giovedì, ottobre 13, 2016

 

E la luce fu…

Ecco perché, invece di nascere, si può dire venire alla luce.
Possiamo pensare che il bagliore del Big Bang segni anche l’inizio del tempo.
Nelle nazioni antiche o moderne la nascita di un individuo, il suo ingresso nella dimensione temporale viene registrato in un documento scritto, chiamato atto o certificato di nascita.
Tenere fra le mani il proprio certificato di nascita è un’operazione davvero unica, istruttiva e ricca di conseguenze.
Per esempio, in altri tempi avrei potuto affermare: «Civis Romanus sum».
Oggi invece mi accorgo di aver visto la luce già nella prima metà del secolo scorso. Inoltre, alla mia nascita, erano davvero altri tempi, in questo caso, anno XXI E.F. Si tratta di una datazione criptica, imbarazzante, del tutto obsoleta e senza futuro, comprensibile forse solo all’ 1% dei miei lettori.
Per colmo di vergogna, si legge nel documento che il sottoscritto é di razza ariana, in ottemperanza alle infami leggi razziali in vigore a quei tempi.
Comunque anche oggi valgono altre leggi di tipo simile in molti paesi con gli stessi risultati di allora: genocidio, persecuzione, fuga, speculazione, furto.
Altro dato interessante ai margini della fotocopia del certificato risulta essere la motivazione della mia richiesta del documento stesso.
In tal modo si aggiunge un altro dato interessante circa la mia esistenza.
In definitiva il certificato di nascita rappresenta una parentesi aperta nella pagina del tempo che richiama la corrispondente chiusura di parentesi, che dappertutto si chiama certificato di morte.
Aka fine dei giochi, voltiamo pagina, per sempre.


Dalla biografia di Steve Jobs, a cura di Walter Isaacson.

Coda
Un pomeriggio di sole, mentre si sentiva poco bene, Jobs, seduto nel giardino dietro casa, si mise a riflettere sulla morte. Parlò delle sue esperienze in India, circa quattro decenni prima, del suo studio del buddhismo e delle sue idee sulla reincarnazione e sulla trascendenza dello spirito. «Nell’esistenza di Dio credo al cinquanta per cento» disse. «Per la maggior parte della vita ho provato la sensazione che nella nostra esistenza ci debba essere qualcosa in più di quanto appare agli occhi.»
Ammise che, di fronte alla morte, forse stava sovrastimando tale possibilità per il desiderio di credere nell’aldilà. «Mi piace pensare che dopo la morte qualcosa sopravviva» disse. «È strano pensare che uno accumuli tanta esperienza, magari anche un po’ di saggezza, per poi andarsene completamente. Perciò io voglio davvero credere che qualcosa sopravviva, per esempio che la coscienza non venga meno.»
Poi fece una lunga pausa di silenzio. «Ma d’altra parte, forse» aggiunse, «si tratta solo di un pulsante on/off. “Clic!” e te ne vai.»
Fece un’altra pausa, e con un lieve sorriso: «Forse» disse «è per questo che non mi è mai piaciuto mettere pulsanti on/off sugli apparecchi Apple».

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