martedì, gennaio 15, 2013

 

Doverosa citazione…


"Quel che abbiamo letto di più bello, lo dobbiamo quasi sempre a una persona cara. Ed è a una persona cara che subito ne parleremo. Forse proprio perché la peculiarità del sentimento, come del desiderio di leggere, è il fatto di preferire. Amare vuol dire, in ultima analisi, far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l'invisibile cittadella della nostra libertà. Noi siamo abitati da libri e da amici."
(Daniel Pennac)






Segnalibro N° 4

AMORI MIEI - Sono dodici racconti "d'amore", che costituiscono variazioni sul tema della vita e delle opere di altrettanti artisti: per la maggior parte scrittori (Beckett, Joyce, Rimbaud, Freud, Wilde, Céline, Borges, Cechov e Kafka), dei quali viene echeggiato lo stile letterario, oltre a due pittori (Van Gogh e Yoshitoshi) e un musicista (Mozart).
Il tredicesimo racconto ha funzione "riassuntiva" e la raccolta è chiusa dalle "Presentazioni" di tutti i personaggi.
Qui appresso un esempio, quasi un paradigma delle storie da leggere.


RISVEGLI

Aprì gli occhi nel buio. Per un po’ ascoltò il respiro pesante di Olga e lo stormire delle betulle, poi si alzò dal letto e uscì dalla stanza, muovendosi nell’oscurità come un gatto di velluto. Attraversò la casa deserta e silenziosa e provò il consueto piacere della solitudine. In cucina, accese la radio. [“No, questo non va bene: siamo a Jalta, all’inizio del Novecento.” “D’accordo, d’accordo, niente radio.”]. In cucina accese il samovàr e si preparò il tè. Si portò la tazza fumante nello studio e la posò sullo scrittoio, accanto al calamaio. Prese un foglio bianco e scrisse:
“C’era una volta, in Cina, la figlia di un nobile, famosa in tutto il mondo per la sua eccezionale bellezza. Un principe lo seppe e volle conoscerla. Appena la vide, se ne innamorò, perché la fanciulla non era solo bellissima, ma anche dotata di una straordinaria intelligenza e di un ottimo carattere. Il principe la chiese in moglie, ma la ragazza rifiutò, spiegando che non lo amava e che non avrebbe mai sposato un uomo senza esserne innamorata. Il nobile pretendente le portò in dono pietre preziose, broccati, tappeti e cavalli. La giovane accettò ogni cosa con gratitudine, ma confermò il rifiuto. Allora il principe le offrì il proprio regno, in cambio del permesso di servirla come suo giardiniere personale. La fanciulla glielo concesse e l’uomo le fu vicino ogni giorno, dando prova di fedeltà e discrezione esemplari. Dopo tre anni, la giovane, conquistata dall’amore del principe-giardiniere, si recò da lui e gli disse: “Hai vinto. Ora ti amo anch’io e sono disposta a sposarti. Mi vuoi?” L’uomo alzò gli occhi dalle rose che stava tagliando e rispose: “No.”
[“Io non ho mai scritto questo.” “E allora? È solo un sogno.”]
Si svegliò di colpo. Olga dormiva, col suo respiro sibilante. Tutt’intorno era silenzio. Strano sogno, pensò. Scivolò dal letto cautamente e uscì dalla camera, nel buio. In cucina, accese il samovàr e si affacciò alla finestra. Sei piani più sotto, nella strada, il camion della Nettezza Urbana raccoglieva i rifiuti. [“Come, sei piani? È un villino. E che cos’è la nettezza Urbana?” “Ah, già.”]. Nella strada, davanti alla casa, passava un carro carico di letame, condotto da due mužikì. [“Va bene?”]. La linea dell’orizzonte cominciava a rischiararsi. Si sedette e si mise a scrivere:
“Due vicini si contendevano la proprietà di un bosco. Ognuno pretendeva che i confini del proprio terreno comprendessero anche la macchia d’alberi e rivendicava il diritto esclusivo di andarci a cacciare e a far legna. La disputa durava già da molti anni, quando un giorno, mentre inseguiva un cinghiale fra i cespugli, uno dei due proprietari uccise accidentalmente un servo dell’altro. La gravità dell’episodio li decise a ricorrere all’Imperatore, per avere giustizia. Andarono dunque al palazzo imperiale e chiesero di essere ricevuti. Due guardie li scortarono attraverso saloni e corridoi interminabili, fino alla sala del trono, collocato al di là di una fitta grata di ferro. Una guardia ordinò: “Parli il primo.” L’uomo che aveva ucciso il servo dell’altro disse: “Nel bosco attiguo al mio campo, la mia famiglia va a cacciare e a far legna da sette generazioni, con pieno diritto. Chiedo pertanto che venga dichiarato, una volta per tutte, che esso mi appartiene e venga ordinato al mio vicino di non sconfinare.” L’altra guardia ordinò: “Parli il secondo.” E il secondo contendente disse: “Il bosco è sempre appartenuto alla mia famiglia e posso dimostrarlo: ho qui documenti vecchi di secoli, da cui risulta l’acquisto fatto da un mio avo. Gli antenati del mio vicino, come lui ora, vi hanno sempre cacciato abusivamente. Chiedo che venga confermata la mia proprietà e ordinato a chiunque di rispettarla.” Nel dire questo, l’uomo estrasse dalla tasca un rotolo di carte ingiallite, per consegnarle alla guardia più vicina, ma questa non lo guardò neppure. L’uomo rimase per un po’ col braccio teso, poi arrossì e rimise le carte in tasca. Le guardie accompagnarono entrambi in una stanza e li chiusero dentro, lasciandoli in attesa. Le ore passavano e nessuno veniva a chiamarli. Gli uomini provavano un’inquietudine crescente e cominciarono a confidarsi i propri timori. Quando fu sera, non ricordavano neppure più la lite per il bosco, ma erano preoccupati solo della propria sorte. Si misero a picchiare contro la porta, gridando che avrebbero rinunciato alle rispettive pretese, purché li lasciassero andare via, ma nessuno sembrava udire le loro voci. Finalmente la porta si aprì, entrò un soldato con una pergamena e lesse: “Ognuno ritorni alla propria terra e nessuno lo separi più da essa.” I due uomini si guardarono con stupore e chiesero insieme: “Che significa?” Il soldato rispose: “Questa è la sentenza.” Il giorno dopo, nella luce incerta dell’alba, le guardie imperiali sparsero su ognuno dei campi contigui, le ceneri dei due proprietari.”
[“È un sogno anche questo?” “Certo.”]
Alle sue spalle, una voce femminile sussurrò:
“Svegliati, bàtjuška.”
Non osò girare la testa. Credevo di essere sveglio, pensò, ma, se sto ancora sognando, potrò mai svegliarmi? E quanti risvegli occorrono, per svegliarsi veramente? Aprì gli occhi e vide la consueta oscurità, piena del respiro di Olga. Volle alzarsi, ma non poté: qualcosa impediva al suo corpo di muoversi. Nella mente gli scorrevano immagini della sua vita passata, come su un palcoscenico. Gli sembrò un’esistenza inutile, monotona e grigia, popolata di persone insignificanti. Più di quarant’anni erano trascorsi in un soffio e non aveva saputo far nulla. Da ragazzo aveva creduto che il desiderio dei poeti desse alle parole il potere di cambiare il mondo, ma i forti erano rimasti sfrontati ed oziosi e i deboli ignoranti e bestiali e intorno tutto era povertà, grettezza, degenerazione e menzogna. Una sola parentesi di felicità si era aperta nella sua vita. Rivide la casa di campagna, a Melichovo, e la figura radiosa di Lidja, sbocciata nelle sue tenebre, come un fiore di luce, il cui profumo gli aveva inondato l’anima. Nella penombra della memoria rimbalza la musica divina del riso di lei. Riascolta il messaggio muto dei suoi occhi di acquamarina, il boato assordante dell’amore sussurrato. La passione accarezza ancora, per un attimo, il suo corpo assopito, sospingendolo verso un irreale risveglio. [“Ancora un sogno?” “Non lo so.”] Il ricordo soffocante della delusione suprema lo invase. Mi aveva detto che mi amava e mi lasciò per Potapenko, un volgare seduttore di provincia, un gaglioffo! [“Non essere ingiusto. La verità è che tu non sei stato abbastanza coraggioso da diventare reale: eri solo un sogno di parole, mentre Potapenko era un essere concreto e la prese.” “Ormai non ha più importanza.”]
Si svegliò e fu avvolto dal solito ansito, nel buio. Improvvisamente immaginò che il respiro che sentiva non fosse di Olga e che, seduto da qualche parte, davanti a un foglio bianco, un Prospero solitario scatenasse quella tempesta di sogni. [“Perché tutto questo? Voglio alzarmi dal letto e andare nello studio a scrivere.” “È quello che fai.” “Non così: voglio essere sveglio e libero.” “Quello che dici non ha senso: la veglia è solo un labirinto di sogni concentrici sognati da altri.”] Aprì la porta della camera, senza fare rumore. Andò verso la cucina, guardandosi intorno: tutto era come sempre. Preparò il tè. Dunque sono sveglio, pensò. Gli era rimasta una sensazione di oppressione al torace. I polmoni, naturalmente. Volevo vincere le malattie, rifletté, e invece una malattia ha vinto me. Quanto mi resterà da vivere, un paio d’anni? Peccato essere stato con Olga così poco. Avrei voluto fare tante cose con lei. [“Che cosa ne sai?”] Si sedette e scrisse:
“Passerà il tempo e anche noi scompariremo per sempre. Ci dimenticheranno, dimenticheranno i nostri volti, la nostra voce e quante eravamo, ma le nostre sofferenze si trasformeranno in gioia per coloro che verranno dopo di noi; pace e felicità scenderanno sulla terra e gli uomini avranno una buona parola per quelli che vivono ora e li benediranno.” [“Povero illuso! La maggior parte degli uomini non sa neppure che sei esistito o, al massimo, ha sentito qualche volta il tuo nome. Non sono altro che botteghe ambulanti, dove tutto è in vendita, e considerano migliori solo i più utili. Forse qualche volta vanno a teatro, a sognare di essere virtuosi, per un paio d’ore, poi tornano allegri ai loro mercati. Nessuna delle tue sorelle andrà a Mosca!” “Credi che non lo sappia? Pensi forse che gli uomini mi piacciano? O le donne? Li amo tutti e cerco di migliorarli, ma detesto il loro modo di essere e so che saranno sempre così. Persino Lidja: ho creduto di poter essere felice con lei, ma anche quella era un’illusione e, quanto a Olga, mi dà quasi sollievo sapere che i miei polmoni interromperanno presto la nostra storia. Ricorda l’ultima battuta di Firs.” “Non mi pare proprio che tu abbia amato le persone. Ti fu forse dettata dall’amore quella malvagia storia dello specchio deformante o quella del ridicolo Mitja, felice solo di essere finito sul giornale? Eppure eri solo un ragazzo, quando le scrivevi. Amavi forse Anjuta? La disprezzavi, piuttosto, piccola cagna servile e rassegnata. E non mi dirai che l’atroce scherzetto, che ideasti per Nadja, fosse un moto d’amore! Di chi volevi vendicarti? Tu non hai mai amato nessuno, ammettilo. Hai cercato l’amore e l’hai offerto, ma non hai mai perdonato agli esseri umani di non meritarlo. Talvolta hai provato pietà per le tue creature, ma niente di più.” “Chi sei tu, postero di me stesso, che pretendi di pensare i miei pensieri e inventare i miei sogni?” “Io non sono nessuno: l’inutile anello, ripetuto all’infinito, di una catena, il cui inizio e la fine si perdono nel nulla. Prospero e Calibano, pensati uniti da uno Willy Burlone, perché pensino altri mostri pensanti, and my ending is despair.”]
“Svegliati, Antòn Pàvlovič!”
La voce di Olga sembrava spaventata, nel buio.
“Che cosa c’è, sognavi?”
“Sì – rispose l’uomo – sognavo di essere sognato, quasi un secolo dopo la mia morte. Non ti preoccupare, continua a dormire. Io mi alzo. Ormai sono sveglio.”
Uscì nell’oscurità e raggiunse la cucina. Preparò il tè e se lo portò nello studio. Fuori, le betulle stormivano al vento. Cominciò a scrivere, nella rassegnata attesa dell’impossibile risveglio.


NB - NB - NB: Un altro episodio-personaggio di "Amori miei" si trova sul blog seguendo questo link: fuscogami.blogspot.com


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lunedì, gennaio 07, 2013

 

Ortensia bianca, ortensia blu. Questo è il dilemma


Segnalibro N°3

ORTENSIA BIANCA ORTENSIA BLU
(Romanzo giallo) – 1986. Los Angeles. Mentre il cosiddetto “Assassino di Southside” continua ad assassinare brutalmente giovani prostitute, un altro misterioso serial killer uccide freddamente coppie irregolari e di dubbia moralità con due precisi colpi di pistola, lasciando accanto ai corpi una medaglietta, su cui è incisa la tredicesima lettera dell’alfabeto ebraico, e uno haiku (componimento poetico giapponese a schema fisso, di 5-7-5 sillabe). Il tenente Clair del LAPD, incaricato delle indagini, ne riferisce tutti i particolari all’amico Dark, scrittore disoccupato, che intende ricavare dalla vicenda un romanzo-inchiesta e al quale, dopo ogni delitto, pervengono brevi messaggi indecifrabili. Intorno a loro si muovono vari personaggi: un sergente del LAPD, di madre giapponese e appassionato di poesia, terrorizza di notte le coppiette appartate in macchina; un eccentrico miliardario enciclopedico, collezionista di ogni forma d’arte e poliglotta, vive in un “regno”, sulle colline di Mullholland Drive, creato a imitazione del set del film Apocalypse Now; una specie di moderno Savonarola tiene prediche minacciose in forma di haiku; un cabarettista nero recita haiku ucronici dall’oscuro significato; un docente di giapponese, liberal, ebreo e gay, cerca di decifrare i messaggi ricevuti dall’amico Dark; una donna gelosa non nasconde di nutrire un odio profondo verso la precedente amante del proprio compagno, mentre altre intrattengono relazioni amorose con lo scrittore.




















Franco Fusco


ORTENSIA BIANCA,
ORTENSIA BLU










Yet each man kills the thing he loves
(O. Wilde)

All that we see or seem
Is but a dream within a dream
(E. A. Poe)



Venerdì 7 marzo
tic un piccolo movimento quasi impercettibile come la finissima appendice vibratile di un protozoo che si sposti di un micron un cambiamento apparentemente insignificante nell’inarrestabile moto universale dell’eterno divenire eppure il principio di tutto tac un altro spostamento altrettanto piccolo e tic-tac come se una mano invisibile avesse mosso il pendolo del destino verso destra per poi lasciarlo oscillare verso sinistra libero ma ormai obbligato a quel necessario va e vieni tic-tac l’avvio inarrestabile della storia l’inizio di una serie di eventi che solo un nanosecondo prima erano inimmaginabili e adesso sono irresistibilmente trascinati avanti da una serie di algoritmi le cui regole precise procedono passo passo verso la soluzione finale ancora sconosciuta ma già insita nell’esordio stesso come due catene di nucleotidi avvolte a doppia elica le basi dei quali si uniscano a coppie per un numero finito di volte salvo una o come piccoli e caduchi pianeti che percorrano le loro orbite immutabili per l’impulso di quell’amor che move il sole e l’altre stelle la cui forza è capace di creare dal nulla mondi meravigliosi ognuno col proprio segreto e in un attimo distruggerli e così fu per il bel Ferdinand aitante conquistatore di donne enucleato dall’amalgama indistinto della folla di zombie inconsapevoli deambulanti lungo le arterie della rutilante Los Angeles metafora trasparente di un corpo la cui avvenenza esteriore è divorata dall’intima lebbra del vizio non inteso nel senso di espressione del Male o peccato contro l’Essere metafisico bensì nel significato terreno di un difetto iniziale cui consegue la violazione delle sconosciute e inconoscibili leggi del Hacedor che le concepì in una dimensione astratta ma indefettibile e dunque in questa realtà irreale va a empezar la caza mayor del Predatore nel territorio da lui stesso all’uopo predisposto affinché il percorso dell’aitante Ferdi detto Mauvais Geste fosse un giorno deviato impercettibilmente al solo fine di farlo intervenire al party organizzato dall’amante del suo migliore amico dove potesse incontrarsi con la bionda Joanna così dolce così perversa e anch’essa estratta dal cilindro del Grande Prestidigitador per provocarne l’inevitabile congiungimento e infatti da quella sera i due (il pluridivorziato miliardario e l’annoiata coniglietta) furono inseparabili e lei aspettava impaziente l’uscita di casa del marito per volare tra le braccia del suo focoso playboy col quale soddisfare i propri robusti appetiti e la curiosità di piccola provinciale verso i tanto decantati paradisi artificiali cui era così facile accedere seguendo il breve tracciato delle fini e bianche righe per poi eccitarsi fino al supremo piacere solo sdraiandosi sul bordo di una piscina da sogno e lì esibire il proprio corpo nudo en plein air come una lussuriosa Susanna orgogliosa delle proprie big legs nice to pinch assiduously which justgraze each other mentre la sfrenata fantasia immaginava di masturbarsi ostentatamente in stile pornostar offerta agli sguardi famelici di vecchioni grassi e lubrichi e indovinando il frenetico strofinio di sessi maschili nell’ombra delle siepi e prestarsi col sottile piacere della sottomissione agli umilianti giochi erotici inventati dal ganzo corrotto o forse solo banale imitatore di qualche filmetto osceno con l’intento di emulare quegli stalloni prezzolati e usare la duttile compagna come un vuoto da riempire in ogni orifizio e così via di delirio in delirio nella spirale infinita del desiderio per un tempo imprecisato di felicità illusoria che la cagnetta in costante calore s’illudeva fosse senza fine finché invece una sera

“Che fai, dormi?”
Earnest Dark, la mente annebbiata dal sonno, non riconobbe la voce nel telefono.
“Chi cazz...” bofonchiò, mentre con la mano libera cercava nel buio l’interruttore.
“Oh, sono io. Sveglia!”
La luce della lampada sul comodino gli ferì gli occhi. Strizzandoli, riuscì con fatica a mettere a fuoco la sveglia. Aveva la sensazione di essersi addormentato da poco.
“Fanculo, Lawrence! Ma lo sai che ore sono?”
“Sì, e allora?”
“Di’, sei ubriaco o cosa?”
“Mai stato più sobrio. Forza, alzati e non rompere i coglioni.”
“Ah, io rompo i... Senti, va’ a farti fottere!”
Dark allungò il braccio, per riabbassare il ricevitore, ma sentì la voce dell’amico:
“Andiamo, Chiquito, c’è lavoro per te.”
Lawrence Clair era l’unica persona ancora vivente che lo chiamasse con quel nomignolo infantile. Earnest sorrise, suo malgrado.
“Lavoro? - riaccostò il ricevitore all’orecchio - Ma non sono neanche le cinque!”
“Già, ma gli assassini si danno da fare anche di notte, non lo sai?”
La parola “assassini” ebbe su di lui l’effetto di una doccia gelata.
“Che assassini?” chiese, appoggiando i piedi a terra.
“Questo non lo so, ma ci sono due morti ammazzati a Pacific Palisades.”
Earnest si passò una mano sulla testa rasata e sbuffò.
“Fra quanto?” brontolò.
“Alle cinque in strada. Non perdere tempo a raderti. Ciao.”
“Mh.” grugnì.
La macchina del tenente Clair arrivò da Wilshire Boulevard e accostò al marciapiede di fronte, neanche un minuto dopo che Dark era sceso, il che gli fece piacere, data la temperatura, che valutò in non più di 15°. Il tepore primaverile sembrava ancora lontano.
“Sali.” gli disse l’amico, aprendo lo sportello dalla sua parte.
Dark si sedette e richiuse.
“Di che si tratta?” chiese.
“Quel poco che so te l’ho già detto. Due morti sparati. Un uomo e una donna. A Pacific Palisades.”
“Rapina in villa?”
“Non lo so... non credo. Fra poco vedremo.”
La macchina partì sgommando e svoltò a destra in Washington Avenue. Dopo un po’, imboccò la 26a Strada, a sinistra, e procedette verso Nord-Ovest. Dark pensò vagamente che l’amico non aveva il concetto di “limite di velocità”, ma solo quello di “velocità limite”. Avrebbe voluto dirgli che quel percorso gli sembrava più lungo e che sarebbe stato meglio scendere lungo Washington Avenue verso l’oceano, ma era troppo stanco per farlo. Lottava con un innaturale affaticamento muscolare, che gli intorpidiva le membra, come se fosse reduce da una seduta di ginnastica intensiva. Più di una volta gli si chiusero le palpebre e la testa gli ciondolò avanti, risvegliandolo. Mentre viaggiavano in silenzio, il cielo cominciò a colorarsi. Clair sembrava interessarsi solo al nastro d’asfalto davanti alla macchina. Il traffico era pressoché inesistente, a quell’ora. Quando l’auto svoltò a sinistra da Allenford Avenue in West Sunset Boulevard, Dark rinunciò a resistere al sonno e si addormentò, la testa piegata sul petto.
Si svegliò che stavano ancora percorrendo West Sunset Boulevard, verso Nord.
“Quanto manca?” chiese.
“Ci siamo quasi. - disse Clair - Vedi di non riaddormentarti.”
La villa era in Swarthmore Avenue, un edificio moderno, a un solo piano, con ampio prato davanti e un vialetto che conduceva alla porta d’ingresso. Qua e là le macchie di colore di grandi cespugli di ortensie. L’accesso per le auto era sulla sinistra e conduceva alla porta chiusa di un’autorimessa, sormontata da buganvillee arancione e viola, attraverso la quale sarebbe passato agevolmente un autotreno. Dark immaginò varie centinaia di metri quadrati di superficie abitabile, distribuiti su diversi livelli, che seguivano l’andamento del terreno e, sul retro della costruzione, un’ampia piscina, sul cui bordo una bionda procace prendeva il sole nuda con una bibita ghiacciata posata accanto, mentre un abbronzato sosia di Clark Gable la osservava con un sorriso da padrone compiaciuto.
Lungo il marciapiede erano ferme in fila due bianche e nere del LAPD, il furgone della scientifica e un’altra macchina blu senza insegne. Clair si arrestò dietro questa e scese. In piedi era imponente, col suo metro e novantaquattro di altezza e le spalle larghe come un armadio a due ante. Indossava un vestito chiaro da poco prezzo, comprato ai grandi magazzini, ma stirato in modo impeccabile, la cui stoffa si tendeva sui bicipiti, ogni volta che piegava un braccio, come se fosse sul punto di strapparsi. Non portava cravatta e il colletto della camicia rosso scuro, fresca di bucato, era sbottonato e mostrava la canottiera bianca. Aveva capelli rossicci e occhi grigio-azzurri dallo sguardo freddo e penetrante, nei quali anche i delinquenti più incalliti, quando si parava loro davanti per interrogarli, scorgevano una preoccupante espressione di violenza mal repressa e pronta a esplodere. Un dietologo avrebbe detto che era qualche chilo sopra il peso forma, ma il suo grasso era sodo e nessuno avrebbe pensato che potesse diminuirne l’agilità e la potenza d’azione.
Dark era venticinque centimetri più basso dell’amico, aveva un fisico asciutto e nervoso, che però lasciava indovinare una muscolatura compatta e allenata. Il viso era magro, illuminato da due occhi verdi in continuo movimento, come se cercassero sempre di cogliere nella scena qualche particolare invisibile agli altri. Se li fissava in quelli di una persona, le procurava l’imbarazzante sensazione di essere frugata negli angoli più nascosti della mente. La testa tonda e rasata, il collo lungo e il naso sporgente e adunco sulla bocca piccola gli conferivano, di profilo, un inquietante aspetto da avvoltoio. Quando però sorrideva, tutto il volto cambiava e assumeva l’espressione di un bambino felice.
Un poliziotto andò loro incontro. La sua divisa era stazzonata, come se l’avesse recuperata poco prima dalla cesta dei panni sporchi.
“Salve, tenente. Dark...” li salutò.
“Ciao, Ted, - ricambiò Dark - come sta tua moglie?”
Il sergente Ted Lucas aveva l’aria annoiata. Era alto oltre un metro e ottanta e decisamente sovrappeso. I suoi capelli biondi erano tagliati cortissimi e gli occhi chiari inespressivi, sopra le guance flaccide, sembravano fissare sempre un punto imprecisato alle spalle degli interlocutori, il che li metteva a disagio e ispirava un oscuro senso di paura. Al centro della sua grande faccia tonda, il naso era sorprendentemente piccolo e regolare.
“Meglio, grazie. - rispose a Dark, poi si rivolse al tenente - Li ha trovati una pattuglia. Pare che il padrone di casa avesse l’abitudine di stare alzato fino a tardi, ma quando i ragazzi sono passati alle quattro e hanno visto le luci accese nell’ingresso si sono insospettiti e sono venuti a controllare. La porta era socchiusa. L’uomo era qui, dov’è adesso.”
Avevano superato la porta d’ingresso. Pochi passi oltre la soglia, un uomo in vestaglia giaceva scompostamente a terra, supino. Circa cinquant’anni di età, ben portati: fisico atletico, abbronzato, capelli brizzolati sulle tempie e baffetti sottili. Sarebbe stato un uomo affascinante, se non fosse stato irrimediabilmente morto. La veste da camera, aperta sulla parte alta del torace, mostrava, in mezzo ai peli radi, due fori identici dai margini sfrangiati di colore rosso nerastro. In un flash, Dark vide l’uomo volare all’indietro e abbattersi senza alcun rumore. Lo spesso tappeto, sotto il corpo, era inzuppato del sangue colato dai fori di uscita dei proiettili. Dark notò una macchia scura tra le gambe divaricate del cadavere e avvertì un forte puzzo di urina. E non solo. Voltò la testa con una smorfia di disgusto.
“Che ne dici? Clark Gable, no?” disse Clair, senza guardarlo.
Non ricevette risposta. Si chinò a scostare un lembo della vestaglia dell’uomo, scoprendone il sesso bruno. Storse la bocca e riaccostò la stoffa. Si rialzò e diresse lo sguardo verso la parete, dove vide due buchi nel rivestimento in legno.
“E la donna?” chiese.
“Di là, in camera da letto.” rispose il sergente e fece cenno di seguirlo.
Attraversarono vasti soggiorni, scendendo e salendo alcuni gradini nel passare da uno all’altro, prima di raggiungere una camera da letto grande come un loft. Tutto era bianco, nel tipico stile tanto caro agli attori di Hollywood. La moquette somigliava alla pelliccia di un orso polare e i mobili bassi intorno sembravano scelti da un arredatore di set cinematografici. Di fianco al letto, sopra un basso tavolino di vetro, era posato, accanto al telefono anni Quaranta, un secchiello con dentro una bottiglia stappata di champagne e vicino due flute con residui del vino. Il materasso, da quella parte, mostrava un accenno di affossamento nel lenzuolo di seta spiegazzato. Sul lato opposto era sdraiata supina quella che era stata un’avvenente bionda di circa trentacinque anni, forse meno. Il lenzuolo bianco, sotto il corpo procace, era rosso bruno come se fosse stato colorato per dare più risalto alla sua pelle chiara. Il lenzuolo superiore le copriva solo il pube e presentava una vasta chiazza gialla, in quella zona. Clair non lo scostò.
Nell’aria aleggiava un misto di odori di vino, di sesso, di sangue e di cordite, ma su tutti prevaleva lo stesso puzzo, che Dark aveva già avvertito nell’ingresso.
Questa volta, Clair notò la smorfia dell’amico.
“È normale. - disse, con tono professionale - Sai, gli sfinteri. Si rilassano, dopo un po’...”
“Sì sì, lo so.” lo interruppe Dark, per paura che gli fornisse altri dettagli.
Guardò il suo volto e pensò che non era molto più colorito di quello della morta.
“Belle tette.” disse il tenente, ostentando un cinismo forzato, ma distolse subito lo sguardo, per rivolgersi a un ometto in borghese coi capelli grigi arruffati e l’aria insonnolita:
“Cosa mi dici, Doc?” gli chiese.
Quello che Clair chiamava confidenzialmente Doc era il dottor Hugh Morris, considerato il miglior anatomopatologo della California e uno dei migliori d’America. Il tenente era suo amico da anni e gli aveva affibbiato quel nomignolo per via di Doc Holliday nel film Sfida infernale, proprio perché era la persona meno somigliante a Victor Mature che si potesse immaginare.
“Niente, - rispose Doc - finché lui non la smette con questa.”
Il fotografo della omicidi scattava un flash dietro l’altro.
“Quasi finito.” disse.
Dark osservò il cadavere. A parte l’innaturale pallore e il lividore delle labbra, il volto era sereno, come se la donna si fosse addormentata dopo aver fatto l’amore. Le palpebre erano socchiuse e lasciavano intravedere il bianco della sclera. Dark ricordò che tutte quelle con le quali aveva dormito gli avevano detto che anche i suoi, nel sonno, sembravano gli occhi di un cadavere. La bocca della morta era lievemente dischiusa, come quella di una bimba che avesse difficoltà a respirare dal naso. Lo sguardo di Dark era calamitato soprattutto dalle areole chiare dei piccoli capezzoli e dai bordi irregolari dei due fori scuri di entrata dei proiettili, aperti fra i seni a turbarne la simmetria. Poco sopra, alla congiunzione delle clavicole, era posata una medaglietta. Un’immagine gli attraversò la mente e scomparve. Sentì un’onda di nausea salirgli dallo stomaco e trasse un respiro profondo. Si rese conto all’improvviso che quel corpo non aveva più niente di umano, ma sembrava piuttosto una macabra bambola di gomma dalle morbide forme Che cosa cerchiamo veramente in questi simulacri carnali?, si chiese. L’amore? Il piacere? L’oblio? E come speriamo di trovarlo nelle simmetriche apparenze altrui? Trappole antropomorfiche per la perpetuazione della specie. Piene solo di escrementi. L’amore è una recita, il piacere un trucco e l’oblio lo si ottiene nell’unico modo che non si vorrebbe.
“È tutta sua.” disse il fotografo all’omino scapigliato.
“Peccato quei due buchi.” disse Dark, imitando la finta indifferenza dell’amico e nella speranza di ricacciare indietro un incombente conato di vomito.
Il tenente Clair lo fulminò con lo sguardo:
“Non dire stronzate!” mormorò.
“Fai proprio un mestiere di merda, non c’è che dire.” disse ancora Dark, chinando il capo e riuscendo finalmente a guardare da un’altra parte. Ebbe ancora una visione istantanea, che svanì prima che riuscisse a metterla a fuoco.
Il sergente si avvicinò con due sacchetti di plastica trasparente contenenti due bossoli ciascuno:
“Ha sparato quattro colpi, - disse - due all’uomo e due alla donna, nessuno a vuoto. I proiettili che hanno ucciso lui devono essere dentro il legno della parete nell’ingresso. Il nostro amico deve aver fatto fuoco subito, appena il padrone di casa ha aperto la porta. Poi forse la donna lo ha chiamato e l’assassino è venuto dritto qua. I due proiettili sono finiti nella testata.” concluse, indicando due fori ben visibili.
Come se non aspettasse altro, il tenente diede le spalle al letto, proprio mentre il medico legale, che aveva estratto un termometro dalla borsa, stava rivoltando il cadavere.
“A meno che non conoscesse già la casa.” disse Clair.
Afferrò i sacchetti e li esaminò controluce. Emise un grugnito e li restituì al sergente.
“Mh, direi calibro .45. - fece - Sentiremo la balistica.”
“Ero convinto - disse Dark - che le pallottole calibro .45 facessero buchi più grossi.”
“No, - gli spiegò Clair - la ferita ha sempre un diametro inferiore a quello del proiettile, per via della retrazione elastica della pelle.”
“Manca niente dalla casa?” chiese poi, rivolto al sergente.
“A un primo esame pare di no. Non credo che sia stata una rapina.”
“Okay. Interrogati i vicini?”
“Li abbiamo tirati giù dal letto e non erano molto loquaci. - disse il sergente - Comunque nessuno ha sentito niente. O hanno il sonno pesante o il nostro amico ha usato un silenziatore.”
“Credevo che fosse un arnese da professionisti.” disse Dark.
“Chi ti dice che non lo sia? - replicò Clair - E poi, al giorno d’oggi, chiunque può comprarsi una pistola con silenziatore, al supermercato, assieme a latte, uova e cornflakes, o costruirselo nel garage di casa con un minimo di attrezzatura artigianale.”
“Basta una bottiglia di Coca Cola da un litro e un po’ di nastro adesivo.” disse il sergente Lucas con un ghigno sinistro.
Clair lo fulminò con lo sguardo e l’altro riassunse l’espressione professionale.
“Trovato niente di interessante?” chiese il tenente rivolto a quelli della Scientifica, che stavano usando la polvere e i pennelli per le impronte digitali.
“È presto per dirlo. Pieno di impronte, alcune nitide, forse di lui e di lei, poi molte altre confuse, forse di persone di servizio. In casa non c’era nessun altro. Evidentemente vengono, fanno il loro lavoro e se ne vanno.”
Il sergente intervenne:
“La morta non viveva qui. Non era sua moglie. Ecco.”
E gli allungò un taccuino. Il tenente lo scorse, tentennando il capo.
“Senti, senti...” mormorò.
Il medico scarmigliato, che aveva esaminato sommariamente il corpo della donna, dopo averlo rimesso supino, si raddrizzò, sbuffando ed emettendo un breve lamento. Si tolse i guanti di gomma, poi si ravviò i capelli con una smorfia, come se si fosse ricordato solo in quel momento di essere uscito senza pettinarsi e in testa avesse del filo spinato.
“Come va la tua schiena?” gli chiese Clair.
“Sempre peggio.” disse Doc e si accese una sigaretta, con l’espressione di uno che fosse stato costretto a farlo, contro la propria volontà.
Diede un’occhiata circolare all’arredamento della stanza, senza particolare interesse. Aveva l’aria di non aver altro da aggiungere e di rimanere lì solo per far consumare la sigaretta.
“Allora?” gli chiese ancora Clair, accennando col capo al corpo nel letto, senza guardarlo.
“Lo vedi anche tu, - disse il medico con malagrazia - maschio e femmina caucasici. Lui di anni cinquantadue e lei di trentasette.”
“Come hai fatto a stabilire l’età precisa?” lo interruppe il tenente.
Il medico lo guardò con sufficienza:
“Ho letto le loro patenti di guida. Prima di essere uccisi hanno avuto uno o più rapporti sessuali. E prima ancora hanno sniffato neve, per prepararsi alla performance.”
“Ma se hai appena scostato il lenzuolo!” disse Clair.
Il medico sbuffò.
“Se non lo sai, - disse - la polvere bianca si aspira col naso e le narici arrossate le noterebbe anche un cieco e poi, secondo te, la gente sniffa per dormire? O pensi che un uomo e una donna, dopo averlo fatto, si sdraino nel letto nudi a recitare il rosario? Comunque ci sono tracce evidenti di sperma. Vediamo... cos’altro? Ah, sì. Arma da fuoco, direi pistola, forse calibro .45. Quattro colpi precisi, sparati da distanza ravvicinata, ma superiore a cinquanta centimetri. Morte istantanea.”
Aveva parlato come se recitasse la tavola pitagorica a un bambino ottuso.
“Sì, questo l’avevo capito anche da solo. - si spazientì l’ufficiale - Ma quando? Forza, Doc, non mi far usare il forcipe per estrarti le parole.”
Il medico guardò l’orologio.
“Allora, in base alla temperatura rettale dei corpi e tenuto conto del raffreddamento medio, quindi considerato l’algor, il livor e il rigor, - Clair alzò gli occhi al cielo - diciamo quattro o cinque ore fa.”
“Cioè verso mezzanotte o l’una? Con che approssimazione?”
“Di quattro o cinque ore.” rispose il medico con accento stizzoso.
“Vaffanculo, Doc.”
“Altrettanto. Il resto lo leggerai nel referto. Io torno a dormire.”
E se ne andò a passetti veloci, senza salutare nessuno. Il tenente lo guardò allontanarsi. Quando fu sparito alla vista, si rivolse all’amico:
“Tutte le volte così. Mi chiedo perché continui a fare questo lavoro, se lo detesta.”
“Non se la prenda, tenente, - disse il sergente - è il suo carattere, lo sa. In realtà credo che non farebbe un altro lavoro per tutto l’oro del mondo.”
“Ognuno ha i propri gusti, come diceva quel tale che succhiava un chiodo.” disse Dark.
Per un attimo ebbe la visione di un volto attonito di donna urlante. Guardò nuovamente i seni della morta e si chinò a osservare più da vicino la medaglietta, sulla quale era incisa una lettera in stampatello, una specie di ‘n’ minuscola con la gambetta destra rientrante a sinistra.
“Che cos’è questa?” chiese.
Il tenente girò attorno al letto e si piegò a sua volta per vedere meglio:
“Non ne ho la minima idea. - disse - Ted, secondo te, questa cos’è?”
Il sergente si avvicinò:
“Non saprei. - disse, e arrossì - Sinceramente non ci avevo fatto caso. Josh, l’hai vista questa?”
Uno degli agenti che lavoravano con polveri e pennelli si accostò:
“Certo, - disse con naturalezza - è la lettera mem dell’alfabeto ebraico.”
“Joshua è ebreo.” spiegò il sergente.
“Ah. - fece Clair - E che cosa significa?”
“Niente, che io sappia. È solo la tredicesima lettera dell’alfabeto. Però...”
“Però?” chiese il tenente.
“Ecco, so che i cabbalisti attribuiscono un significato simbolico a ogni lettera dell’alfabeto, ma bisognerebbe chiedere a uno di loro. Io non li so.”
“Ci sono impronte sopra?”
“Sì. Sembrano quelle del morto ed è piuttosto strano...”
“Come fai a dirlo? - lo interruppe bruscamente Clair - Semmai le impronte sembrano tutte uguali.”
“È vero, ma supponevo che...”
“Da quando in qua voi della Scientifica supponete? Il vostro compito è accertare, non supporre.”
“Okay.” fece l’agente, lanciando uno sguardo d’intesa al sergente, e tornò a rilevare le impronte.
“Era ebreo il morto?” chiese Clair al sergente.
“Non mi risulta.”
“Massone?”
“Che c’entrano i massoni con gli ebrei?” chiese Dark all’amico.
“Niente, naturalmente, ma quei pazzi dei neonazisti hanno riesumato l’idea del complotto giudaico massonico di hitleriana memoria. Non si sa mai.”
“Comunque non credo. - disse il sergente - Di un personaggio così in vista lo si sarebbe saputo.”
“Strano che non ci sia una catenina, non trovi?” disse Dark.
“Già.” assentì il tenente.
“A proposito di stranezze, - s’intromise Joshua - senta questa.”
Prese una strisciolina di carta da sopra una bassa cassettiera e lesse:
“Sol attraverso... la decomposizione... torniamo vivi. Singolare, no? E sulla carta non ci sono impronte.”
Il tenente osservò il foglietto nella mano guantata dell’altro:
“Chiamalo singolare... - disse a mezza voce - Chissà cosa cazzo vuol dire.”
Dark non seppe trattenere un risolino.
“Perché ridi?” gli chiese Clair.
“È uno haiku.”
“Un cosa?”
“Uno haiku. È un breve componimento poetico giapponese a schema fisso: tre versi di cinque, sette e cinque sillabe.”
“L’invenzione di un poeta pigro, suppongo. Voglio dire, non si fatica molto a scriverli.”
“Sono poesie perfette. - sentenziò Dark, pur sorridendo all’amico con condiscendenza - La poesia non si misura a metro.”
“Sì, eh? Sarà. A me sembra un telegramma. Tipo: mamma si droga / babbo ubriaco mi mena / scappo dai nonni.”
Tutti risero.
“Bèh, - disse Dark - forse la metrica non è proprio giusta, ma, con un piccolo aggiustamento, in effetti anche questo potrebbe essere uno haiku.”
“E quello scarabocchio, alla fine?” gli chiese ancora Clair.
Dopo la poesia, era tracciato un ghirigoro, vagamente simile a una ‘z’ allungata con due zampette.
“Ah, quello è FU, - rispose Dark - un carattere dello hiragana, una delle due scritture sillabiche giapponesi.”
Clair lo guardò e fece una smorfia, come se l’amico avesse scoreggiato.
“Scrittura sillabica, eh? - disse, tentennando il capo - Mh. In ogni caso, la domanda è: cosa ci fa qui uno haik?”
“Haiku, - lo corresse Dark, sorridendo - non ‘barracano’.”
“Sì, quello. Dov’era?” chiese il tenente a Joshua.
“Là , - indicò la bassa cassettiera - sopra un mucchio di bollette e fatture.”
“Forse, - azzardò Dark - il morto era un appassionato di poesia giapponese.”
“Non credo. Direi piuttosto un appassionato di figa americana.”
Di nuovo, gli altri poliziotti risero alla battuta di Clair.
“Allora - continuò Dark - l’avrà trovato dentro un fortune cookie al ristorante cinese e se lo sarà portato a casa.”
“Ma, se è una poesia giapponese, - obiettò l’amico - che cosa ci sarebbe stata a fare dentro un biscotto cinese?”
“Giusto.” convenne l’altro.
“E poi non ti pare strano che non ci siano sopra impronte?”
“Forse il pasticcere portava i guanti, per motivi igienici.”
“Sì, - disse Clair ironico - e Clark Gable mangiava coi guanti, per non sporcarsi le mani.”
“Nel dubbio, - aggiunse Dark - se fossi in voi, eviterei di parlare alla stampa di questi particolari. Non so niente di kabbalah o altre invenzioni settarie, ma già gli ebrei non godono di ottima letteratura e non ci vuole molto a creare la leggenda metropolitana di chissà quali riti perversi. E anche gli orientali, in particolare i giapponesi, dopo l’ultima guerra, non vanno per la maggiore, qui da noi.”
“Credo che tu abbia ragione. - disse Clair - Bèh, noi ce ne andiamo. Voi seguite la solita procedura. Recuperate i proiettili e, se trovate documenti, foto, carte o altro anche solo apparentemente interessante, prelevatelo. Ci vediamo più tardi in centrale. E convocate il marito di Jean Harlow. Ci parlerò io.”
Da sempre il cinema era la grande passione di Lawrence Clair, che fin dai tempi della scuola aveva l’abitudine di affibbiare soprannomi a tutti, preferibilmente nomi di attori, più raramente quelli di registi. Anche i suoi collaboratori ormai lo sapevano e non si stupivano più. Earnest Dark pensò che la morta non somigliava granché a Jean Harlow. Avrebbe detto piuttosto Carole Lombard, non foss’altro per via di Clark Gable, ma tacque. Sulla soglia, il tenente si voltò e gridò verso l’interno:
“Anche l’ultima moglie di Clark Gable, naturalmente. Anzi tutte le tre divorziate. A dopo.”
Quando furono in macchina, si rivolse all’amico:
“Contento, Earny? Questo capita proprio a pallino, no? Lo userai per il tuo romanzo?”
Earnest Dark era autore di alcuni saggi, numerosi racconti e due romanzi vagamente autobiografici. Non aveva mai pubblicato nulla. Solo i saggi erano stati comprati da riviste specializzate, che glieli avevano pagati somme simboliche. Il resto dei componimenti non aveva mai osato proporlo a un editore. Spiegava quel comportamento, adducendo le motivazioni più varie e fantasiose, ma sapeva che l’unica ragione risiedeva nella superba e narcisistica convinzione che il contenuto dei propri scritti fosse culturalmente troppo elevato, per riscuotere il consenso del grande pubblico. E forse anche di un pubblico ristretto. All’inizio, quel che creava lo dava da leggere alla moglie e a qualche amico, ma ormai era divorziato da oltre dieci anni e non era più in contatto con gli amici, a parte Mordecai Biegenwald e Lawrence Clair. Ma Mordecai non si era dimostrato abbastanza entusiasta, dopo la lettura del primo romanzo, per meritare che gli venisse presentato il secondo. Lawrence era così rimasto il suo unico lettore. Anche a lui però passava solo un’opera ogni tanto, stanco di sentirsi rimproverare ogni volta, perché non si decideva a scrivere un romanzo poliziesco. Earnest era certo che se Clair, anziché fare il poliziotto, avesse fatto il costruttore edile, avrebbe cercato di convincerlo a scrivere una storia imperniata sulle speculazioni edilizie, tuttavia, un po’ per accontentarlo e un po’ per la curiosità di sperimentare un nuovo genere, qualche settimana prima gli aveva finalmente manifestato l’intenzione di accettare il suo consiglio.
Earnest notò che Lawrence aveva riacquistato il suo normale colorito roseo, assieme al buonumore.
“Dipende. - gli rispose - Raccontami quel che hai scritto nel taccuino.”
Clair lo estrasse di tasca e, consultandolo, disse:
“Clark Gable, da vivo, interpretava il miliardario Ferdinand Burke, noto playboy secondo le cronache rosa, ma che io definirei più realisticamente un gran puttaniere. Tre matrimoni alle spalle, tutti con donne dell’alta società, ma poco attizzanti, e un numero imprecisato di storie galanti preferibilmente con mogli altrui, più dotate di sex appeal delle sue. Al momento non era sposato e, a detta dei vicini, da qualche tempo aveva una relazione con la bionda, che lo veniva a trovare a casa sua. Il personaggio interpretato da Jean Harlow vivente era Joanna Easland, moglie di un assicuratore di Santa Barbara. Pare che avesse l’abitudine di prendere il sole nuda sul bordo della piscina, appena la temperatura lo consentiva, per la gioia dei maschi confinanti e l’invidia delle relative consorti. Forse si era imbarcata in questa storia, per consolarsi del fatale errore di aver sposato un assicuratore. O forse era un’autentica passione amorosa, di quelle che comunque le donne non provano mai per chi guadagna duecentocinquanta dollari alla settimana.”
“O forse era solo un po’ puttana.” chiosò Dark.
“Anche. Comunque questo è tutto quel che si sa, per ora. La tua idea?”
Earnest avrebbe voluto proporgli di sostituire Jean Harlow con Carole Lombard, invece disse:
“Incredibile quante cose sa la gente di un vicino di casa.”
“Va detto che lui non faceva niente, per passare inosservato.”
“D’accordo, ma resta il fatto che nessuno si fa i cazzi propri. Allora, prima ipotesi: il marito di lei ha scoperto la tresca e si è vendicato.”
“Fin troppo ovvio, ma è quello che verificherò fra poco.”
“Seconda ipotesi: un amante tradito, di lei o di lui, ha scoperto la nuova tresca e si è vendicato.”
“Questo è altrettanto banale, ma meno facile da verificare, comunque lo faremo.”
“Terza ipotesi: l’ultima moglie divorziata, ancora innamorata di lui, ha scoperto la tresca è si è vendicata.”
“Naa, ne avrebbe ammazzata qualcun’altra prima.”
“Dipende. Magari questa minacciava di diventare una cosa seria e le altre no.”
“Vedremo anche questo. Nient’altro?”
“Naturalmente tutti questi possono essersi serviti di un professionista.”
“Naturalmente.”
“Oppure è il delitto di un serial killer.”
“Non credo. Sembra più un’esecuzione. E poi la scena del crimine non corrisponde a quella degli omicidi seriali. È tutto troppo pulito. Nessuna messa in scena per depistarci né segnali particolari o messaggi, che possano considerarsi la firma dell’assassino, tipo le scritte dei seguaci di Charles Manson, hai presente?”
“E la medaglietta con la lettera ebraica?”
“Non mi pare un messaggio. E poi forse ci sono sopra solo le impronte del morto.”
“Questo è presto per dirlo e poi l’assassino può avere usato i guanti e averci premuto su le dita del cadavere.
“Hai una mente abbastanza contorta, sai?” disse Clair.
“E lo haiku?”
“L’hai detto tu: era in un fortune cookie.”
“Uno haiku giapponese in un biscotto cinese e senza impronte? Ma dài! E poi non ricordo di averlo mai sentito prima.”
“Oh, vaffanculo!” esclamò Clair, avviando il motore.

Sabato 8 marzo
Quando arrivò all’imbocco del vicolo, aveva il fiatone. Stava rincorrendo da un bel po’ il fottuto pusher, che l’aveva costretto ad attraversare cortili e giardinetti, scavalcare una rete metallica di recinzione e poi un muro.
Dovrei perdere qualche chilo, pensò, Elaine ha ragione. E dovrei bere meno.
Si guardò intorno, alla ricerca del fuggiasco e, con sorpresa, scoprì di trovarsi in uno spazio aperto e soleggiato. Stava calpestando un prato all’inglese e istintivamente fece un passo indietro, per non sciupare l’erba, ma ce n’era dappertutto, come in un campo da golf.
Rende bene lo spaccio., pensò, Dove si sarà nascosto quello stronzo?
In quel momento notò il luccichio della piscina, sullo sfondo. Guardò meglio e vide una donna distesa accanto. Indossava solo un paio di occhiali da sole ed era inequivocabilmente bionda naturale.
Non mi sembrava poi così caldo., pensò, asciugandosi il sudore sulla fronte, mentre si avvicinava all’acqua, Forse il maledetto si è tuffato, ma non può scapparmi.
Ebbe la netta impressione di essere osservato da un uomo panciuto, malamente nascosto da un cespuglio, che sembrava intento a masturbarsi. Non se ne preoccupò e proseguì. Arrivato sul bordo del rettangolo azzurro, osservò un corpo maschile galleggiare bocconi. Indossava un vestito di flanella grigia e gli parve di guardarlo da sott’acqua, mentre una voce d’uomo fuori campo raccontava una qualche storia incomprensibile. Era evidente che si trattava di un cadavere, tuttavia gli intimò:
“Joe Gillis, ti dichiaro in arresto!”
“Con chi parli, tesoro?” gli chiese la voce di Lorna.
Si voltò e non la riconobbe, forse a causa dei grandi occhiali da sole, che le coprivano buona parte del viso.
“Hai ossigenato anche il cespuglio?” le chiese, indicando il pube di lei.
“Che sciocco! - disse la donna, ridendo, e si allargò ostentatamente le piccole labbra, strofinandole con un dito, che poi mise in bocca - Sai bene che sono bionda naturale e lo sanno anche i vicini, direi.”
Lorna ha le tette più grosse, pensò, mentre lei gli slacciava la cintura e lo attirava verso il grande letto, bianco come il resto dell’arredamento.
Lì accanto c’era un secchiello con una bottiglia di champagne già stappata e due flute con residui di vino.
“È un set hollywoodiano.” disse, cercando di ricordare il titolo del film.
“Sei strano, oggi. - disse lei - Che cos’hai? Dai una sniffata, che ti rimette in sesto.”
Gli prese delicatamente con una mano il sesso molle e l’attirò verso tre righe di polvere bianca disposte sul mobile basso. Le guardò le natiche.
Ha un bel culetto tondo, pensò.
Poi le osservò il viso e notò che aveva le narici arrossate. Adesso che si era tolta gli occhiali da sole, era certo che non fosse Lorna.
“Jean...” mormorò.
“Chiamami Harlean. - disse lei - Qui non siamo al cinema.”
“Sei sicura che non torni Clark, all’improvviso?”
“Cosa dici? - disse lei - Sei tu Clark. Solo tu.”
Si accorse della sua erezione e batté le mani.
“Così mi piaci, bello pronto.”
Gli prese in bocca fuggevolmente la punta del sesso rigido e si sdraiò.
“Prendimi, amore...” mormorò, allargando braccia e gambe.
Era appena scivolato dentro di lei, quando udì il suono del campanello. Al terzo squillo, si sfilò da lei, imprecando, e si avviò in vestaglia verso l’ingresso.
“Fa’ presto!” gridò lei, alle sue spalle.
La porta si aprì e fece fuoco due volte. Clark Gable, in vestaglia, volò all’indietro con due fori al centro del torace.
Lawrence Clair si alzò a sedere di scatto e impiegò qualche secondo a capire di essere nel proprio letto. Non sapeva che cosa di preciso lo avesse svegliato, ma aveva nelle orecchie come l’eco di un suono violento. Si rese conto di avere il sesso eretto e guardò Elaine, che lo stava fissando in volto, ancora assonnata.
“Non potresti svegliarti più dolcemente? - gli chiese - Dubito che faccia bene al cuore avere questi soprassalti.”
Le si avvicinò e strofinò la propria erezione contro una coscia di lei.
“Ooh...” fece Elaine e si mise supina a occhi chiusi.
“Che fai, dormi?”
Earnest Dark, la mente annebbiata dal sonno, non riconobbe la voce nel telefono.
“Chi cazz...” bofonchiò, mentre con la mano libera cercava nel buio l’interruttore.
“Oh, sono io. Sveglia!”
La luce della lampada sul comodino gli ferì gli occhi. Strizzandoli, riuscì con fatica a mettere a fuoco la sveglia. Aveva la sensazione di essersi addormentato da poco.
“Fanculo, Lawrence! Ma lo sai che ore sono?”
“Sì, e allora?”
“Di’, sei ubriaco o cosa?”
“Mai stato più sobrio. Forza, alzati e non rompere i coglioni.”
“Ah, io rompo i... Senti, va’ a farti fottere!”
Dark allungò il braccio, per riabbassare il ricevitore, ma sentì la voce dell’amico:
“Andiamo, Chiquito, c’è lavoro per te.”
Lawrence Clair era l’unica persona ancora vivente che lo chiamasse con quel nomignolo infantile. Earnest sorrise, suo malgrado.
“Lavoro? - riaccostò il ricevitore all’orecchio - Ma non sono neanche le cinque!”
“Già, ma gli assassini si danno da fare anche di notte, non lo sai?”
La parola “assassini” ebbe su di lui l’effetto di una doccia gelata.
“Che assassini?” chiese, appoggiando i piedi a terra.
“Questo non lo so, ma ci sono due morti ammazzati a Pacific Palisades.”
Earnest si passò una mano sulla testa rasata e sbuffò.
“Fra quanto?” brontolò.
“Alle cinque in strada. Non perdere tempo a raderti. Ciao.”
“Mh.” grugnì.
La macchina del tenente Clair arrivò da Wilshire Boulevard e accostò al marciapiede di fronte, neanche un minuto dopo che Dark era sceso, il che gli fece piacere, data la temperatura, che valutò in non più di 15°. Il tepore primaverile sembrava ancora lontano.
“Sali.” gli disse l’amico, aprendo lo sportello dalla sua parte.
Dark si sedette e richiuse.
“Di che si tratta?” chiese.
“Quel poco che so te l’ho già detto. Due morti sparati. Un uomo e una donna. A Pacific Palisades.”
“Rapina in villa?”
“Non lo so... non credo. Fra poco vedremo.”
La macchina partì sgommando e svoltò a destra in Washington Avenue. Dopo un po’, imboccò la 26a Strada, a sinistra, e procedette verso Nord-Ovest. Dark pensò vagamente che l’amico non aveva il concetto di “limite di velocità”, ma solo quello di “velocità limite”. Avrebbe voluto dirgli che quel percorso gli sembrava più lungo e che sarebbe stato meglio scendere lungo Washington Avenue verso l’oceano, ma era troppo stanco per farlo. Lottava con un innaturale affaticamento muscolare, che gli intorpidiva le membra, come se fosse reduce da una seduta di ginnastica intensiva. Più di una volta gli si chiusero le palpebre e la testa gli ciondolò avanti, risvegliandolo. Mentre viaggiavano in silenzio, il cielo cominciò a colorarsi. Clair sembrava interessarsi solo al nastro d’asfalto davanti alla macchina. Il traffico era pressoché inesistente, a quell’ora. Quando l’auto svoltò a sinistra da Allenford Avenue in West Sunset Boulevard, Dark rinunciò a resistere al sonno e si addormentò, la testa piegata sul petto.
Si svegliò che stavano ancora percorrendo West Sunset Boulevard, verso Nord.
“Quanto manca?” chiese.
“Ci siamo quasi. - disse Clair - Vedi di non riaddormentarti.”
La villa era in Swarthmore Avenue, un edificio moderno, a un solo piano, con ampio prato davanti e un vialetto che conduceva alla porta d’ingresso. Qua e là le macchie di colore di grandi cespugli di ortensie. L’accesso per le auto era sulla sinistra e conduceva alla porta chiusa di un’autorimessa, sormontata da buganvillee arancione e viola, attraverso la quale sarebbe passato agevolmente un autotreno. Dark immaginò varie centinaia di metri quadrati di superficie abitabile, distribuiti su diversi livelli, che seguivano l’andamento del terreno e, sul retro della costruzione, un’ampia piscina, sul cui bordo una bionda procace prendeva il sole nuda con una bibita ghiacciata posata accanto, mentre un abbronzato sosia di Clark Gable la osservava con un sorriso da padrone compiaciuto.
Lungo il marciapiede erano ferme in fila due bianche e nere del LAPD, il furgone della scientifica e un’altra macchina blu senza insegne. Clair si arrestò dietro questa e scese. In piedi era imponente, col suo metro e novantaquattro di altezza e le spalle larghe come un armadio a due ante. Indossava un vestito chiaro da poco prezzo, comprato ai grandi magazzini, ma stirato in modo impeccabile, la cui stoffa si tendeva sui bicipiti, ogni volta che piegava un braccio, come se fosse sul punto di strapparsi. Non portava cravatta e il colletto della camicia rosso scuro, fresca di bucato, era sbottonato e mostrava la canottiera bianca. Aveva capelli rossicci e occhi grigio-azzurri dallo sguardo freddo e penetrante, nei quali anche i delinquenti più incalliti, quando si parava loro davanti per interrogarli, scorgevano una preoccupante espressione di violenza mal repressa e pronta a esplodere. Un dietologo avrebbe detto che era qualche chilo sopra il peso forma, ma il suo grasso era sodo e nessuno avrebbe pensato che potesse diminuirne l’agilità e la potenza d’azione.
Dark era venticinque centimetri più basso dell’amico, aveva un fisico asciutto e nervoso, che però lasciava indovinare una muscolatura compatta e allenata. Il viso era magro, illuminato da due occhi verdi in continuo movimento, come se cercassero sempre di cogliere nella scena qualche particolare invisibile agli altri. Se li fissava in quelli di una persona, le procurava l’imbarazzante sensazione di essere frugata negli angoli più nascosti della mente. La testa tonda e rasata, il collo lungo e il naso sporgente e adunco sulla bocca piccola gli conferivano, di profilo, un inquietante aspetto da avvoltoio. Quando però sorrideva, tutto il volto cambiava e assumeva l’espressione di un bambino felice.
Un poliziotto andò loro incontro. La sua divisa era stazzonata, come se l’avesse recuperata poco prima dalla cesta dei panni sporchi.
“Salve, tenente. Dark...” li salutò.
“Ciao, Ted, - ricambiò Dark - come sta tua moglie?”
Il sergente Ted Lucas aveva l’aria annoiata. Era alto oltre un metro e ottanta e decisamente sovrappeso. I suoi capelli biondi erano tagliati cortissimi e gli occhi chiari inespressivi, sopra le guance flaccide, sembravano fissare sempre un punto imprecisato alle spalle degli interlocutori, il che li metteva a disagio e ispirava un oscuro senso di paura. Al centro della sua grande faccia tonda, il naso era sorprendentemente piccolo e regolare.
“Meglio, grazie. - rispose a Dark, poi si rivolse al tenente - Li ha trovati una pattuglia. Pare che il padrone di casa avesse l’abitudine di stare alzato fino a tardi, ma quando i ragazzi sono passati alle quattro e hanno visto le luci accese nell’ingresso si sono insospettiti e sono venuti a controllare. La porta era socchiusa. L’uomo era qui, dov’è adesso.”
Avevano superato la porta d’ingresso. Pochi passi oltre la soglia, un uomo in vestaglia giaceva scompostamente a terra, supino. Circa cinquant’anni di età, ben portati: fisico atletico, abbronzato, capelli brizzolati sulle tempie e baffetti sottili. Sarebbe stato un uomo affascinante, se non fosse stato irrimediabilmente morto. La veste da camera, aperta sulla parte alta del torace, mostrava, in mezzo ai peli radi, due fori identici dai margini sfrangiati di colore rosso nerastro. In un flash, Dark vide l’uomo volare all’indietro e abbattersi senza alcun rumore. Lo spesso tappeto, sotto il corpo, era inzuppato del sangue colato dai fori di uscita dei proiettili. Dark notò una macchia scura tra le gambe divaricate del cadavere e avvertì un forte puzzo di urina. E non solo. Voltò la testa con una smorfia di disgusto.
“Che ne dici? Clark Gable, no?” disse Clair, senza guardarlo.
Non ricevette risposta. Si chinò a scostare un lembo della vestaglia dell’uomo, scoprendone il sesso bruno. Storse la bocca e riaccostò la stoffa. Si rialzò e diresse lo sguardo verso la parete, dove vide due buchi nel rivestimento in legno.
“E la donna?” chiese.
“Di là, in camera da letto.” rispose il sergente e fece cenno di seguirlo.
Attraversarono vasti soggiorni, scendendo e salendo alcuni gradini nel passare da uno all’altro, prima di raggiungere una camera da letto grande come un loft. Tutto era bianco, nel tipico stile tanto caro agli attori di Hollywood. La moquette somigliava alla pelliccia di un orso polare e i mobili bassi intorno sembravano scelti da un arredatore di set cinematografici. Di fianco al letto, sopra un basso tavolino di vetro, era posato, accanto al telefono anni Quaranta, un secchiello con dentro una bottiglia stappata di champagne e vicino due flute con residui del vino. Il materasso, da quella parte, mostrava un accenno di affossamento nel lenzuolo di seta spiegazzato. Sul lato opposto era sdraiata supina quella che era stata un’avvenente bionda di circa trentacinque anni, forse meno. Il lenzuolo bianco, sotto il corpo procace, era rosso bruno come se fosse stato colorato per dare più risalto alla sua pelle chiara. Il lenzuolo superiore le copriva solo il pube e presentava una vasta chiazza gialla, in quella zona. Clair non lo scostò.
Nell’aria aleggiava un misto di odori di vino, di sesso, di sangue e di cordite, ma su tutti prevaleva lo stesso puzzo, che Dark aveva già avvertito nell’ingresso.
Questa volta, Clair notò la smorfia dell’amico.
“È normale. - disse, con tono professionale - Sai, gli sfinteri. Si rilassano, dopo un po’...”
“Sì sì, lo so.” lo interruppe Dark, per paura che gli fornisse altri dettagli.
Guardò il suo volto e pensò che non era molto più colorito di quello della morta.
“Belle tette.” disse il tenente, ostentando un cinismo forzato, ma distolse subito lo sguardo, per rivolgersi a un ometto in borghese coi capelli grigi arruffati e l’aria insonnolita:
“Cosa mi dici, Doc?” gli chiese.
Quello che Clair chiamava confidenzialmente Doc era il dottor Hugh Morris, considerato il miglior anatomopatologo della California e uno dei migliori d’America. Il tenente era suo amico da anni e gli aveva affibbiato quel nomignolo per via di Doc Holliday nel film Sfida infernale, proprio perché era la persona meno somigliante a Victor Mature che si potesse immaginare.
“Niente, - rispose Doc - finché lui non la smette con questa.”
Il fotografo della omicidi scattava un flash dietro l’altro.
“Quasi finito.” disse.
Dark osservò il cadavere. A parte l’innaturale pallore e il lividore delle labbra, il volto era sereno, come se la donna si fosse addormentata dopo aver fatto l’amore. Le palpebre erano socchiuse e lasciavano intravedere il bianco della sclera. Dark ricordò che tutte quelle con le quali aveva dormito gli avevano detto che anche i suoi, nel sonno, sembravano gli occhi di un cadavere. La bocca della morta era lievemente dischiusa, come quella di una bimba che avesse difficoltà a respirare dal naso. Lo sguardo di Dark era calamitato soprattutto dalle areole chiare dei piccoli capezzoli e dai bordi irregolari dei due fori scuri di entrata dei proiettili, aperti fra i seni a turbarne la simmetria. Poco sopra, alla congiunzione delle clavicole, era posata una medaglietta. Un’immagine gli attraversò la mente e scomparve. Sentì un’onda di nausea salirgli dallo stomaco e trasse un respiro profondo. Si rese conto all’improvviso che quel corpo non aveva più niente di umano, ma sembrava piuttosto una macabra bambola di gomma dalle morbide forme Che cosa cerchiamo veramente in questi simulacri carnali?, si chiese. L’amore? Il piacere? L’oblio? E come speriamo di trovarlo nelle simmetriche apparenze altrui? Trappole antropomorfiche per la perpetuazione della specie. Piene solo di escrementi. L’amore è una recita, il piacere un trucco e l’oblio lo si ottiene nell’unico modo che non si vorrebbe.
“È tutta sua.” disse il fotografo all’omino scapigliato.
“Peccato quei due buchi.” disse Dark, imitando la finta indifferenza dell’amico e nella speranza di ricacciare indietro un incombente conato di vomito.
Il tenente Clair lo fulminò con lo sguardo:
“Non dire stronzate!” mormorò.
“Fai proprio un mestiere di merda, non c’è che dire.” disse ancora Dark, chinando il capo e riuscendo finalmente a guardare da un’altra parte. Ebbe ancora una visione istantanea, che svanì prima che riuscisse a metterla a fuoco.
Il sergente si avvicinò con due sacchetti di plastica trasparente contenenti due bossoli ciascuno:
“Ha sparato quattro colpi, - disse - due all’uomo e due alla donna, nessuno a vuoto. I proiettili che hanno ucciso lui devono essere dentro il legno della parete nell’ingresso. Il nostro amico deve aver fatto fuoco subito, appena il padrone di casa ha aperto la porta. Poi forse la donna lo ha chiamato e l’assassino è venuto dritto qua. I due proiettili sono finiti nella testata.” concluse, indicando due fori ben visibili.
Come se non aspettasse altro, il tenente diede le spalle al letto, proprio mentre il medico legale, che aveva estratto un termometro dalla borsa, stava rivoltando il cadavere.
“A meno che non conoscesse già la casa.” disse Clair.
Afferrò i sacchetti e li esaminò controluce. Emise un grugnito e li restituì al sergente.
“Mh, direi calibro .45. - fece - Sentiremo la balistica.”
“Ero convinto - disse Dark - che le pallottole calibro .45 facessero buchi più grossi.”
“No, - gli spiegò Clair - la ferita ha sempre un diametro inferiore a quello del proiettile, per via della retrazione elastica della pelle.”
“Manca niente dalla casa?” chiese poi, rivolto al sergente.
“A un primo esame pare di no. Non credo che sia stata una rapina.”
“Okay. Interrogati i vicini?”
“Li abbiamo tirati giù dal letto e non erano molto loquaci. - disse il sergente - Comunque nessuno ha sentito niente. O hanno il sonno pesante o il nostro amico ha usato un silenziatore.”
“Credevo che fosse un arnese da professionisti.” disse Dark.
“Chi ti dice che non lo sia? - replicò Clair - E poi, al giorno d’oggi, chiunque può comprarsi una pistola con silenziatore, al supermercato, assieme a latte, uova e cornflakes, o costruirselo nel garage di casa con un minimo di attrezzatura artigianale.”
“Basta una bottiglia di Coca Cola da un litro e un po’ di nastro adesivo.” disse il sergente Lucas con un ghigno sinistro.
Clair lo fulminò con lo sguardo e l’altro riassunse l’espressione professionale.
“Trovato niente di interessante?” chiese il tenente rivolto a quelli della Scientifica, che stavano usando la polvere e i pennelli per le impronte digitali.
“È presto per dirlo. Pieno di impronte, alcune nitide, forse di lui e di lei, poi molte altre confuse, forse di persone di servizio. In casa non c’era nessun altro. Evidentemente vengono, fanno il loro lavoro e se ne vanno.”
Il sergente intervenne:
“La morta non viveva qui. Non era sua moglie. Ecco.”
E gli allungò un taccuino. Il tenente lo scorse, tentennando il capo.
“Senti, senti...” mormorò.
Il medico scarmigliato, che aveva esaminato sommariamente il corpo della donna, dopo averlo rimesso supino, si raddrizzò, sbuffando ed emettendo un breve lamento. Si tolse i guanti di gomma, poi si ravviò i capelli con una smorfia, come se si fosse ricordato solo in quel momento di essere uscito senza pettinarsi e in testa avesse del filo spinato.
“Come va la tua schiena?” gli chiese Clair.
“Sempre peggio.” disse Doc e si accese una sigaretta, con l’espressione di uno che fosse stato costretto a farlo, contro la propria volontà.
Diede un’occhiata circolare all’arredamento della stanza, senza particolare interesse. Aveva l’aria di non aver altro da aggiungere e di rimanere lì solo per far consumare la sigaretta.
“Allora?” gli chiese ancora Clair, accennando col capo al corpo nel letto, senza guardarlo.
“Lo vedi anche tu, - disse il medico con malagrazia - maschio e femmina caucasici. Lui di anni cinquantadue e lei di trentasette.”
“Come hai fatto a stabilire l’età precisa?” lo interruppe il tenente.
Il medico lo guardò con sufficienza:
“Ho letto le loro patenti di guida. Prima di essere uccisi hanno avuto uno o più rapporti sessuali. E prima ancora hanno sniffato neve, per prepararsi alla performance.”
“Ma se hai appena scostato il lenzuolo!” disse Clair.
Il medico sbuffò.
“Se non lo sai, - disse - la polvere bianca si aspira col naso e le narici arrossate le noterebbe anche un cieco e poi, secondo te, la gente sniffa per dormire? O pensi che un uomo e una donna, dopo averlo fatto, si sdraino nel letto nudi a recitare il rosario? Comunque ci sono tracce evidenti di sperma. Vediamo... cos’altro? Ah, sì. Arma da fuoco, direi pistola, forse calibro .45. Quattro colpi precisi, sparati da distanza ravvicinata, ma superiore a cinquanta centimetri. Morte istantanea.”
Aveva parlato come se recitasse la tavola pitagorica a un bambino ottuso.
“Sì, questo l’avevo capito anche da solo. - si spazientì l’ufficiale - Ma quando? Forza, Doc, non mi far usare il forcipe per estrarti le parole.”
Il medico guardò l’orologio.
“Allora, in base alla temperatura rettale dei corpi e tenuto conto del raffreddamento medio, quindi considerato l’algor, il livor e il rigor, - Clair alzò gli occhi al cielo - diciamo quattro o cinque ore fa.”
“Cioè verso mezzanotte o l’una? Con che approssimazione?”
“Di quattro o cinque ore.” rispose il medico con accento stizzoso.
“Vaffanculo, Doc.”
“Altrettanto. Il resto lo leggerai nel referto. Io torno a dormire.”
E se ne andò a passetti veloci, senza salutare nessuno. Il tenente lo guardò allontanarsi. Quando fu sparito alla vista, si rivolse all’amico:
“Tutte le volte così. Mi chiedo perché continui a fare questo lavoro, se lo detesta.”
“Non se la prenda, tenente, - disse il sergente - è il suo carattere, lo sa. In realtà credo che non farebbe un altro lavoro per tutto l’oro del mondo.”
“Ognuno ha i propri gusti, come diceva quel tale che succhiava un chiodo.” disse Dark.
Per un attimo ebbe la visione di un volto attonito di donna urlante. Guardò nuovamente i seni della morta e si chinò a osservare più da vicino la medaglietta, sulla quale era incisa una lettera in stampatello, una specie di ‘n’ minuscola con la gambetta destra rientrante a sinistra.
“Che cos’è questa?” chiese.
Il tenente girò attorno al letto e si piegò a sua volta per vedere meglio:
“Non ne ho la minima idea. - disse - Ted, secondo te, questa cos’è?”
Il sergente si avvicinò:
“Non saprei. - disse, e arrossì - Sinceramente non ci avevo fatto caso. Josh, l’hai vista questa?”
Uno degli agenti che lavoravano con polveri e pennelli si accostò:
“Certo, - disse con naturalezza - è la lettera mem dell’alfabeto ebraico.”
“Joshua è ebreo.” spiegò il sergente.
“Ah. - fece Clair - E che cosa significa?”
“Niente, che io sappia. È solo la tredicesima lettera dell’alfabeto. Però...”
“Però?” chiese il tenente.
“Ecco, so che i cabbalisti attribuiscono un significato simbolico a ogni lettera dell’alfabeto, ma bisognerebbe chiedere a uno di loro. Io non li so.”
“Ci sono impronte sopra?”
“Sì. Sembrano quelle del morto ed è piuttosto strano...”
“Come fai a dirlo? - lo interruppe bruscamente Clair - Semmai le impronte sembrano tutte uguali.”
“È vero, ma supponevo che...”
“Da quando in qua voi della Scientifica supponete? Il vostro compito è accertare, non supporre.”
“Okay.” fece l’agente, lanciando uno sguardo d’intesa al sergente, e tornò a rilevare le impronte.
“Era ebreo il morto?” chiese Clair al sergente.
“Non mi risulta.”
“Massone?”
“Che c’entrano i massoni con gli ebrei?” chiese Dark all’amico.
“Niente, naturalmente, ma quei pazzi dei neonazisti hanno riesumato l’idea del complotto giudaico massonico di hitleriana memoria. Non si sa mai.”
“Comunque non credo. - disse il sergente - Di un personaggio così in vista lo si sarebbe saputo.”
“Strano che non ci sia una catenina, non trovi?” disse Dark.
“Già.” assentì il tenente.
“A proposito di stranezze, - s’intromise Joshua - senta questa.”
Prese una strisciolina di carta da sopra una bassa cassettiera e lesse:
“Sol attraverso... la decomposizione... torniamo vivi. Singolare, no? E sulla carta non ci sono impronte.”
Il tenente osservò il foglietto nella mano guantata dell’altro:
“Chiamalo singolare... - disse a mezza voce - Chissà cosa cazzo vuol dire.”
Dark non seppe trattenere un risolino.
“Perché ridi?” gli chiese Clair.
“È uno haiku.”
“Un cosa?”
“Uno haiku. È un breve componimento poetico giapponese a schema fisso: tre versi di cinque, sette e cinque sillabe.”
“L’invenzione di un poeta pigro, suppongo. Voglio dire, non si fatica molto a scriverli.”
“Sono poesie perfette. - sentenziò Dark, pur sorridendo all’amico con condiscendenza - La poesia non si misura a metro.”
“Sì, eh? Sarà. A me sembra un telegramma. Tipo: mamma si droga / babbo ubriaco mi mena / scappo dai nonni.”
Tutti risero.
“Bèh, - disse Dark - forse la metrica non è proprio giusta, ma, con un piccolo aggiustamento, in effetti anche questo potrebbe essere uno haiku.”
“E quello scarabocchio, alla fine?” gli chiese ancora Clair.
Dopo la poesia, era tracciato un ghirigoro, vagamente simile a una ‘z’ allungata con due zampette.
“Ah, quello è FU, - rispose Dark - un carattere dello hiragana, una delle due scritture sillabiche giapponesi.”
Clair lo guardò e fece una smorfia, come se l’amico avesse scoreggiato.
“Scrittura sillabica, eh? - disse, tentennando il capo - Mh. In ogni caso, la domanda è: cosa ci fa qui uno haik?”
“Haiku, - lo corresse Dark, sorridendo - non ‘barracano’.”
“Sì, quello. Dov’era?” chiese il tenente a Joshua.
“Là , - indicò la bassa cassettiera - sopra un mucchio di bollette e fatture.”
“Forse, - azzardò Dark - il morto era un appassionato di poesia giapponese.”
“Non credo. Direi piuttosto un appassionato di figa americana.”
Di nuovo, gli altri poliziotti risero alla battuta di Clair.
“Allora - continuò Dark - l’avrà trovato dentro un fortune cookie al ristorante cinese e se lo sarà portato a casa.”
“Ma, se è una poesia giapponese, - obiettò l’amico - che cosa ci sarebbe stata a fare dentro un biscotto cinese?”
“Giusto.” convenne l’altro.
“E poi non ti pare strano che non ci siano sopra impronte?”
“Forse il pasticcere portava i guanti, per motivi igienici.”
“Sì, - disse Clair ironico - e Clark Gable mangiava coi guanti, per non sporcarsi le mani.”
“Nel dubbio, - aggiunse Dark - se fossi in voi, eviterei di parlare alla stampa di questi particolari. Non so niente di kabbalah o altre invenzioni settarie, ma già gli ebrei non godono di ottima letteratura e non ci vuole molto a creare la leggenda metropolitana di chissà quali riti perversi. E anche gli orientali, in particolare i giapponesi, dopo l’ultima guerra, non vanno per la maggiore, qui da noi.”
“Credo che tu abbia ragione. - disse Clair - Bèh, noi ce ne andiamo. Voi seguite la solita procedura. Recuperate i proiettili e, se trovate documenti, foto, carte o altro anche solo apparentemente interessante, prelevatelo. Ci vediamo più tardi in centrale. E convocate il marito di Jean Harlow. Ci parlerò io.”
Da sempre il cinema era la grande passione di Lawrence Clair, che fin dai tempi della scuola aveva l’abitudine di affibbiare soprannomi a tutti, preferibilmente nomi di attori, più raramente quelli di registi. Anche i suoi collaboratori ormai lo sapevano e non si stupivano più. Earnest Dark pensò che la morta non somigliava granché a Jean Harlow. Avrebbe detto piuttosto Carole Lombard, non foss’altro per via di Clark Gable, ma tacque. Sulla soglia, il tenente si voltò e gridò verso l’interno:
“Anche l’ultima moglie di Clark Gable, naturalmente. Anzi tutte le tre divorziate. A dopo.”
Quando furono in macchina, si rivolse all’amico:
“Contento, Earny? Questo capita proprio a pallino, no? Lo userai per il tuo romanzo?”
Earnest Dark era autore di alcuni saggi, numerosi racconti e due romanzi vagamente autobiografici. Non aveva mai pubblicato nulla. Solo i saggi erano stati comprati da riviste specializzate, che glieli avevano pagati somme simboliche. Il resto dei componimenti non aveva mai osato proporlo a un editore. Spiegava quel comportamento, adducendo le motivazioni più varie e fantasiose, ma sapeva che l’unica ragione risiedeva nella superba e narcisistica convinzione che il contenuto dei propri scritti fosse culturalmente troppo elevato, per riscuotere il consenso del grande pubblico. E forse anche di un pubblico ristretto. All’inizio, quel che creava lo dava da leggere alla moglie e a qualche amico, ma ormai era divorziato da oltre dieci anni e non era più in contatto con gli amici, a parte Mordecai Biegenwald e Lawrence Clair. Ma Mordecai non si era dimostrato abbastanza entusiasta, dopo la lettura del primo romanzo, per meritare che gli venisse presentato il secondo. Lawrence era così rimasto il suo unico lettore. Anche a lui però passava solo un’opera ogni tanto, stanco di sentirsi rimproverare ogni volta, perché non si decideva a scrivere un romanzo poliziesco. Earnest era certo che se Clair, anziché fare il poliziotto, avesse fatto il costruttore edile, avrebbe cercato di convincerlo a scrivere una storia imperniata sulle speculazioni edilizie, tuttavia, un po’ per accontentarlo e un po’ per la curiosità di sperimentare un nuovo genere, qualche settimana prima gli aveva finalmente manifestato l’intenzione di accettare il suo consiglio.
Earnest notò che Lawrence aveva riacquistato il suo normale colorito roseo, assieme al buonumore.
“Dipende. - gli rispose - Raccontami quel che hai scritto nel taccuino.”
Clair lo estrasse di tasca e, consultandolo, disse:
“Clark Gable, da vivo, interpretava il miliardario Ferdinand Burke, noto playboy secondo le cronache rosa, ma che io definirei più realisticamente un gran puttaniere. Tre matrimoni alle spalle, tutti con donne dell’alta società, ma poco attizzanti, e un numero imprecisato di storie galanti preferibilmente con mogli altrui, più dotate di sex appeal delle sue. Al momento non era sposato e, a detta dei vicini, da qualche tempo aveva una relazione con la bionda, che lo veniva a trovare a casa sua. Il personaggio interpretato da Jean Harlow vivente era Joanna Easland, moglie di un assicuratore di Santa Barbara. Pare che avesse l’abitudine di prendere il sole nuda sul bordo della piscina, appena la temperatura lo consentiva, per la gioia dei maschi confinanti e l’invidia delle relative consorti. Forse si era imbarcata in questa storia, per consolarsi del fatale errore di aver sposato un assicuratore. O forse era un’autentica passione amorosa, di quelle che comunque le donne non provano mai per chi guadagna duecentocinquanta dollari alla settimana.”
“O forse era solo un po’ puttana.” chiosò Dark.
“Anche. Comunque questo è tutto quel che si sa, per ora. La tua idea?”
Earnest avrebbe voluto proporgli di sostituire Jean Harlow con Carole Lombard, invece disse:
“Incredibile quante cose sa la gente di un vicino di casa.”
“Va detto che lui non faceva niente, per passare inosservato.”
“D’accordo, ma resta il fatto che nessuno si fa i cazzi propri. Allora, prima ipotesi: il marito di lei ha scoperto la tresca e si è vendicato.”
“Fin troppo ovvio, ma è quello che verificherò fra poco.”
“Seconda ipotesi: un amante tradito, di lei o di lui, ha scoperto la nuova tresca e si è vendicato.”
“Questo è altrettanto banale, ma meno facile da verificare, comunque lo faremo.”
“Terza ipotesi: l’ultima moglie divorziata, ancora innamorata di lui, ha scoperto la tresca è si è vendicata.”
“Naa, ne avrebbe ammazzata qualcun’altra prima.”
“Dipende. Magari questa minacciava di diventare una cosa seria e le altre no.”
“Vedremo anche questo. Nient’altro?”
“Naturalmente tutti questi possono essersi serviti di un professionista.”
“Naturalmente.”
“Oppure è il delitto di un serial killer.”
“Non credo. Sembra più un’esecuzione. E poi la scena del crimine non corrisponde a quella degli omicidi seriali. È tutto troppo pulito. Nessuna messa in scena per depistarci né segnali particolari o messaggi, che possano considerarsi la firma dell’assassino, tipo le scritte dei seguaci di Charles Manson, hai presente?”
“E la medaglietta con la lettera ebraica?”
“Non mi pare un messaggio. E poi forse ci sono sopra solo le impronte del morto.”
“Questo è presto per dirlo e poi l’assassino può avere usato i guanti e averci premuto su le dita del cadavere.
“Hai una mente abbastanza contorta, sai?” disse Clair.
“E lo haiku?”
“L’hai detto tu: era in un fortune cookie.”
“Uno haiku giapponese in un biscotto cinese e senza impronte? Ma dài! E poi non ricordo di averlo mai sentito prima.”
“Oh, vaffanculo!” esclamò Clair, avviando il motore.

Sabato 8 marzo
Quando arrivò all’imbocco del vicolo, aveva il fiatone. Stava rincorrendo da un bel po’ il fottuto pusher, che l’aveva costretto ad attraversare cortili e giardinetti, scavalcare una rete metallica di recinzione e poi un muro.
Dovrei perdere qualche chilo, pensò, Elaine ha ragione. E dovrei bere meno.
Si guardò intorno, alla ricerca del fuggiasco e, con sorpresa, scoprì di trovarsi in uno spazio aperto e soleggiato. Stava calpestando un prato all’inglese e istintivamente fece un passo indietro, per non sciupare l’erba, ma ce n’era dappertutto, come in un campo da golf.
Rende bene lo spaccio., pensò, Dove si sarà nascosto quello stronzo?
In quel momento notò il luccichio della piscina, sullo sfondo. Guardò meglio e vide una donna distesa accanto. Indossava solo un paio di occhiali da sole ed era inequivocabilmente bionda naturale.
Non mi sembrava poi così caldo., pensò, asciugandosi il sudore sulla fronte, mentre si avvicinava all’acqua, Forse il maledetto si è tuffato, ma non può scapparmi.
Ebbe la netta impressione di essere osservato da un uomo panciuto, malamente nascosto da un cespuglio, che sembrava intento a masturbarsi. Non se ne preoccupò e proseguì. Arrivato sul bordo del rettangolo azzurro, osservò un corpo maschile galleggiare bocconi. Indossava un vestito di flanella grigia e gli parve di guardarlo da sott’acqua, mentre una voce d’uomo fuori campo raccontava una qualche storia incomprensibile. Era evidente che si trattava di un cadavere, tuttavia gli intimò:
“Joe Gillis, ti dichiaro in arresto!”
“Con chi parli, tesoro?” gli chiese la voce di Lorna.
Si voltò e non la riconobbe, forse a causa dei grandi occhiali da sole, che le coprivano buona parte del viso.
“Hai ossigenato anche il cespuglio?” le chiese, indicando il pube di lei.
“Che sciocco! - disse la donna, ridendo, e si allargò ostentatamente le piccole labbra, strofinandole con un dito, che poi mise in bocca - Sai bene che sono bionda naturale e lo sanno anche i vicini, direi.”
Lorna ha le tette più grosse, pensò, mentre lei gli slacciava la cintura e lo attirava verso il grande letto, bianco come il resto dell’arredamento.
Lì accanto c’era un secchiello con una bottiglia di champagne già stappata e due flute con residui di vino.
“È un set hollywoodiano.” disse, cercando di ricordare il titolo del film.
“Sei strano, oggi. - disse lei - Che cos’hai? Dai una sniffata, che ti rimette in sesto.”
Gli prese delicatamente con una mano il sesso molle e l’attirò verso tre righe di polvere bianca disposte sul mobile basso. Le guardò le natiche.
Ha un bel culetto tondo, pensò.
Poi le osservò il viso e notò che aveva le narici arrossate. Adesso che si era tolta gli occhiali da sole, era certo che non fosse Lorna.
“Jean...” mormorò.
“Chiamami Harlean. - disse lei - Qui non siamo al cinema.”
“Sei sicura che non torni Clark, all’improvviso?”
“Cosa dici? - disse lei - Sei tu Clark. Solo tu.”
Si accorse della sua erezione e batté le mani.
“Così mi piaci, bello pronto.”
Gli prese in bocca fuggevolmente la punta del sesso rigido e si sdraiò.
“Prendimi, amore...” mormorò, allargando braccia e gambe.
Era appena scivolato dentro di lei, quando udì il suono del campanello. Al terzo squillo, si sfilò da lei, imprecando, e si avviò in vestaglia verso l’ingresso.
“Fa’ presto!” gridò lei, alle sue spalle.
La porta si aprì e fece fuoco due volte. Clark Gable, in vestaglia, volò all’indietro con due fori al centro del torace.
Lawrence Clair si alzò a sedere di scatto e impiegò qualche secondo a capire di essere nel proprio letto. Non sapeva che cosa di preciso lo avesse svegliato, ma aveva nelle orecchie come l’eco di un suono violento. Si rese conto di avere il sesso eretto e guardò Elaine, che lo stava fissando in volto, ancora assonnata.
“Non potresti svegliarti più dolcemente? - gli chiese - Dubito che faccia bene al cuore avere questi soprassalti.”
Le si avvicinò e strofinò la propria erezione contro una coscia di lei.
“Ooh...” fece Elaine e si mise supina a occhi chiusi.



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