mercoledì, aprile 17, 2013

 

Non lasciate che i bambini vengano a me


Qualche tempo fa, un bambino che non conoscevo minimamente, mi ha chiesto a bruciapelo: «Ma tu, quanti anni hai?» Ho esitato alcuni secondi prima di rispondere la nuda verità, senza disquisire sulle mille implicazioni legate alla domanda e la cosa è finita lì, con la sua muta commiserazione per un numero a due cifre, sempre troppo alto (rispetto a una cifra). Avrei voluto dirgli molto di più, ma non credo che avrebbe capito. Purtroppo quella stessa domanda gli sarà stata rivolta dozzine di volte da altri adulti in vena di conversare con un bambino in età scolare, di qui la sua ritorsione legittima, anche se decisamente odiosa. In pratica recitando il paradigma: mors tua, vita mea. Avrei voluto, anzi dovuto, dirgli:
Guarda che se sono arrivato fino qui, mi ritengo fortunato, avendo già assistito fin dalla più tenera età a molti funerali di coetanei, amici, parenti, colleghi, conoscenti. Tutte queste persone avevano un capitale di speranza di vita che si è bruscamente annullato. Incidenti, Aids, cancro, depressione, virus, cardiopatie colpiscono a qualsiasi età. Viviamo in un mondo violento, inquinato, competitivo, che da una parte celebra i sempre più numerosi ultracentenari, ma dall'altra riconosce (quando non irride) la loro scarsissima speranza di vita (e qualità) residua. Ogni nostro desiderio può avere conseguenze nocive: un telefonino, un bicchiere di troppo, una sigaretta, una torta, un bacio e così via.
Quando imparerai a servirti di un PC metti in una cella del foglio di calcolo la tua data di nascita, e in una seconda cella la data di oggi: se imposti in una terza casella la differenza fra le due date, otterrai come risultato il numero di giorni che hai già vissuto, che hai speso irreversibilmente.
È pur vero che finora, stando attento a seguire consigli della mamma di tenerti alla larga dal dolore o dal pericolo, sei sempre riuscito collaudare con successo la tua speranza di vita. Ma questo capitale non è infinito, si restringe, diminuisce vertiginosamente con l'aumentare del numero dei giorni spesi. La statistica e la medicina ci insegnano a non dilapidare il gruzzolo di esistenza che il calcolo combinatorio dei vari geni di famiglia ci ha assegnato, ma anche lì è una sorta di roulette russa ripetuta di volta in volta.


La problematica è senza via d'uscita: la religione ce ne suggerisce una, ma per molti essa è la grande illusione. Ad un certo punto della vita, alcuni viaggiano freneticamente; altri si creano una nuova famiglia, magari con un(a) partner più giovane; significa comunque distrarsi, prendere tempo. In pratica l'alternativa migliore è non pensarci, tanto non ci si può fare niente. L'arte (o magari lo sport) rappresenta un misero palliativo che la società umana ha proposto sia per non morire del tutto ed essere ricordati, sia per non impazzire di terrore pensando all'ineluttabile fine della vita. Che giunge per tutti: ricchi, poveri, Vip, divi, campioni dello sport, artisti, scienziati, re, regine, principesse, vescovi, papi e politici.
Comunque è una buona norma, chiedendo l'età a chicchessia, di concludere sempre dicendo che non dimostra la sua età, specialmente se parliamo ad una persona più anziana di noi. Uno dei modi per non pensare alle proprie miserie è quello di farsi gli affari altrui, ribadendo il concetto "mors tua, vita mea". Si noti come nei giornali e riviste di gossip accanto al nome del personaggio citato nell'articolo sia immancabilmente riportato il numero degli anni d'età (alias della speranza di vita). Mi ricordo di un'anziana signora, ancora in gamba che rispondeva a simili domande con la frase lapidaria: «Ci penserò quando sarò vecchia». Fino ad oggi le è andata bene, ma... è solo questione di tempo. Come ben diceva Luca Goldoni (classe 1928): «La ragione ci porta fino ai piedi di un muro e ci lascia lì».

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