martedì, gennaio 15, 2013

 

Doverosa citazione…


"Quel che abbiamo letto di più bello, lo dobbiamo quasi sempre a una persona cara. Ed è a una persona cara che subito ne parleremo. Forse proprio perché la peculiarità del sentimento, come del desiderio di leggere, è il fatto di preferire. Amare vuol dire, in ultima analisi, far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l'invisibile cittadella della nostra libertà. Noi siamo abitati da libri e da amici."
(Daniel Pennac)






Segnalibro N° 4

AMORI MIEI - Sono dodici racconti "d'amore", che costituiscono variazioni sul tema della vita e delle opere di altrettanti artisti: per la maggior parte scrittori (Beckett, Joyce, Rimbaud, Freud, Wilde, Céline, Borges, Cechov e Kafka), dei quali viene echeggiato lo stile letterario, oltre a due pittori (Van Gogh e Yoshitoshi) e un musicista (Mozart).
Il tredicesimo racconto ha funzione "riassuntiva" e la raccolta è chiusa dalle "Presentazioni" di tutti i personaggi.
Qui appresso un esempio, quasi un paradigma delle storie da leggere.


RISVEGLI

Aprì gli occhi nel buio. Per un po’ ascoltò il respiro pesante di Olga e lo stormire delle betulle, poi si alzò dal letto e uscì dalla stanza, muovendosi nell’oscurità come un gatto di velluto. Attraversò la casa deserta e silenziosa e provò il consueto piacere della solitudine. In cucina, accese la radio. [“No, questo non va bene: siamo a Jalta, all’inizio del Novecento.” “D’accordo, d’accordo, niente radio.”]. In cucina accese il samovàr e si preparò il tè. Si portò la tazza fumante nello studio e la posò sullo scrittoio, accanto al calamaio. Prese un foglio bianco e scrisse:
“C’era una volta, in Cina, la figlia di un nobile, famosa in tutto il mondo per la sua eccezionale bellezza. Un principe lo seppe e volle conoscerla. Appena la vide, se ne innamorò, perché la fanciulla non era solo bellissima, ma anche dotata di una straordinaria intelligenza e di un ottimo carattere. Il principe la chiese in moglie, ma la ragazza rifiutò, spiegando che non lo amava e che non avrebbe mai sposato un uomo senza esserne innamorata. Il nobile pretendente le portò in dono pietre preziose, broccati, tappeti e cavalli. La giovane accettò ogni cosa con gratitudine, ma confermò il rifiuto. Allora il principe le offrì il proprio regno, in cambio del permesso di servirla come suo giardiniere personale. La fanciulla glielo concesse e l’uomo le fu vicino ogni giorno, dando prova di fedeltà e discrezione esemplari. Dopo tre anni, la giovane, conquistata dall’amore del principe-giardiniere, si recò da lui e gli disse: “Hai vinto. Ora ti amo anch’io e sono disposta a sposarti. Mi vuoi?” L’uomo alzò gli occhi dalle rose che stava tagliando e rispose: “No.”
[“Io non ho mai scritto questo.” “E allora? È solo un sogno.”]
Si svegliò di colpo. Olga dormiva, col suo respiro sibilante. Tutt’intorno era silenzio. Strano sogno, pensò. Scivolò dal letto cautamente e uscì dalla camera, nel buio. In cucina, accese il samovàr e si affacciò alla finestra. Sei piani più sotto, nella strada, il camion della Nettezza Urbana raccoglieva i rifiuti. [“Come, sei piani? È un villino. E che cos’è la nettezza Urbana?” “Ah, già.”]. Nella strada, davanti alla casa, passava un carro carico di letame, condotto da due mužikì. [“Va bene?”]. La linea dell’orizzonte cominciava a rischiararsi. Si sedette e si mise a scrivere:
“Due vicini si contendevano la proprietà di un bosco. Ognuno pretendeva che i confini del proprio terreno comprendessero anche la macchia d’alberi e rivendicava il diritto esclusivo di andarci a cacciare e a far legna. La disputa durava già da molti anni, quando un giorno, mentre inseguiva un cinghiale fra i cespugli, uno dei due proprietari uccise accidentalmente un servo dell’altro. La gravità dell’episodio li decise a ricorrere all’Imperatore, per avere giustizia. Andarono dunque al palazzo imperiale e chiesero di essere ricevuti. Due guardie li scortarono attraverso saloni e corridoi interminabili, fino alla sala del trono, collocato al di là di una fitta grata di ferro. Una guardia ordinò: “Parli il primo.” L’uomo che aveva ucciso il servo dell’altro disse: “Nel bosco attiguo al mio campo, la mia famiglia va a cacciare e a far legna da sette generazioni, con pieno diritto. Chiedo pertanto che venga dichiarato, una volta per tutte, che esso mi appartiene e venga ordinato al mio vicino di non sconfinare.” L’altra guardia ordinò: “Parli il secondo.” E il secondo contendente disse: “Il bosco è sempre appartenuto alla mia famiglia e posso dimostrarlo: ho qui documenti vecchi di secoli, da cui risulta l’acquisto fatto da un mio avo. Gli antenati del mio vicino, come lui ora, vi hanno sempre cacciato abusivamente. Chiedo che venga confermata la mia proprietà e ordinato a chiunque di rispettarla.” Nel dire questo, l’uomo estrasse dalla tasca un rotolo di carte ingiallite, per consegnarle alla guardia più vicina, ma questa non lo guardò neppure. L’uomo rimase per un po’ col braccio teso, poi arrossì e rimise le carte in tasca. Le guardie accompagnarono entrambi in una stanza e li chiusero dentro, lasciandoli in attesa. Le ore passavano e nessuno veniva a chiamarli. Gli uomini provavano un’inquietudine crescente e cominciarono a confidarsi i propri timori. Quando fu sera, non ricordavano neppure più la lite per il bosco, ma erano preoccupati solo della propria sorte. Si misero a picchiare contro la porta, gridando che avrebbero rinunciato alle rispettive pretese, purché li lasciassero andare via, ma nessuno sembrava udire le loro voci. Finalmente la porta si aprì, entrò un soldato con una pergamena e lesse: “Ognuno ritorni alla propria terra e nessuno lo separi più da essa.” I due uomini si guardarono con stupore e chiesero insieme: “Che significa?” Il soldato rispose: “Questa è la sentenza.” Il giorno dopo, nella luce incerta dell’alba, le guardie imperiali sparsero su ognuno dei campi contigui, le ceneri dei due proprietari.”
[“È un sogno anche questo?” “Certo.”]
Alle sue spalle, una voce femminile sussurrò:
“Svegliati, bàtjuška.”
Non osò girare la testa. Credevo di essere sveglio, pensò, ma, se sto ancora sognando, potrò mai svegliarmi? E quanti risvegli occorrono, per svegliarsi veramente? Aprì gli occhi e vide la consueta oscurità, piena del respiro di Olga. Volle alzarsi, ma non poté: qualcosa impediva al suo corpo di muoversi. Nella mente gli scorrevano immagini della sua vita passata, come su un palcoscenico. Gli sembrò un’esistenza inutile, monotona e grigia, popolata di persone insignificanti. Più di quarant’anni erano trascorsi in un soffio e non aveva saputo far nulla. Da ragazzo aveva creduto che il desiderio dei poeti desse alle parole il potere di cambiare il mondo, ma i forti erano rimasti sfrontati ed oziosi e i deboli ignoranti e bestiali e intorno tutto era povertà, grettezza, degenerazione e menzogna. Una sola parentesi di felicità si era aperta nella sua vita. Rivide la casa di campagna, a Melichovo, e la figura radiosa di Lidja, sbocciata nelle sue tenebre, come un fiore di luce, il cui profumo gli aveva inondato l’anima. Nella penombra della memoria rimbalza la musica divina del riso di lei. Riascolta il messaggio muto dei suoi occhi di acquamarina, il boato assordante dell’amore sussurrato. La passione accarezza ancora, per un attimo, il suo corpo assopito, sospingendolo verso un irreale risveglio. [“Ancora un sogno?” “Non lo so.”] Il ricordo soffocante della delusione suprema lo invase. Mi aveva detto che mi amava e mi lasciò per Potapenko, un volgare seduttore di provincia, un gaglioffo! [“Non essere ingiusto. La verità è che tu non sei stato abbastanza coraggioso da diventare reale: eri solo un sogno di parole, mentre Potapenko era un essere concreto e la prese.” “Ormai non ha più importanza.”]
Si svegliò e fu avvolto dal solito ansito, nel buio. Improvvisamente immaginò che il respiro che sentiva non fosse di Olga e che, seduto da qualche parte, davanti a un foglio bianco, un Prospero solitario scatenasse quella tempesta di sogni. [“Perché tutto questo? Voglio alzarmi dal letto e andare nello studio a scrivere.” “È quello che fai.” “Non così: voglio essere sveglio e libero.” “Quello che dici non ha senso: la veglia è solo un labirinto di sogni concentrici sognati da altri.”] Aprì la porta della camera, senza fare rumore. Andò verso la cucina, guardandosi intorno: tutto era come sempre. Preparò il tè. Dunque sono sveglio, pensò. Gli era rimasta una sensazione di oppressione al torace. I polmoni, naturalmente. Volevo vincere le malattie, rifletté, e invece una malattia ha vinto me. Quanto mi resterà da vivere, un paio d’anni? Peccato essere stato con Olga così poco. Avrei voluto fare tante cose con lei. [“Che cosa ne sai?”] Si sedette e scrisse:
“Passerà il tempo e anche noi scompariremo per sempre. Ci dimenticheranno, dimenticheranno i nostri volti, la nostra voce e quante eravamo, ma le nostre sofferenze si trasformeranno in gioia per coloro che verranno dopo di noi; pace e felicità scenderanno sulla terra e gli uomini avranno una buona parola per quelli che vivono ora e li benediranno.” [“Povero illuso! La maggior parte degli uomini non sa neppure che sei esistito o, al massimo, ha sentito qualche volta il tuo nome. Non sono altro che botteghe ambulanti, dove tutto è in vendita, e considerano migliori solo i più utili. Forse qualche volta vanno a teatro, a sognare di essere virtuosi, per un paio d’ore, poi tornano allegri ai loro mercati. Nessuna delle tue sorelle andrà a Mosca!” “Credi che non lo sappia? Pensi forse che gli uomini mi piacciano? O le donne? Li amo tutti e cerco di migliorarli, ma detesto il loro modo di essere e so che saranno sempre così. Persino Lidja: ho creduto di poter essere felice con lei, ma anche quella era un’illusione e, quanto a Olga, mi dà quasi sollievo sapere che i miei polmoni interromperanno presto la nostra storia. Ricorda l’ultima battuta di Firs.” “Non mi pare proprio che tu abbia amato le persone. Ti fu forse dettata dall’amore quella malvagia storia dello specchio deformante o quella del ridicolo Mitja, felice solo di essere finito sul giornale? Eppure eri solo un ragazzo, quando le scrivevi. Amavi forse Anjuta? La disprezzavi, piuttosto, piccola cagna servile e rassegnata. E non mi dirai che l’atroce scherzetto, che ideasti per Nadja, fosse un moto d’amore! Di chi volevi vendicarti? Tu non hai mai amato nessuno, ammettilo. Hai cercato l’amore e l’hai offerto, ma non hai mai perdonato agli esseri umani di non meritarlo. Talvolta hai provato pietà per le tue creature, ma niente di più.” “Chi sei tu, postero di me stesso, che pretendi di pensare i miei pensieri e inventare i miei sogni?” “Io non sono nessuno: l’inutile anello, ripetuto all’infinito, di una catena, il cui inizio e la fine si perdono nel nulla. Prospero e Calibano, pensati uniti da uno Willy Burlone, perché pensino altri mostri pensanti, and my ending is despair.”]
“Svegliati, Antòn Pàvlovič!”
La voce di Olga sembrava spaventata, nel buio.
“Che cosa c’è, sognavi?”
“Sì – rispose l’uomo – sognavo di essere sognato, quasi un secolo dopo la mia morte. Non ti preoccupare, continua a dormire. Io mi alzo. Ormai sono sveglio.”
Uscì nell’oscurità e raggiunse la cucina. Preparò il tè e se lo portò nello studio. Fuori, le betulle stormivano al vento. Cominciò a scrivere, nella rassegnata attesa dell’impossibile risveglio.


NB - NB - NB: Un altro episodio-personaggio di "Amori miei" si trova sul blog seguendo questo link: fuscogami.blogspot.com


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Comments:
Bellissima citazione.....COMPLIMENTI!!!!
Come sempre, del resto, mi hai stupito..ed emozionato.
Grazie.
 
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