mercoledì, dicembre 14, 2016

 

Amarcord? Universale.



Una volta, nei primi anni cinquanta, fui accompagnato da mio zio Armando in un lungo viaggio in treno.
Ricordo ancora molto vividamente che egli, fin dai primi minuti, anziché subire in silenzio la noia del viaggio, diede avvio, con il supporto degli altri viaggiatori, ad una interessante conversazione a base di ricordi personali, che anche gli altri condivisero entusiasticamente.
Conoscevo già quelle storie di vita vissuta, per averle ascoltate durante le veglie serali di famiglia.
La televisione non c’era ancora, al massimo la radio era il mezzo di diffusione delle notizie.
Il brillante racconto dello zio era come il soggetto di un classico film a episodi: la guerra, i bombardamenti, la fame, la Mille Miglia, lo sport, le barzellette e gli aneddoti sul Duce in vacanza a Riccione.
Fu lì la prima volta che io bambino intesi la parola Amarcord, termine che venti anni dopo avrebbe avuto tanto successo ad opera di Fellini (e di Tonino Guerra a pari merito).
In effetti ogni ricordo d’infanzia o meglio ogni ricordo personale, filtrato dalle lenti colorate dell’ingenuità infantile, si presta ad ottenere il massimo di empatia da parte di ogni ascoltatore o spettatore.
Ecco perché Amarcord commuove e commuoverà ogni pubblico anche fra tanti anni. Gli entusiasmi, come pure i disprezzi, di un giovane rappresentano il massimo del romanticismo, in quanto danno la maggior preminenza ai sentimenti più estremi, senza la minima sfumatura che invece è figlia dell’esperienza.
Recentemente (2013) lo stile Amarcord è stato rispolverato da un film intitolato “La mafia uccide solo d’estate”, nel quale si raccontano i ricordi di un bambino di Palermo negli anni ’70. La storia della mafia di quegli anni viene presentata in chiave semiseria, in modo molto accattivante. Tanto che in queste settimane Rai1 presenta una serie in dodici puntate dallo stesso titolo. Il successo della serie è una chiara conferma che la formula felliniana è meravigliosamente efficace se ben applicata. E qui tutto collima al meglio anche se gli attori più importanti sono cambiati rispetto al film. Anzi, si potrebbe dire anche grazie al cambio del cast stesso.
In effetti qualche difettuccio si notava nel primo film, invece nella serie la narrazione è più fluida, piacevole e finemente dettagliata. Visto il successo, non ci vuol niente che ne facciano almeno una seconda serie.
Speriamo proprio di sì.

Grazie a questa prima serie sulla Mafia ho scoperto il termine inglese Binge watching, in italiano noto come maratona televisiva che presuppone l'abbuffata di vari episodi consecutivi, magari fino all'inevitabile addormentamento davanti al monitor acceso.






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