelle, siamo amici per le palle.”
“Proprio così. - dico - Magari le amichette andavano su di giri, immaginando che ci facevamo dei rigatoni a vicenda e ce lo mettevamo nel didietro. E loro si sgrillettavano le chitarrine vergini.”
“Vergini?” conclude Lorenzo.

(-Continua-)

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