lunedì, febbraio 06, 2012

 

Riccione ghiacciata come una fontana


Bosco della pioggia ghiacciato
Clicca qui per migliori immagini della fontana sorbetto
Da ormai molti anni nessun film viene più ambientato o girato a Riccione. Davvero peccato. Nel romanzo che pubblico a puntate su questo blog, ci sarebbero spunti sufficienti a produrre un'intera serie (minimo 10-12 puntate) di fiction di successo. Manca solo che un novello Sergio Leone legga queste storie e decida di rappresentarle in una nuova produzione in stile Amarcord oppure Amici miei o magari Kagemusha. Proprio per questa ragione ogni lettore capitato qui può copiare-incollare in sequenza ad uso personale le singole parti o addirittura richiedere (tramite e-mail nei commenti) il file intero in formato doc o pdf per una lettura, una stampa od uno sfruttamento copionistico in perfetta violazione del copyright (tanto ormai tutti -vedi ballando- copiano qualsiasi buona idea).
Così quando finalmente uscirà il film molti, moltissimi potranno dire: "Ho letto il libro e non mi è piaciuto. Vediamo un po' com'è la trasposizione cinematografica?"


(-Da Pagina 12-)
Lorenzo è ateo. Non affronta il problema filosoficamente. Non sposa le tesi di un pensatore piuttosto che di un altro. Non cerca di dimostrare l’inesistenza di Dio. Non ci crede e basta. E odia i bacherozzi chiesastici. Li conosce bene. Ha studiato in convitti gestiti da loro. Non luoghi per ricchi. Tutt’altro. Esercita la sua protesta impotente in modi singolari. Dei blasfemi orali vi ho detto. Ma c’è anche lo scritto. Infila nella cassetta delle elemosine, in chiesa, biglietti pieni di bestemmie. Mi fa pensare a Rimbaud. Ai Merde à Dieu, che scriveva sulle panchine dei giardini pubblici. Gliel’ho raccontato. Ovviamente ha approvato l’iniziativa.
Una volta, in uno dei collegi dove è stato, gli hanno rubato una camicia. Quando ha denunciato il furto subìto, l’ecclesiastico che lo dirigeva se n’è fregato:
“Cosa possiamo farci, figliolo? Ci vuole pazienza.”
Forse non c’aveva nemmeno creduto. Per vendicarsi, prima di partire per le vacanze, Lorenzo ha tolto la tenda di seta da un confessionale e ci si è fatto confezionare un’altra camicia. Al rientro nel convitto, un giorno il direttore gli fa:
“Avevi proprio ragione sul furto. Non c’è più rispetto nemmeno per le cose sacre.”
“Perché? - chiede lui - Cos’è successo?”
“Qualcuno è arrivato al punto di rubare la tenda da un confessionale.”
“Possibile? - trasecola Lorenzo, che ce l’aveva addosso - Che ci fa uno con una tenda di confessionale? E com’era?”
“Chissà che cosa passa per la testa dei vandali. Era una tenda normale, bordeaux. Un colore tipo questo.” e indica la sua camicia. Lorenzo si altera istantaneamente:
“Cos’è, vorrà mica dire che è questa, per caso?” Il prete a scusarsi:
“Ma no, sei pazzo? Che cosa vai a pensare? Lo so che tu sei un bravo ragazzo. Ma purtroppo non sono tutti come te.”
Io, invece, no. L’ho detto: esistenzialista. Quasi cattolico. Nel senso che ho preso le distanze da Santa Romana Chiesa. Ho letto tutti i romanzi di Mauriac. Ne ho condiviso i travagli. Ma poi mi sono discostato. Non credo nella funzione della preghiera. Dio sa. Polemizzo aspramente sui concetti di peccato e punizione. Sono inconciliabili con l’immagine che ho di Dio, centro di giustizia suprema. Liquido come ridicoli il Paradiso e l’Inferno. Nella dimensione dell’Assoluto, non concepisco né premi né castighi. Critico la confessione e la comunione. Invoco Freud e le riletture in chiave antropologica. La psicanalisi e i riti cannibalici. Cerco di affrancarmi dai condizionamenti ricevuti, è chiaro. Discuto molto con Lorenzo. Anche se lui odia i dialoghi alla Platone e, come dicevo, va facilmente su tutte le furie, quando la mia dialettica lo mette con le spalle al muro.
Ne ragiono anche con Lisa, che è comunista, ma non atea. Una nostra amica ci prende in giro bonariamente. Perché, dice, pensiamo a Sant’Agostino e all’immortalità dell’anima, anziché a trombare. Quando andiamo al cinema con lei e il suo ragazzo, li vediamo perennemente impegnati in una reciproca ispezione corporale. Noi guardiamo lo schermo. Inutile pretendere di commentare il film con loro, all’uscita. Vedono una minchia. Nel vero senso della parola. Noi, invece, cerchiamo di interpretarne i significati meno palesi.
Per esempio, eravamo andati a vedere La notte di Antonioni e dopo sostenevamo due tesi opposte sulla simbologia del finale. Quell’accoppiamento quasi animalesco dei due protagonisti.
“È il segno del superamento della loro crisi matrimoniale. - fa lei - Attraverso il ritrovarsi dei corpi, si creano i presupposti per ricostituire l’unione.”
“Non mi pare proprio - dissento io - Secondo me, quello è solo un atto meccanico che anzi esprime in modo tangibile la disperazione dell’amore irrimediabilmente finito. E anche la solitudine dell’uomo senza Dio, che ritengo sia un tema centrale della filmografia di Antonioni, nonostante il suo apparente ateismo.”
“Così lo confondi con Bergman. Dove la vedi la ricerca di Dio? Non è mica Il settimo sigillo. No, quello che fa Antonioni è una critica marxista del neocapitalismo. È il vuoto dell’esistenza borghese a interessarlo. Pensa a L’avventura. Dio non c’entra.”
Gli amici non capivano neanche di che cosa stessimo parlando. Avevano fatto in tempo sì e no a leggere il titolo. Per loro un film valeva l’altro. Era solo la scusa per stare un’ora e mezza in un posto buio e tranquillo a manipolarsi a vicenda.
La diatriba fra noi due non aveva avuto esito. Alla fine, ognuno era rimasto della propria opinione. Come in ogni discussione filosofica che si rispetti. Siamo tornati sull’argomento recentemente, dopo aver visto L’eclisse.
“Con questo si conclude la trilogia dell’incomunicabilità. - fa Lisa - Non trovi che abbia espresso magistralmente il malessere esistenziale dei personaggi, attraverso la loro alienazione da sé stessi? Qui la metafora dell’eclisse dei valori morali nella società borghese è fin troppo scoperta. La demenziale corsa per la conquista del denaro diventa l’unica ragione di vita, per individui dalle esistenze ormai svuotate di ogni significato.”
“È vero. I lunghi silenzi e l’inutilità dei gesti convenzionali esprimono bene la nevrosi dei personaggi, incapaci di affetti perché privi di sentimenti. Però, insisto, che Antonioni se ne renda conto o no, è l’assenza di Dio, il suo abbandono della società capitalista, che la condanna a questa noia metafisica.”
“Mi sembrate scemi, tutti e due.” fa la nostra amica. Come al solito, lei e il suo ragazzo avevano guardato niente. Ma si erano divertiti più di noi. Sicuro.
Dopo, mentre passeggiavamo, Lisa si è fermata davanti alla vetrina di una gioielleria. Voleva che le comprassi una fede d’oro. Pur sapendo che non ho un ghello. Pur criticando i luoghi comuni borghesi. Pur professandosi comunista. Pur ammirando la critica del neocapitalismo fatta da Antonioni. Ancora una volta, ho pensato che parlare è inutile. Che fra parola e azione non c’è nessun rapporto consequenziale. Che la coerenza è una dote rara. O lei avrà privilegiato la simbologia? L’anello come parte di una catena. Allegoria di un vincolo. Ho poi finito per regalargliela. A prezzo di sacrifici indescrivibili. Rinunce e privazioni. Ma non ha migliorato il destino della nostra storia. Il simbolo è risultato inutile.
Tornando a Dio, dibattiamo il tema della conoscenza. Dubito ergo sum. Nihil est in intellectu quod non prius fuerit in sensu. E via filosofeggiando. Anche Cartesio, naturalmente. Siamo entrambi freschi di studi. A sentirci, verrebbe da chiedere perché non uniamo un po’ meno le menti e un po’ più i corpi. Ci vuole pazienza. Siamo fatti così. Io do un mio contributo originale alla tematica teologica. Cerco di espandere la conoscenza. Allargare i confini della speculazione. Uscire dall’autoghettizzazione del Cristianesimo. Questa pretesa di essere i depositari dell’unica Verità e che tutti gli altri siano dèi falsi e bugiardi condanna all’isolamento. Non sono d’accordo, per esempio, sul fatto che nelle scuole, fra le materie d’insegnamento, ci sia Religione. Cioè la religione cristiana. La sola. E le altre? Si dovrebbe insegnare Storia delle Religioni, piuttosto. Tutte. Grandi e piccole. Ho una visione ecumenica, io.
Mi attraggono molto i miti. A qualunque cultura appartengano. Metafore poetiche per esprimere la Verità. Il veicolo attraverso il quale Dio si rivela. Con immagini facilmente comprensibili dalle menti umane. Non aneddoti fantastici, dunque, ma vita rivelata. Fatti reali. Accaduti in un tempo prima del tempo. Anche quelli della Bibbia e dei Vangeli. Degli indù dei mussulmani dei buddhisti. E le mitologie celtiche norrene greco-romane o degli indiani d’America e dei negri africani. Leggo tutto quel che trovo. Me ne approprio. Assimilo. Rielaboro. Li riferisco a Lisa. Soprattutto quelli incentrati sull’acqua. Chissà perché.
Per esempio, ho letto una leggenda degli Achomawi: in origine non c’era che acqua e nebbia e Volpe Argentata, con la sola forza della propria mente, creò la prima zolla di terra. Una dei Dogon: il dio Amma, all’inizio della loro cosmologia, penetrando il grembo della terra col proprio seme d’acqua, generò i Nommo, metà uomo e metà serpente. Poi c’è il mare primigenio dello Shinto, nel quale Izanagi e la sorella-sposa Izanami immergono la lancia-perla, generando i figli-isole. E Oceano, il grande fiume dei Greci, che circonda la terra ed è fonte di tutte le acque. Da cui forse l’acqua pensata da Talete come principio primo di ogni cosa. Come dite? Rompo i coglioni? Non ve ne frega niente. D’accordo, d’accordo! Smetto. Eh, che sarà mai? Solo poche righe, in fondo. Avrete imparato qualcosa di nuovo, no?
(-Continua-)

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