giovedì, gennaio 12, 2012

 

Le fontane, come gli esami, non finiscono mai


fontane come esami


Ecco qui di seguito una nuova pagina (uso novella) del romanzo inedito "Come una fontana".
Certo non sarà agevole per il visitatore occasionale gestire l'apparentemente caotica stesura.
Ma il blog non consente una migliore struttura di presentazione; occorre scendere nel testo fino alla data 23.11.2011 per trovare l'inizio, la prima pagina; risalendo fino a questa che oggi è l'ultima parte, ma domani sarà superata dalla successiva.
Tutta questa difficoltà rappresenta un grosso incentivo a:

a) richiedere l'intera opera sotto forma di e-book in un allegato e-mail gratuito.

b) proporre una differente soluzione d'impaginazione, tenendo presente che l'impostazione di blogspot non mi ha consentito d'invertire (ossia più vecchio in cima - più recente in fondo) l'ordine di presentazione delle pagine stesse.

Ambedue le operazioni sono facilmente eseguibili tramite i commenti.





(-Da pagina 8-)

Queste sarebbero le nostre battute infruttuose, in coppia.
Separatamente invece abbiamo successo. O piuttosto Lorenzo. Alto biondo occhi azzurri.
È matematico. Lui non ha le pastoie filosofico-religiose. Neanche quelle sanitarie. Il primo appuntamento finisce sempre a letto. Nella peggiore delle ipotesi, alla seconda uscita. In compenso, però, ha la pericolosa tendenza a innamorarsi. Di tutte. Ha lo spirito romantico. Una volta me l’ha fatta lunga con le lettere che gli mandava una di Amburgo, che si era bombata l’estate prima. Conquistato da una frase che gli aveva scritto, in apertura, all’inizio della primavera: “Die Vögel singen wieder am Morgen” Che, al mattino, cantavano di nuovo gli uccelli. Io:
“Embè?”
Lui non la finiva più di ripetermela. Che era vera poesia. Che senti che musica? Pensa te. Mi dava anche dell’insensibile. Del coglione ottuso. Perché non partecipavo col dovuto entusiasmo. La verità è che la baffina annulla la sua negatività. Io cerco di aprirgli gli occhi:
“È solo questione di qualche centimetro di pieno e qualche centimetro di vuoto. - gli dico pirandellianamente - Non confonderti.” Serve a niente.
Sta già facendo progetti, per raggiungere in Svezia una maliarda quarantenne, che l’ha sderenato a furia di galoppate. A casa loro, si sa, il sole lo vedono poco e sole vuol dire energia. Una specie di generatore. Direttamente nell’apparecchio. Per questo i bagnini vanno tanto. Sotto il sole dalla mattina alla sera. Gli italiani, in generale. Sol och kärlek. Sole e amore. Il binomio della loro fissazione. C’hanno le idee chiare, in argomento. Anzi, per la verità, sol och kön, sole e sesso.
“Cazzone! - lo apostrofo - Aveva voglia di carne fresca. Meglio farsi te che una bistecca al sangue. O infilarsi un würstel. Vorrei sapere cos’ha a che fare la tana con l’amore.”
“Fammi un lunedì, - protesta lui - sono mica innamorato, io. Semmai lei, che mi ha proposto di pagarmi anche il viaggio.”
“Appunto, dico. E credi che sia per il cuore, non per la fresca, vero?” Cinico come pochi.
Immagino che, negli anni, avrò modo di rivedere le mie teorie in proposito. I chakra, i tantra e tutto il resto. Intanto la penso così. Che l’Amore (con l’A maiuscola!) segua percorsi diversi. Che debba essere l’incontro di due anime. Nel settimo cielo. O da quelle parti. Che non vada insudiciato con contatti terreni. Più simile a un sogno che alla realtà. Vivo questa grande contraddizione fra i tiramenti dell’uccello e quelli dello spirito. Non so bene quale dei due sia il vero debole, se questo o la carne, come raccontano i preti. Quel che è certo è che intanto non scopo. Quindi ce l’ha vinta lo spirito. Anche perché, come se non bastassero tutte le menate chiesastiche, c’è pure lo spauracchio delle malattie. Lo scolo, la sifilide e chissà che altro. Con tutto che adesso c’è la penicillina, gli antibiotici. Ma a me son rimasti in mente certi racconti raccapriccianti che ho sentito fare da bambino. Di infezioni terribili. Operazioni chirurgiche mostruose. L’uccello aperto come una banana.
“Coglioncione, - mi replica Lorenzo, quando gli do queste motivazioni della mia perdurante inconcludenza - Usa il goldone, no?”
Insomma, è tutto un insieme di cose che fa sì che, alla fine, gli unici rapporti sessuali completi io li abbia solo con la sorella della mancina. Ma fantasticando di fighe galattiche. Porche e sentimentali in giusta misura. L’immaginazione, l’ho detto, non mi manca. Addirittura me le costruisco così appaganti, che fatico ad accontentarmi di quelle che incontro nella realtà. Smanettamenti a parte, sogno l’Amore alla Guido Cavalcanti e soci. Oppure l’Avventura (sempre A maiuscola!). Sui mari. In Africa.
Da bambino avevo spasimato per Ann Blyth e Gregory Peck. Il mondo nelle mie braccia. Anch’io razziatore di foche nel mare di Bering. Innamorato della contessa russa. Ma soprattutto quando Peck era uno scrittore morente. Le nevi del Kilimangiaro. Sì, il film era una boiata. Ma io non avevo ancora senso critico. E non avevo letto Hemingway. E poi c’erano, per così dire, le due donne della mia vita. Susan Hayward, la moglie, che mi sembrava somigliasse a mia madre. Ava Gardner, il grande amore, la donna fatale. Lei era la mia passione. Da quando l’avevo vista in Pandora. L’Amante. Per eccellenza. Il suo sguardo malioso, che pareva avvolgerti senza raggiungerti. Era miope. Io però non lo sapevo. Per me era solo fascino. E la storia. L’amour fou, l’Olandese Volante. Eros e Thanatos, i simboli surreali. C’era tutto. Non che allora me ne rendessi conto. Lo capisco adesso. Che era la seduzione carnale di lei a stregare il mio istinto. Cominciavano le oscillazioni del mio pendolo erotico. Fra amor sacro (la mamma, la Hayward) e amor profano (la maliarda, la Gardner). Nascevano i binomi: Amore-Santità, sesso-peccato. Come due poli opposti. Inconciliabili. Sono stati i corvacci a inculcarmi queste idee. Mio malgrado. Tuttora la carne mi attira e mi dà i sensi di colpa. Ogni volta che esco dal letto di Lisa, il pentimento è in agguato. Come se avessi fatto le porcherie. Come da bambino. C’è sempre il santolo nero appostato nella mia testa con la vecchia domanda: da solo o con altri? Così mi autopunisco. Castigo il corpo. Mi ammalo. Per non parlare di quando cerco di far canestro con le altre. Un altro motivo della mia inconcludenza.
Avevo attaccato con Monika. Bel fighino. Una tedeschina anomala. Castana, occhi scuri, bocca a cuore. Piccola, rotondetta. In riva al mare. Di notte. Mano nella mano. Ho guardato in alto. Non so perché. Romanticismo. Ammirare il firmamento. Non c’era una nube. Le ho parlato di der bestirnte Himmel über mir, il cielo stellato sopra di me, eccetera. Quel delirio di Kant. Lei non sapeva neanche chi fosse. Mai sentito nominare. Quando gliel’ho detto, ha capito Kante:
“Che spigolo?” mi ha chiesto. Ho dovuto spiegarle. Normale. Era contabile in un’azienda. Figurarsi!
Già un’altra volta mi era capitata una disavventura simile. Ero seduto su una panchina, all’ombra di un pino. Con una commessa di un paese vicino a München. Invece di passare a vie di fatto, cercavo un argomento di conversazione. Mi viene in mente, niente di meno, Fichte. Ditemi se si può essere più coglioni di così. Io parlavo e lei mi guardava sempre più stranita. Ogni tanto si girava indietro. Dopo ho capito: credeva che le avessi detto che il pino alle nostre spalle aveva delle teorie filosofiche. Mi aveva preso per un balengo. Inutile dire com’è finita.
Invece lì, con Monika, mi frullava per la testa un imperativo categorico o due: “Pastrùgnale la filippa! Smetti di vaneggiare e inforcala!” Ma non abbastanza categorici. Non mi azzardavo. Continuavo a scazzare:
“La realtà è ingannevole, - cercavo di dirle in tedesco - noi potremmo essere lassù ed essere osservati da qualcuno che è qui. Chi può saperlo?”
Ascoltandomi, mi chiedevo che accidenti volessi dire. Lei mi guardava in silenzio. Con una specie di ammirazione perplessa nello sguardo. Sono stato colto dal dubbio.
“Penserai che io sia matto.” ho ipotizzato.
“No. Penso che tu sia un filosofo.” mi ha detto e mi ha dardeggiato la lingua nella gargarozza. Da togliermi il fiato. Aveva labbra morbide e carnose. Soprattutto quello inferiore, che sporgeva in modo impertinente. Mi esplorava il cavo orale con la sua serpentina agile.
In cuor mio ho ringraziato Immanuel.
Però, l’indomani avevo un raffreddore innaturale. Da non respirare. Sono rimasto a letto tutto il giorno. L’autocastigo, appunto. Avevo ancora addosso l’odore del corpo di Monika. Quelle creme solari che si spalmano le germaniche. Come un marchio di colpa. Mi dava la nausea. Con tutto che non ero andato oltre il pomicio. Le scopate, anche in quel caso, me le sono fatte da solo, mentre smaltivo il cimurro in branda.
Lei ha poi esaudito i propri imperativi categorici con un gelataio. Mentre io mi dibattevo fra i rimorsi contraddittori. Per quel che avevo fatto e per quel che non ero stato capace di fare. Ricordando i capezzoli, che le avevo titillato. I suoi emisferi posteriori, che avevo smanazzato a lungo, digitando l’anello, con una gran voglia di fiocinarmici in mezzo. Per aver goduto, dopo, sognando di farlo. Per aver tradito il mio ideale. L’immagine onirica che inseguo da sempre.

IL GIARDINO SEGRETO

Un’altra giornata di lavoro era finita e, come tutte le sere, il bibliotecario si ritirò nella propria camera. Consumò un pasto frugale e si sdraiò sul letto: con gli occhi chiusi, ma perfettamente sveglio, attendeva l’ora dell’appuntamento. Sapeva che non sarebbe venuta prima che tutti si fossero coricati e il palazzo fosse completamente buio e silenzioso: solo allora avrebbe potuto percorrere i corridoi sicura di non essere vista e raggiungere il giardino attraverso il passaggio segreto.
Con gli occhi della mente la vedeva nella sua stanza, indaffarata a scegliere l’abito da indossare e poi mentre si pettinava i lunghi capelli davanti allo specchio e con le mani umide di essenze profumate si accarezzava la morbida pelle del collo e il seno, indugiando compiaciuta a osservare il proprio corpo nudo. Pensandola, ne rallentava i movimenti e prolungava i preparativi. Tante volte, nell’attesa, l’aveva immaginata compiere quei gesti, che poteva indovinarne e regolarne ogni singolo atto, fino a quando, ormai pronta, gettato un ultimo sguardo allo specchio, apriva cauta la porta della camera per affrontare il breve complicato percorso fino al giardino.
Valutò il tempo che avrebbe impiegato ad arrivare e decise di muoversi. Si alzò dal letto e molto lentamente, cercando di non fare rumore, spostò l’armadio che nascondeva l’apertura nella parete. Vi entrò e, nel chiarore lunare, apparvero gli alberi, i cespugli e il prato. Si fermò un attimo ad ascoltare la notte, poi si inoltrò nel giardino. Accarezzò il morbido tronco rugoso della quercia e contemplò felice i cespugli di bosso e di alloro ai piedi dell’abete maestoso, il larice alto e forte, il cipresso fremente alla brezza notturna e il tiglio odoroso dalle tenere foglie. Era orgoglioso dei suoi alberi, di quel giardino piccolo ed esclusivo, che divideva solo con lei. Un angolo di paradiso nascosto dentro l’immenso palazzo ostile. Ad esso aveva dedicato ogni momento libero della sua esistenza: aveva piantato gli alberi che preferiva, ne aveva aiutato il lento sviluppo con continui sapienti interventi e li aveva preservati da dannose intrusioni.
Guardò fra il tiglio e il cipresso e vide la bianca figura di lei, come una piccola nuvola di luce nel buio della notte. Indossava l’abito leggero di sempre, un po’ gonfio per la corsa. Mentre le andava incontro pensò che il tempo non aveva lasciato alcuna traccia su di lei: le curve del suo corpo, i capelli, il sorriso, tutto era miracolosamente immutato.
Quando furono vicini, le passò le mani sui fianchi in una carezza lieve, poi rimasero immobili entrambi, uno accanto all’altra, nel silenzioso colloquio senza fine.
Al mattino trovarono il corpo freddo del vecchio bibliotecario, disteso sul letto, come se dormisse.


(-Continua-)

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