mercoledì, novembre 07, 2012

 

Passaparola, o sea palabra de boca en boca


Recentemente ho assistito a due film interessanti. Uno giapponese (del 2008) molto bello ed originale, intitolato "Departures" che raccomando incondizionatamente.
Il secondo film, americano, più recente, dal titolo italiano "Le belve" (Savages, regia Oliver Stone) mi ha, in definitiva, deluso e schifato, a causa delle scene di sesso selvaggio o di crudele violenza e morte, esasperate al massimo, presenti persino nel "finale alternativo" fittizio.
In questo momento sto proponendo ai miei lettori un suggerimento "passaparola" (in francese: "de bouche à oreille", in inglese "word of mouth", in tedesco: "Mundpropaganda" o più semplicemente "weitersagen").
Tale pratica comunicativa è diffusa in tutti i campi delle nostre decisioni: dalla scelta di uno spettacolo, all'acquisto d'un libro, alla prenotazione di una vacanza.
Tempo fa, in assenza di altre indicazioni, praticavo in una libreria la mia indagine alternativa per scegliere un nuovo libro da leggere: ossia sfogliavo e scorrevo velocemente alcune pagine dei 3 ponderosi volumi intitolati
"Cinquanta sfumature di…???"
decidendo di non procedere all'acquisto. Rinviavo l'operazione proponendomi di effettuare un approfondimento su Internet. Ho persino trovato un paio di copie in PDF delle suddette opere letterarie di successo, la cui consultazione mi ha completamente rassicurato e convinto di rifuggire dall'acquisto di costosi esemplari cartacei.
Per caso ho acquisito invece la copia elettronica di un libro molto attuale, che raccomando caldamente anche a chi non mastica bene l'inglese.
Autore: Richard A. Muller, Titolo: Physics and Technology for future Presidents.
In questa opera (del 2010) si disquisisce in modo comprensibile di energia ed entropia oltre che delle mille altre diavolerie tecnologiche che dovrebbero essere chiare a ogni persona che ha un minimo potere decisionale, specialmente al fine di evitare la guerra e l'inquinamento.
Consiglio la ricerca di questo e-book tramite Google a mo' di esercitazione e test delle proprie capacità di ottenere un documento dal Web.
Ma se proprio avete difficoltà ecco la soluzione di soccorso: consultate il sito
avaxhome.ws.
Su questo portale russo, abbondantemente tradotto in italiano, si possono ricercare e prelevare (100% gratis) informazioni e documenti anche senza preventivamente registrarsi.



Per concludere degnamente questo passaparola, allego in calce al post le prime pagine del nuovo romanzo storico
"Il mistero degli specchi neri" dello stesso autore di "Come una fontana".

Segnalibro N°2

IL MISTERO DEGLI SPECCHI NERI (Romanzo) – 1982. L’io narrante, traendo lo spunto da una delusione amorosa, racconta la storia di una nobile famiglia del Sud d’Italia, a cavallo fra Ottocento e Novecento. Poi intrattiene conversazioni esistenziali con vari amici: un italo-svizzero, un italo-giapponese, un tosco-finlandese e poi con Zìyóu, cineasta cinese, e Wohái, strano bambino che non cresce. Ogni tanto legge il romanzo “Una donna di troppo” di Earnest Kuraiski, alternandolo col giallo “Un garofano bianco carne” di Franklin Darksome. Nel frattempo, forse immagina la storia surreale di Ben Serbest, avvocato americano di origine turca, sospettato di essere un serial killer. Riceve da un’amica, come regalo di compleanno, un libro di raffinate incisioni oscene di Franz Von Dunkel e un romanzo pornografico di François Lesombre. Di tanto in tanto è testimone delle disavventure amorose di Mandrà (Mandrake) con Nada, di Gordon (Flash) con Dale, di Mickey (Mouse) con Mini (Minnie), di Conaan (Conan il Cimmero) con Frja, di Otello con Dede (Desdemona), di Kinkòn (King Kong) con Anna, di Tarzan con Jane. Com’è possibile che tutto questo avvenga in un solo romanzo? È il mistero degli specchi neri.


Se vi interessa potrete richiedere tramite i commenti una copia in PDF (o doc oppure epub) del libro, come per il precedente *Come una fontana" già citato.

Se non vi piacesse, anche perché avete scritto voi qualcosa di più interessante che vorreste pubblicare o sottoporre al giudizio dei frequentatori del web, allora potreste mandarmene una copia (o un saggio) in modo da presentarlo qui, magari a puntate. Comunque secondo le vostre specifiche direttive di pubblicazione, per una prassi in analogia con quanto segue.





FRANCO FUSCO

Il mistero degli specchi neri








Infinitos los veo, elementales
Ejecutores de un antiguo pacto,
Multiplicar el mundo como el acto
Generativo, insomnes y fatales.
(J. L. Borges)

Lo specchio è senza io e senza mente. Se arriva un fiore riflette un fiore,
se arriva un uccello riflette un uccello.
Mostra bello un oggetto bello,
brutto un oggetto brutto.
Rivela ogni cosa com’è.
Non ha una mente discriminante né coscienza di sé.
(Z. Shibayama)

Hai osservato poi che a guardare qualcuno negli occhi
si scorge il volto nell’occhio di chi ti sta di faccia,
come in uno specchio.
(Platone)

Gesù disse: “Conosci ciò che ti sta davanti,
e ti si manifesterà ciò che ti è nascosto.
Giacché non vi è nulla di nascosto
che non sarà manifestato.”
(Vangelo di Tomaso, 5)

Non pensare, guarda. (L. Wittgenstein)


Quel buio, man mano che lo si scruta, cessa di essere nero e diviene di uno strano azzurro argenteo,
la soglia verso segrete visioni. (T. Capote)

... un infinito gabinetto di specchi,
l’universo dell’io maiuscolo.
(F. Moser)

L’amore si può raccontare solo se è breve, contrastato e infelice. (W. Kar-wai)


Je est un autre. (A. Rimbaud)

Tutto è senza sé.






Il boiardo Svobòdnyj Tjòmnyj fece costruire, nella propria tenuta, un palazzo di centosessantanove stanze tutte uguali, disposte in ordine concentrico. Fece collocare una specchiera in ognuna e rivestire di specchio le sei pareti di quella più interna. Quando l’edificio fu terminato, attraversò le centosessantanove camere e in tutte si riflesse, passando.
Giunto in quella centrale, si arrestò e fissò le infinite immagini di sé imprigionate nei cristalli vertiginosi, fino a che, non tollerando oltre l’abominio di quelle innumeri moltiplicazioni, si perdette.

Avevo appena finito di leggere l’inquietante simbologia di questo racconto popolare russo, quando squillò il telefono.
Era lei.
Mi parlò a lungo, ma le sue parole non m’infusero felicità, come le altre volte.
“Mi dispiace...” ripeteva.
Aveva esordito con questa formuletta di stile, una specie di lasciapassare per il perdono. Molti la intendono così. Una delle tante conseguenze negative della religione cristiana, per come la vedo io. L’effetto perverso della confessione. Che se racconti tutto e dici che ti penti, sei salvo. Non voglio fargliene proprio una colpa, ai cristiani, perché mi rendo conto che loro l’avevano concepita diversamente, la regola. Pentimento uguale perdono vuol mica dire che basta un ‘mi dispiace’ e siamo a posto, con Dio e cogli uomini. Certo che no. Intanto non basta dirlo, ma bisogna esserlo davvero, dico pentiti. E poi si deve avere il fermo proposito di non ripetere l’errore. Almeno me lo ricordo così, dal catechismo. Però sta di fatto che un esercito di opportunisti morali l’hanno recepita e la mettono in pratica in quest’altro modo.
Come lei: prima qualche frase inutile, di circostanza, poi era entrata nel merito con un ‘mi dispiace’ d’esordio, quindi aveva raccontato che forse si stava innamorando di un altro, aveva aggiunto un po’ di discorsi esplicativi, che non spiegavano niente, e aveva concluso con una sequenza di altri ‘mi dispiace’. Una specie di sonatina, ma stonata da morire. E aveva aspettato quel sabato, la vigilia del mio compleanno, per suonarmela. Senza che nessuno gliel’avesse chiesto. Anzi, io il suo confiteor non lo volevo sentire proprio.
Invece lei: “Mi dispiace...”
“Primma me scarpeseia ‘o callo, po’ me chiede scusa.” avrebbe detto mia nonna paterna.
Doveva essere un bel tipo, quella lì. Almeno stando ai racconti di mio padre. Dice che, se uno provava a fare lo gnorri, lei se ne usciva pari pari con:
“Chìstu ccà sùnna, se ne vène dìnt’ o liétto, po’ dìce c’ ha sudàto.”
Io non l’ho conosciuta. Né lei né il nonno. Morti molti anni prima che nascessi. Suo padre, il mio bisnonno, era conte. Così ripetevano in famiglia. Vantavano questo marchio di nobiltà, anche se il titolo non era passato dal bisnonno alla nonna, perché lo si tramandava solo per linea maschile. Per questo non era arrivato neanche a mio padre. Baggianate ottocentesche. Il conte però aveva razzolato nel contado, per cui il sangue blu si era mischiato con quello rosso, plebeo, il che mi ha sempre fatto un gran piacere. Dico questa specie di meticciato. Perché un’ascendenza nobiliare univoca non l’avrei sopportata. Va detto che i frutti recenti del mio albero genealogico paterno, quelli che avevo avuto modo di conoscere di persona, erano tutt’altro che piacevoli. Ladri patentati. Col paravento religioso. Basta, non voglio ripetermi.
Il bisnonno invece, noto a me solo per tradizione orale, mi era simpatico.
A mio padre piacevano le favole e la propria la raccontava così.
C’era una volta Ridolfo Magnani Fontanili, conte di Roccagraziata, mio trisavolo (mio di me, non di mio padre), il quale, assieme al cugino Riccardo, si spartiva la proprietà dell’omonimo castello e di tutte le terre intorno. Quello che si chiamava appunto un contado. E nel contado vivevano i contadini, come spiega qualunque vocabolario.
Fra queste famiglie di lavoratori della terra ce n’era una composta dai vecchi genitori, il loro figlio Salvatore con la moglie Concetta e quattro figlie. Basta questo per capire quanto fossero sfortunati. Perché, a quel tempo, servivano braccia forti, per sarchiare, arare, falciare, eccetera, insomma maschi robusti e non fanciulle delicate, per cui quando nasceva una femmina era considerata una disgrazia e quelli di disgrazie ne avevano avute addirittura quattro, una dietro l’altra. D’altronde, a quel tempo non c’erano né il cinema né la televisione e i poveri non avevano che quel divertimento, perché i teatri stavano solo nelle città ed erano roba per ricchi.
La quinta volta che la moglie era rimasta incinta, aveva sì concepito un maschio, ma non era riuscita a portare a termine la gravidanza. Aveva avuto un aborto spontaneo alla fine del quinto mese e non era morta per un vero miracolo. Però il medico, che pur essendo un libero pensatore aveva ammesso che quella guarigione era stata un evento soprannaturale, aveva aggiunto che il Padre Eterno, come Paganini, non concedeva mai il bis, quindi la donna doveva accontentarsi di avere la vita salva e quattro figlie. Di nuove gravidanze nemmeno a parlarne. E questa era stata la sesta sciagura, la più grave di tutte.
La povera donna era disperata. Si sentiva ormai inutile. Sedeva davanti alla finestra e ripeteva:
“Era mèglio si ‘a Marònna se pigliava pùr’ a ‘mme.”
Per fortuna Salvatore era un buon uomo, pieno di fiducia nella Provvidenza e sinceramente innamorato della moglie, così la consolò, dicendole che se quella era la volontà del Signore, una ragione doveva pur esserci.
La sua fede fu ancora messa a dura prova, perché, nell’arco di meno di tre anni, gli morirono i genitori e due delle figlie, la prima e la terzogenita, tutti uccisi dalla polmonite. Perché allora non c’erano gli antibiotici a salvarti e di polmonite morivi. Che se poi ci fossero stati, forse quei poveracci non se li sarebbero potuti permettere e il risultato sarebbe stato uguale. Un cinico potrebbe osservare che, tutto sommato, quelle morti, anziché sventure, erano benefici divini, perché erano quattro bocche in meno da sfamare. In effetti, solo che ci si faccia attenzione senza pregiudizi, la vita sembra proprio funzionare così, che cioè non succede niente che, alla lunga, non si risolva in un bene, per cui può darsi che abbiano ragione certuni a sostenere che il male non esiste. Come si dice: ‘o Patetèrno ‘nzèrra ‘na pòrta e aràpe ‘nu purtóne.
Comunque sia, anche in quelle circostanze dolorose, Salvatore, dando prova delle sue profonde convinzioni religiose, si fece una ragione e il conte Ridolfo, che era uomo di chiesa e di buon cuore e seguiva le vicende dei propri contadini, fece trasferire la famiglia al castello, dove mise la moglie a lavorare nelle cucine del suo palazzo e l’uomo a curarne i giardini.
Così, dalla disgrazia nacque effettivamente la fortuna e le due figlie superstiti, Claudia e Carlotta, non conobbero mai le fatiche dei campi, impararono a leggere e scrivere e crebbero belle come fiori di serra. Quando la primogenita, che era più grande della sorella di due anni, ne ebbe dodici, la madre cominciò a portarsela dietro, in modo che apprendesse ad apparecchiare la tavola dei signori e a cucinare cibi raffinati. Inoltre le raccomandava di osservare con attenzione i modi eleganti della contessa. Altrettanto fece con la piccola Carlotta, solo un anno dopo, perché era particolarmente precoce.
“Si ‘o patetèrno vulette accussì - diceva la donna alle figlie, citando il marito - ‘na raggióne ‘nc’ ha a èssere e s’adda stà scetàti.”
E siccome entrambe le ragazze erano sveglie, s’impratichirono talmente nelle buone maniere e nel linguaggio dei nobili, che nessuno avrebbe detto che fossero figlie di poveri contadini analfabeti. Inoltre la contessa Matilde, che si era presa a cuore la famiglia e, avendo desiderato inutilmente la nascita di una figlia propria, era affascinata dalla bellezza e amabilità delle due giovinette, si fece carico di completare la loro istruzione col cucito, il ricamo e le buone letture.
I conti avevano solo due figli, Eduardo e Giovanni.
Eduardo era il primogenito e il padre gli aveva imposto quel nome, perché aveva letto le parole di Lao-tzu: “Il nome è causa di tutte le cose”. Pensando dunque che il destino della persona fosse, almeno in parte, determinato dal nome ed essendo appassionato di storia inglese, il conte chiamò il primo figlio Eduardo, che, secondo l’etimologia anglosassone, significa ‘guardiano della proprietà’, perché molti sovrani valorosi avevano portato quel nome, dal santo Eduardo il Confessore in poi.
Il secondogenito era più giovane di tre anni e siccome la madre, dopo la nascita di Eduardo, aveva avuto due aborti e temeva di non poter più avere figli, il marito concesse a lei la scelta del nome. La contessa aveva accolto quel bambino tanto atteso come una benedizione del Signore e quindi lo aveva chiamato Giovanni, che in ebraico significa ‘Dio ha avuto misericordia’. Aveva inoltre ricordato al conte che il Battista era quello che aveva annunciato l’avvento di Gesù e che San Giovanni Evangelista ne era stato l’apostolo prediletto, senza dire di tutti i santi omonimi che si erano susseguiti attraverso i secoli della Cristianità. L’ammirazione di Ridolfo si rivolgeva più agli uomini d’azione che ai beati, ma non si oppose alla volontà della moglie.
Va da sé che, come per lo più accade nelle migliori famiglie, ognuno dei genitori prediligeva uno dei figlioli: il padre il primogenito e la madre il cadetto, con le conseguenti rivalità fra i fratelli. Però, nel loro caso, il principio del saggio cinese e l’antica massima nomen omen non funzionarono o, quanto meno, non si manifestarono secondo le aspettative dei miei trisavoli.
Infatti Eduardo era fisicamente più debole, cagionevole di salute e, crescendo, rivelò un carattere dolce e riflessivo, con una precoce predisposizione per gli studi di latino, greco e filosofia. A undici anni, notò che il padre lavorava quotidianamente, con lentezza ed evidente difficoltà, alla traduzione di un libro, che però non progrediva che di un paio di pagine al giorno. Incuriosito, un pomeriggio, dopo che il conte si era allontanato dalla biblioteca, lo aprì e lesse:
DE ROMANA REPUBLICA,
Sive De Re Militari & Civili
ROMANORUM,
Ad explicandos Scriptores antiquos.
Auctore
PETRO JOSEPHO CANTELIO
E Societate Jesu.
Editio Veneta prima, poft fextam Lugdunenfem,
a mendis quamplurimis expurgata, multifque
aneis figuris locupletata, & duabus
Differtationibus aucta.
VENETIIS, MDCCXXX.
Apud Petrum Baffaleam,
SUPERIORUM PERMISSU AC PRIVILEGIO.

Eduardo lo sfogliò e dapprima guardò le poche illustrazioni di soldati romani e riti sacrificali e funebri, poi, sembrandogli quel latino molto semplice e ricordando che di lì a dieci giorni si sarebbe festeggiato il compleanno paterno, pensò di regalare al genitore la traduzione delle oltre trecento pagine del volume, che, lavorandoci di nascosto, completò giusto in tempo per posare il manoscritto, avvolto in un foglio di carta gialla rubato in cucina, davanti al posto del conte, al pranzo di festeggiamento. Si può immaginare lo stupore ammirato di tutti.
Giovannino invece era forte, deciso e avventuroso, amava poco le lettere, era attratto dai viaggi e dalle prospettive della tecnologia moderna e professava una profonda fede nelle magnifiche sorti e progressive del mondo. Ciò non vuol dire che disdegnasse la lettura, semplicemente trascurava qualsiasi libro salvo quelli contenenti resoconti di esplorazioni e, fra questi, i suoi preferiti erano il Voyage autour du monde par la frégate du roi La Boudeuse et la flûte l’Etoile di Louis Antoine de Bougainville, del quale nella biblioteca era conservato un esemplare pubblicato alla fine del Settecento, un’edizione ottocentesca, in italiano, del Viaggio alla scoperta dell’oceano Pacifico settentrionale e intorno al mondo di George Vancouver e un racconto delle imprese di Vitus Johansen Bering. Insomma anche lui era tutt’altro che un ignorantaccio.
Così, Giovannino andava a caccia, si dedicava a giochi violenti coi suoi coetanei e sognava il giorno in cui avrebbe potuto solcare i mari, mentre la madre avrebbe voluto tenerselo accanto e coccolarlo, e Eduardo passava il tempo nella biblioteca del castello, a leggere e comporre poesie, sotto lo sguardo deluso e impotente del padre. In sostanza, il destino aveva mescolato le carte, facendo preferire alla madre il figlio più virile e al padre quello più femminile. Almeno secondo il significato distorto che si dà talvolta a questi aggettivi, confondendo la mascolinità con la virilità e identificando la sensibilità con la femminilità.
Eduardo completò gli studi superiori con un anno di anticipo rispetto all’età canonica e i suoi insegnanti si complimentarono col conte per la sua intelligenza e il suo talento umanistico. Forte di questo, il ragazzo chiese al padre di poter frequentare la facoltà universitaria di Lettere, ma il conte, che non aveva abbandonato il sogno di farne il ‘guardiano della proprietà’, gli ordinò di studiare agraria e Eduardo così fece, perché era un figlio obbediente.
Trasferitosi in città, il giovane non frequentava i propri coetanei e non partecipava alla loro vita gaudente, ma trascorreva il tempo libero dalle lezioni nella biblioteca dell’università a leggere gli autori classici e di notte, mentre gli altri studenti bazzicavano le bettole in compagnia di donne mercenarie, scriveva poemi a imitazione di Ariosto e Tasso o racconti fantastici sui viaggi e le avventure di eroi senza macchia e di bellissime fanciulle.

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