sabato, aprile 28, 2012

 

Amarcord hotel di Riccione




Analizzare con quali parole chiave vari internauti arrivino su questo blog è il mio sport e passatempo preferito insieme alla risoluzione dei quiz-catena-di-parole di Zerovero (rsi.ch).
Eliminando gli accessi ricollegabili al citato gioco televisivo, ho stabilito la seguente lista di parole chiave connesse al testo ed alle fotografie presenti qui.
Eccole, purtroppo:
vulva giovanile
racconti erotici uomini si fanno inc**are da animali cani asini
biondo che meglio si adatta alle brune
foto di donna formosa con slip
fontana effetto legno
statua tetta di fuori
le tette da fuori delle ragazze
che piacere accarezzare le tette alla mia amica
grace kelly tradiva marito
hemingway si uccise per amore?
hemingway gli esami non finiscono mai
palle al posto delle tette
foto rubate in spiaggia
errore umano formaggio svizzero
fontana di bicchieri
ex pienotta
colline di tette
amburgo fontana
scultura porno
troia in spiaggia
fontana piatta
tirati su le ciocce
uomo sulla scogliera van gogh
tette giovanili

In pratica la parola Riccione non compare mai fra questi termini di ricerca recentemente approdati qui.
Questa constatazione mi ha portato a riflettere su quale realmente fosse lo scopo primo di questo blog.
Per vari anni (2005-2011) era stato una specie di diario di bordo delle mie esperienze di webmaster ed autore del sito web riccionese http://www.hotelcignodoro.it
Su queste pagine web cercavo di proporre una collezione di amarcord riccionesi vagamente collegati alle mie esperienze webbistico-informatiche.
Tuttavia il contatore di accessi, impietoso, mi segnalava che la pagina più famosa e visitata era quella in cui raccontavo di una mia corrispondenza con il proprietario del bar ristorante "Pompino" di Auckland NZ (locale che ha infaustamente cambiato nome pochi mesi dopo).
Per questa ed altre ragioni ho deciso di cancellare gli oltre 200 miei post che si erano accumulati, sostituendoli con alcune puntate o episodi contenuti nel romanzo inedito "Come una fontana", che so per certo essere ambientato nell'allora Perla Verde anni '60.
Lo scopo è quello di presentare a chi non conosce Riccione, una serie di amarcord tipicamente romagnoli che costituiscono le nostre radici culturali-esistenziali più profonde su cui s'innestano esperienze, manifestazioni o accadimenti odierni e futuri.
In definitiva cercano di raccontare chi siamo, che cosa stiamo facendo e perchè ci vien fatto così.
Anche se un Presidente della nostra repubblica ci definì sbrigativamente "simpatico popolo di affittacamere" dando per scontato il successo di tante iniziative sviluppate nella nostra regione sulla base di un mare gentile ed una spiaggia tutto sommato invidiabile.


Qui sotto ancora una puntata del citato romanzo d'appendice da innestare in coda all'episodio precedente. Vi leggerete ancora un episodio di uno spaccato di vita in riva al mare, con personaggi 110% felliniani di quasi mezzo secolo fa.



Nonostante le apparenze, non siamo maschilisti. Anzi. Forse abbiamo della donna un concetto troppo elevato, rispetto alla realtà. Abbiamo polemizzato a lungo con Giuseppe il bagnino. Cinquantasei anni. Calvo. La pelle conciata dal sole e dalla salsedine. Un vero marinaio. Degno della penna di Stevenson. Tipo Quindici uomini, quindici uomini... e una bottiglia di rhum. Avete presente?
Una gran trippa in fuori. Forte come un toro. Con certe granfie come legni prensili. Gran chiavatore. Il ritratto della salute. Per via della vita all’aria aperta. Un ictus gli dimezzerà il corpo fra tre anni. Ma, per adesso, è ancora sempre pronto a infilzare qualche tardona turista. La moglie è una donnetta magra, coi capelli bianchi. Consenziente, più che rassegnata, al proprio ruolo di sposa strumentale. Tenere la casa in ordine, cucinare, far figli, allevarli.
“La regina del focolare. - ci ha spiegato Giuseppe - Come la mia mamma e la mia nonna.” Noi veramente le regine le concepiamo in un altro modo, ma siccome siamo per i regimi democratici, sorvoliamo.
“Il mio nonno, quando entrava in casa, tutte le donne gli erano intorno. Una gli prendeva il tabarro, una gli sfilava gli stivali e gli lavava i piedi, un’altra gli portava la pipa. E la tavola già apparecchiata. Il mangiare pronto. Subito in tavola. Il nonno non diceva niente. Non dava ordini. Bastavano gli occhi. Tutto doveva funzionare alla perfezione. Nessuno cominciava a mangiare, finché lui non aveva messo in bocca la prima cucchiaiata. Mi ricordo, una volta, che la minestra non andava bene. Almeno credo. Perché il nonno non l’ha detto. Si è alzato in piedi. Ha afferrato un lembo della tovaglia e ha tirato forte. Tutto per terra. Piatti, bicchieri, posate. E la roba da mangiare. Io, che avevo fame, mi sarei messo a piangere. Ma guai a farlo! Il nonno ha ripreso tabarro e cappello e se n’è andato. Senza una parola. È tornato dopo tre giorni. Niente spiegazioni. Le donne erano tutte contente che la bufera fosse passata.”
“Belle sceme - ho obiettato - e lui un gran figlio di buona donna. Con la scusa della minestra, sarà andato a scopare da qualche parte.”
“Sicuro. - ammette Giuseppe - Ma una volta era così. Poche fregne. Quando mi sono sposato, ventisette anni fa, mio nonno mi ha detto: ricordati che il padrone di casa sei te e devi avere sempre l’ultima parola. Mia moglie invece mi dava sulla voce. Un giorno, il nonno mi prende in disparte. Aveva più di ottant’anni, ma era ancora in gamba. Rispettato. Aveva anche un’amante. Lo sapevano tutti. Una vedova che non ne aveva sessanta. Allora il nonno mi dice: non va mica bene, tua moglie ti risponde. Lo so, dico io, i tempi sono cambiati. No, no, carino, dice lui. Faceva così col dito davanti alla mia faccia. I tempi non cambiano, se non cambiano gli uomini. Che cosa dovrei fare? gli ho chiesto. E lui: niente, la prossima volta che lei vuole avere l’ultima parola, te non le parli per una settimana. Con tutti gli altri, normale. Con lei, muto. Se non basta, la volta dopo, per quindici giorni e così via. Vedrai che capisce. Il nonno aveva ragione. Ho fatto come aveva detto lui e con mia moglie non ho più avuto problemi.”
“Chissà che soddisfazione - contesto - avere una moglie che rinuncia a dire quello che pensa!” Lorenzo approva.
“Voi, carini, non avete mica capito. - insiste Giuseppe - Con le donne bisogna fare così, se no ti prendono la mano e è finita.”
Noi non demordiamo:
“Che cosa se ne fa un uomo di una specie di schiava abulica? Ci dev’essere dialettica, all’interno della coppia.”
Giuseppe non ha capito il concetto, le parole difficili. Resta della propria idea:
“La donna deve essere rispettata come una regina, ma l’uomo è il re. E il re comanda.”
Alla faccia della regina! gli vorrei dire, tutta la vita a subire e obbedire! Ma sarebbe tempo perso. Fra lui e noi non ci sono trentasette anni di differenza, c’è qualche secolo.
Giuseppe ci racconta aneddoti. Per farci capire meglio come sono le donne:
“Una volta andavo in giro a notificare le cartelle delle tasse. Mi sono presentato a casa di una sposa. Cercavo di capitare sempre quando i mariti erano al lavoro. La cartella, non mi ricordo l’importo, ma erano soldi. Lei la legge e si dispera. Dove li vado a trovare? Mi interroga: entro quanto si dovrebbe pagare? Mi fa accomodare. Mi offre un bicchierino. Badava a dire: possibile che non ci sia niente da fare? Stava lì davanti a me. Si torceva le mani. Era ben carrozzata. Avrà avuto trentacinque anni. Io ne avevo venticinque o ventisei. Un vestitino leggero. Era estate. Spingeva in avanti le tette. Le vedevo dentro la scollatura che andavano su e giù, a destra e a sinistra. Si capisce subito che lei è un ragazzo furbo, mi fa. Sorrideva. Chissà quanti trucchi sa. Mi dia un consiglio. Si era seduta di fianco a me sul divano. Io non dormivo di sicuro. Certo che se non c’è nessuno in casa, dico, mi toccherà tornare ancora. A forza di ragionarci insieme, una via d’uscita si troverà pure. Invece ho trovato una via d’entrata. E gustosa anche. Ci sono andato per una decina di volte.”
“E la cartella?” chiediamo in coro.
“Mi sono fatto cambiare zona e l’ho data da notificare a un mio collega anziano.”
“Carino!” commento.
“Di’, non vorrai mica che facessi qualcosa di illegale? E poi le tasse erano una scusa. Anche le altre (perché il giochino l’ho fatto un bel po’ di volte), i soldi per pagarle li avevano tutte. Quello che gli mancava era un’altra roba. Io le aiutavo a risolvere il loro problema vero. Bastava mettere il mio dritto nel loro rovescio.” Ammicca. Ride compiaciuto della battutaccia.
Io e Lorenzo ci scambiamo un’occhiata. Pensiamo a Savka, il guardiano degli orti di un racconto di Cechov. Al suo disprezzo per le donne, alla sua noncuranza beffarda, che era appunto la principale ragione del fascino irresistibile che esercitava sul pubblico femminile. Non avranno ragione loro?
“Datemi retta. Le donne, è quello che vogliono. Non fate tanto i difficili. Se no, quando sarete vecchi e vi piscerete sui piedi, avrete solo da pentirvi di quello che non avete fatto.”
Questo mi ricorda Oscar Wilde, che Giuseppe non sa nemmeno chi sia. Quando si dice l’intuizione!

(-Continua-)






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