venerdì, marzo 02, 2012

 

Addio, Lucio Dalla 1943 † 2012


Da ieri, ognuno si sente ancor più solo al mondo.
In special modo l'autore di "Come una fontana" che per vari anni fu nella stessa classe di scuola elementare di Lucio Dalla.
Ho pensato bene di attribuirgli qui una sua rubrica personale per condividere i suoi ricordi con noi.
Andate a leggerla cliccando sul link:
fuscogami.blogspot.com

Il primo post s'intitola:"Dalla vita passata"...

Qui sotto, invece, riporto ancora una puntata di "Come una fontana" romanzo d'appendice in cerca di lettori disponibili per una recensione e magari anche d'un editore che lo pubblichi su carta, come si leggeva una volta.







(-Da Pagina 16-)

È una storia che a Lorenzo è piaciuta molto. Non so a voi. C’è fedeltà, forza, determinatezza. E la vendetta contro l’arroganza ingiuriosa del potere. Poi c’è questo atteggiamento giapponese non avaro nei confronti della vita. La considerano sì un bene prezioso, ma non da serbare egoisticamente. Anzi, sembrano sempre pronti a offrirla.
“O a rifiutarla.” ha puntualizzato Lorenzo.
Ci piacciono anche i war cemetery degli alleati, sparsi dovunque, nell’entroterra. I loro prati verdi come campi da golf. Immaginiamo il Grande Giocatore con la mazza in mano. Pronto a colpire. I teschi per palline. Infilati con precisione nelle apposite buche. E le panchine. Più giardini che cimiteri. Circondati da robinie in fiore, che diffondono il loro profumo dolciastro. Ci sediamo all’ombra di un salice piangente. Riflettiamo sull’assurdità delle guerre. Dover uccidere un uomo che non ti ha fatto niente, solo perché ha una divisa diversa dalla tua. Aveva visto giusto Remarque. In qualunque trincea combattano, i soldati sono solo vittime innocenti. Tutti accomunati dallo stesso orrore cieco. Strumenti inconsapevoli degli sporchi giochi di potere di pochi, comodamente seduti da un’altra parte. Tre o quattro gran figli di mignotta, che sanno sfruttare a dovere la zona oscura dell’istinto umano. L’impulso omicida, che comunque cova dentro ognuno di noi. Perché, è innegabile, i combattenti finiscono per provare un vero e proprio inebriamento da guerra. Basta vedere come arrivano a incarognirsi negli atti più sanguinari. Come massacrano uomini, donne, bambini, vecchi. Armati e inermi, senza distinzione. Con assoluta indifferenza. Come infieriscono sui cadaveri dei nemici. Ci dev’essere una specie di equivalenza fra gusto di uccidere e piacere sessuale. Sparare come eiaculare. Accoltellare come stuprare. Armi come cazzi. La fascinazione belluina del sangue. È storia vecchia. Il Padre Eterno, che di esseri umani se ne intende, che cosa aveva ordinato a Saul? Andatevelo a cercare nella Bibbia: “Va’ e distruggi ogni cosa. Non risparmiare niente. Massacra uomini e donne, bimbi e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini.” Così. Più o meno. Non so se mi spiego.
Della seconda guerra mondiale avevo sentito raccontare in famiglia, da bambino. Storie alterne di eroismi e crudeltà. Gli Alleati. I Tedeschi. Non mi era chiaro chi fossero i buoni e chi i cattivi. Mi sembrava che si scambiassero la parte a turno. A seconda degli episodi. O di chi li raccontava. Anche dai resoconti della guerra in Corea, che si ascoltavano per radio, non capivo perché gli Americani avessero ragione. E soprattutto perché si trovassero a combattere lì. In un Paese così lontano, che non c’entrava affatto col loro. Non che nei film western i ruoli mi risultassero più accettabili. Ombre rosse non mi aveva convinto. Nonostante tutto, gli indiani mi piacevano più dei cowboy. Il massacro di Fort Apache mi aveva confermato che erano meglio di certi bianchi paranoici. Ma, almeno, erano tutti a casa loro. Credevo. Ho capito dopo che non era così. Che la storia era sempre la stessa. Che, in ogni conflitto armato, c’era qualcuno che andava ad aggredire qualcun altro a casa sua. E il bello deve ancora venire. Avrò modo di affinare il mio pensiero con la guerra nel Vietnam.
Alla visita di leva, Lorenzo è mancato poco che lo scartassero. C’era un ufficiale medico bassotto:
“’Sto spilungone c’ha un cazzo di torace. - rivolto alla commissione, per invidia, perché lui era tappo - Di’, come fai a respirare?”
Credeva di umiliarlo, lo stronzo. Invece a Lorenzo non sembrava vero. Che lo riformassero per insufficienza toracica. Macché! Tutta la menata era solo per rompergli gli zebedei. Lo avrebbero granfiato anche se fosse stato senza polmoni.
Con me invece, dopo aver preso le misure: “Super-abile. Superman.” Quasi con orgoglio. Come se fossi suo figlio. Gli piaceva la prestanza fisica, si vede, al nano. Da buon seguace del salutismo di mussoliniana memoria. Militarista di merda!
In un’altra stanza, un sergente ti faceva riempire uno stampato. A un certo punto, c’era una riga bianca. Il gallonato ti metteva davanti una biro e un foglietto:
“Scrivi questo.”
La frase era: La Patria va amata e rispettata. Dovevi copiarla. Lorenzo ha scritto: LA PATRIA VA. AMATA E RISPETTATA. Così, in tutte maiuscole, col punto in mezzo. S’è neanche accorto, il sergio, di quel punto impertinente. Per me potevi scrivergli anche vaffanculo. Mica controllava. Scaracchiava in un secchiello lì accanto. Certi maghetti giallognoli. Sbagliava mai la mira. Lo faceva suonare. Ptuhh! Ding! Dello scribacchiatore che aveva davanti se ne sbatteva alla grande. Gli bastava vedere che sapevi usare la penna. Che non restavi lì a guardarla come se fosse un’arma extraterrestre. Ma il bello è che, nella riga sotto, dovevi rispondere a questa domanda: “Sa leggere e scrivere?” La tentazione di scrivere ‘NO’ era forte
“Mi pare evidente che so leggere, - ho detto - se no come sarei arrivato fino a questo punto? E scrivere, l’ho appena fatto.”
“Di’, tirone, vuoi fare il lavativo? Rispondi e basta, se non vuoi finire a pulire le latrine.”
Tirone a chi? Tirone. Mai sentito. Non ho potuto reagire. Per non fare brutta figura. Non sapevo neanche se era un’offesa o che. A casa, sono andato a consultare il vocabolario: “Tirone s. m. Recluta, spec. nell’esercito di Roma antica.” Recluta io? To’, veh! Col cazzo che mi fregate, a me. In effetti, ero già abile e arruolato, ma non avevo dubbi. Io, fantaccino, nisba. Né sergente né sottotenente. Non mi vedono più. Garantito al limone!
Entrambi non faremo il servizio militare. Per motivi differenti, ma con identico entusiasmo. La sola idea che un cazzone prepotente in divisa potesse darci ordini ci faceva andare giù di testa. I loro cagatoi puzzolenti, che se li smerdino loro. Quelli del fascino della divisa.
Ho visto L’arpa birmana di Kon Ichikawa. La tesi antimilitarista mi ha conquistato. La sua equanime pietà verso amici e nemici. Tutti martiri immolati su un unico altare blasfemo.
Intanto scorriamo le lapidi bianche. Queste incisioni nel marmo una volta erano uomini. Leggendo, scopriamo che sono venuti fin qui dall’Europa orientale, dall’America, dall’India. Migliaia di chilometri da casa loro. Per incontrare la commare secca. Anche loro, senza sapere perché. Il capriccio di qualcuno li ha spostati in qua e in là. Come pedine sulla scacchiera. Come la partita con la Morte nel film di Bergman. Tragica metafora di quel gioco, ancor più incomprensibile, che viene giocato non si sa dove né da chi.

L’OSPITE
Mentre avanzava nella tormenta, sentiva le forze abbandonarlo a poco a poco. Non sapeva più da quanto tempo stesse vagando in quel biancore uniforme né in quale direzione. Pensò che forse non si era mai mosso e giaceva ancora nel punto dove era caduto, il corpo ormai reso insensibile dal gelo e la mente annebbiata da un irresistibile desiderio di dormire.
Si sforzò di restare cosciente e non chiudere gli occhi. Era abbagliato, ma non capiva se intorno a lui ci fosse una luce accecante o il buio totale; non sapeva neppure se fosse assordato dal rombo del vento o dal silenzio assoluto. Solo la sensazione che la neve gli fosse entrata dappertutto, in bocca, negli occhi, nelle orecchie. Non doveva cedere al sonno o sarebbe stata la fine.
Cominciò a canticchiare a fior di labbra una canzoncina e fissò lo sguardo davanti a sé con la massima concentrazione. Allora gli parve di scorgere la sagoma di una casa, dapprima confusa, poi sempre più netta. Arrancò disperatamente in quella direzione o almeno tentò di farlo, senza rendersi conto se le gambe gli obbedissero. Dopo un tempo imprecisabile raggiunse la porta, si aggrappò al battente e lo vibrò contro il legno con tutte le forze. Poi perse conoscenza.
Si riprese presto e si trovò all’interno della casa, in un piccolo ingresso dalle pareti rivestite di legno fino al soffitto. Non si accorse subito della ragazza china su di lui, che si sforzava di fargli bere - così gli parve - un liquido molto alcolico, che gli procurò un violento bruciore sulle labbra e in bocca. Si sollevò, puntando i gomiti a terra e la guardò meglio: indossava una veste leggera, quasi trasparente, che le modellava il corpo; aveva lunghi capelli neri, occhi azzurro intenso e la pelle di un biancore innaturale. Tutta la sua figura trasmetteva un senso di salute e di forza. Gli parlò, aiutandolo ad alzarsi in piedi, ma, per quanto si sforzasse, non riuscì a capire che cosa gli dicesse, mentre lo conduceva per mano nella stanza accanto, dove lo fece sedere su una poltrona davanti al grande camino acceso.
La guardò ancora in viso e gli sembrò molto giovane. Era bella di una bellezza insolita, così perfetta da sfuggire a qualunque definizione. La fanciulla si scostò, pronunciando una frase incomprensibile. Seguendo il suo gesto, si accorse che dietro un piccolo tavolo sedeva un uomo i cui lineamenti si distinguevano a stento nel riverbero del fuoco. Si sporse un po’ in avanti, strizzando gli occhi e vide il viso sorridente di un vecchio di età imprecisabile, che lo fissava con lo sguardo vacuo del cieco. La giovane depose sul tavolo due bottiglie e due bicchieri e uscì. L’ospite riempì i calici e ne spinse uno verso di lui: “Bevi.” disse e vuotò il proprio tutto d’un fiato. Anch’egli bevve e, via via che il liquore gli scendeva in gola, sentiva un gran calore invadergli tutto il corpo e vincere il gelo che lo attanagliava.
Il vecchio riempì di nuovo il bicchiere e glielo indicò. Aspettò che avesse finito di bere, poi gli chiese: “Sai giocare?” Solo allora notò una grande scacchiera, che occupava quasi l’intero piano del tavolo. La sua superficie era coperta di fittissimi disegni, che si intrecciavano in un groviglio di immagini indecifrabili e lungo un lato erano disposte in fila tante piccole pedine. “Non conosco questo gioco.” rispose. Il vecchio sorrise e riempì ancora i bicchieri: “È un gioco molto antico. - disse quando ebbe bevuto - All’inizio sembra complicato, ma, una volta capito il meccanismo, risulta semplicissimo. Occorre solo un po’ di attenzione. Ora ti faccio vedere. Concentrati sul piano di gioco e non ti distrarre.” L’uomo si protese verso il tavolo e fissò gli occhi sulla scacchiera, ma la testa gli girava e le figure gli si confondevano davanti, come se mutassero di continuo.
Il vecchio gli riempì il calice, che egli vuotò meccanicamente. La sensazione di calore aumentava. Una pedina si spostò verso il centro della scacchiera. Il vecchio disse: “Questo è il cacciatore.” L’uomo guardò meglio ed effettivamente gli parve di vedere un piccolo uomo vestito di pelli, mentre i disegni sul piano di gioco prendevano la forma di alberi e rocce. La voce disse: “Questi sono i pericoli che minacciano il cacciatore.” Altre pedine, dalla forma di uomini e animali, andarono a sistemarsi in vari punti del tavoliere. La voce monotona continuava a spiegare, ma l’uomo, sempre più confuso, non riusciva più a capirla. Vedeva soltanto le figurine muoversi in ogni direzione. Il cacciatore imboccò un sentiero che girava intorno a una roccia, dietro la quale stava in agguato un uomo. Di colpo si fermò, come se avesse sentito qualcosa. Tornò indietro di qualche passo e si arrampicò sulla roccia con circospezione. Dalla cima balzò sul nemico e gli troncò la gola con un solo colpo di coltello. Riprese il cammino, ma poco oltre una belva acquattata su un albero lo assalì e lo sbranò in pochi secondi. L’uomo vide il sangue schizzare dappertutto, ma la mano del vecchio spazzò via le pedine e il piano tornò come prima.
“Altro esempio. - annunciò l’ospite sorridendo e gli versò da bere - Questo è il re.” Un uomo a cavallo avanzò verso un castello apparso sul lato opposto della scacchiera. La voce del vecchio risuonava melodiosa come una musica lontana. Uomini armati si disposero nella pianura fra il re e il castello. La battaglia infuriò. L’uomo udiva le grida dei soldati e l’urto metallico delle armi. Ad un tratto il cavallo del re partì al galoppo verso la mischia, ma poco oltre crollò a terra rovinosamente. Il cavaliere fu subito in piedi con la spada in pugno e cominciò a battersi con tre nemici che gli erano corsi contro. Il combattimento durò poco: un quarto soldato lanciò un giavellotto che trapassò il re da parte a parte.
Di nuovo la mano sgombrò la scacchiera e il bicchiere fu riempito. L’uomo ingoiò il liquido bruciante. Si sentiva la testa vuota. Chiese: “Chi vince a questo gioco?” L’ospite sorrise divertito: “Nessuno. - rispose - Si gioca e basta.” Poi aggiunse serio: “Ultimo esempio. Stai bene attento, adesso. Questo è il viandante.” Nel paesaggio ricoperto di neve, un uomo avanzava a fatica in mezzo alla tormenta, costeggiando un ripido pendio. L’uomo osservò meglio la scena e sussultò: il viandante era lui. Si aggrappò con entrambe le mani ai braccioli della poltrona. Il vecchio spiegava ancora, ma l’uomo aveva ormai capito. Improvvisamente dalla cima del pendio si staccò un blocco di neve, che scivolò in basso, trascinandone altra e si abbatté sul viandante seppellendolo. L’uomo balzò dalla poltrona: “Non voglio!” gridò con quanto fiato aveva in gola e fuggì fuori dalla casa nel bianco abbagliante della bufera.
“Una bella fortuna, - esclamò l’uomo in piedi vicino al letto - se non ci fosse stata quella interruzione sulla strada principale, nessuno avrebbe mai sentito il suo grido.” “Non capisco - disse l’altro - come abbia potuto resistere tanto a lungo sotto la neve.” “Non lo so neanch’io.” disse l’uomo disteso. Poi mormorò fra sé: “Chissà come finirà la partita.”


(-Continua-)




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